«L’Eros in maschera nei canti di Dante»

Giancarlo Infante    31 marzo 2008
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Marcello Caleo, «L’Eros in maschera nei canti di Dante», Il Cerchio, Rimini, Dicembre 2007

Immaginiamo gli anni di lavoro per un’opera che prevede il commento dettagliato di tutti i canti della Divina Commedia.
Ora è stato pubblicato il primo volume, ma gli altri sono di imminente pubblicazione.
Ma tanto lavoro sarebbe come sprecato se non fosse sorretto da un’intuizione che fa di questa opera qualcosa di nuovo.
Da dove partire?

Forse dalla definizione di allegoria: «Una verità ascosa sotto bella menzogna».
Domanda: «La verità ascosa» è stata messa in luce?
Non direi, perché se così fosse, non ci sarebbero più commenti alla Divina Commedia.
Invece questi crescono succhiando nutrimento gli uni dagli altri.
Dunque la verità non è stata trovata.
E il povero lettore è costretto a immaginare chi sa cosa «sotto la bella menzogna».

Senza nessuno sforzo di immaginazione e senza voler stupire, Caleo crede di aver trovato «il ciò che si nasconde sotto la bella menzogna».
Per lui è «il comico».
La Commedia di Dante è la massima espressione del comico.
E va letta, studiata, analizzata, ecc. in questa ottica.

eros.jpg Certo è sorprendente.
Però anch’egli si meraviglia che un’opera che si chiama Commedia, anzi la Divina Commedia, non sia stata letta come una commedia.
Agli accademici che sono abituati a ragionare secondo schemi o per definizioni, è mancata forse la tanto sospirata definizione aristotelica di commedia.
Ma anche a questo provvede Caleo perché mutua, come forse avrebbe fatto lo stesso Aristotele, da Platone la definizione di comico.
In termini moderni dice: sintesi a priori di riso e di disprezzo.

Ecco: la bella «favola» dantesca è nel segno del riso e del disprezzo.
Questa definizione del comico è forse qualcosa di diverso dalla definizione di allegoria?
Non direi, perché la menzogna è dettata dal disprezzo e da quella inversione della realtà che porta al riso.

E’ tutto qui il segreto di pulcinella?
Siamo solo al principio, o, se si preferisce, siamo già alla rappresentazione, alla messa in scena del dramma burlesco.
Il cui vero protagonista è lo stesso Dante, e il deus ex machina l’Eros.

Non è stato difficile a Caleo scoprire, come dire, questo segreto così ben nascosto nella mente del nostro poeta.
Egli qualche anno fa ha pubblicato a Salerno, dove insegna filosofia teoretica, un altro libro sorprendente: Apokolokyntosis dei filosofi nei discorsi del Simposio, nel quale si mostra come
i filosofi pur tessendo l’elogio di Eros, in realtà si prendono gioco di se stessi, perché privilegiano un amore che li rende insani.
Anzi comici.

Il Simposio di Platone con tutta la carica che proviene da Eros, si è trasferito di sana pianta nella Commedia di Dante.
E quei temi o quei giochi dell’Eros che in Platone sono raccontati in chiave «scientifica», nella Commedia di Dante sono rappresentati come proiezioni di se stesso.
E’ lui attore e regista sul palcoscenico del mondo.
In lui si riverbera l’intera umanità.

I due motivi che noi abbiamo evidenziati: l’Eros e il comico, non sono stati esplicitati da Caleo in modo tale da dare l’impressione che si tratti di una sua interpretazione.
Lungi da lui l’idea che chi legge si deve sostituire all’autore.
Il testo - qualunque testo - per Caleo è sacro.
Perciò ha avvertito il pericolo che potesse piegare il testo di Dante a una sua lettura particolare, insomma a una sua interpretazione.

Caleo avverte che se il comico c’è questo deve emergere sempre: dal primo verso all’ultimo della Divina Commedia.
Se si può dire, in questo emerge il rigore mentale, la capacità di osservazione, l’acume, l’intelligenza e la preparazione di Caleo.
Mentre si legge il suo commento viene da ridere.
Dunque il lato comico emerge spontaneamente.
E viene anche da stupirsi di fronte a chi crede di poter scaricare su altri il proprio disprezzo dimenticandosi di aver ridotto l’altro a un’immagine di se stesso.

Giancarlo Infante


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