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La cultura, non è un arredamento di lusso per anime belle, è qualcosa che ci serve per sopravvivere  nel complicato mondo odierno in tempesta e deve essere viva, vissuta e funzionale alle nostre urgenze vitali.

Cultura vitale, democrazia e altro

Maurizio Blondet    02 aprile 2008
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«La vita deve essere colta ma la cultura deve essere vitale»: la frase di Ortega y Gasset è piaciuta a vari lettori. «In tutte le scuole si dovrebbe reintrodurre la filosofia... l’arte del porsi le domande», dice ad esempio il lettore Lorenzo, stimolato da quella frase. Ma aggiunge: «Poi magari è una mera illusione perche se insegnata da maestri ottusi in pochi avrebbe un barlume di effetto».

Eh sì, è questo l’effetto: abbiamo scuole e specie università che uccidono ogni desiderio di cultura. Giovani schiacciati da tomi (basta vedere quelli di medicina) di cui non si sa quanto resterà nella memoria, assillati da corsi su autori o temi marginali e minori, del tutto superflui, dalla moltiplicazione di «scienze specializzate»che sono solo moltiplicazioni di cattedre, da torreggianti saperi intimidatori e scoraggianti. Tutto questo «sapere» indigeribile e inassimilabile è fra le cause della regressione alla barbarie.

Trasmettere una cultura vitale dovrebbe cominciare con lo sfrondamento, la semplificazione, lo sforzo di fornire un senso unitario, che la mente umana, limitata, possa comprendere in sé. La missione dell’università, oggi, dovrebbe essere quella di strappare gli strati di cultura morta, le cortecce, le scorze e le concrezioni che si sono accumulate in un tronco antico di tremila anni, per giungere al midollo umido, dove ancora pulsa la linfa che porta le sostanze vitali.

Dice bene Lorenzo: la filosofia come originaria «arte di porsi le domande» è esattamente quel che viene trascurato dalle facoltà di filosofia. Certe domande, poi, furono vive e urgenti per la generazione che le formulò, ma oggi sono morte. Per fare un esempio, la pretesa di Cartesio di creare una scienza perfetta e integrale di tutto l’universo «dedotta dalle cause prime», a priori.
Un tentativo fatale, che per secoli ha impegnato il pensiero europeo nella costruzione di «sistemi» chiusi e totali.

Kant «deduce» le categorie, Hegel fa «passare necessariamente» lo Spirito da un «momento» all’altro con la dialettica, Marx spiega la storia e la società con la dialettica delle forze materiali… E s’intende ad ogni passo che questi filosofi ci pongono l’intimazione: l’umanità scelga tra me,  oppure, la fine del pensiero. Tutto questo è, credo, defunto per questa generazione.

La fine dei sistemi totalitari - filosofie che hanno figliato ideologie e regimi totali - ci ha lasciati con una fascina di scorze e cortecce, e senza orientamento nel mondo. Forse bisogna ricominciare da Socrate, là dove pulsava la linfa: e non per porre le stesse domande che poneva Socrate (urgenti ai suoi tempi), ma per porre quelle che ci assillano «oggi». Per infondere negli studenti quel primordiale entusiasmo della scoperta di una nuova idea, di un nuovo principio o applicazione.

Ciò vale anche per l’arte. Quando costruì il campanile a Firenze, Giotto era subissato dalle osservazioni che i passanti, da sotto, gli facevano, dandogli consigli e criticando. Evidentemente, la gente sentiva il campanile come cosa propria. Com’è che oggi l’arte non interessa a nessuno? Che la gente - non pochi individui, ma la gente nel suo complesso - sopporta, nella propria città, il sorgere di mostri edilizi, sbilenchi e irridenti all’uomo, ordinati dal municipio?

Già il fatto che il committente di «arte» oggi sia il Comune, o insomma la burocrazia (il mostro freddo) oppure il Capitale la dice lunga sull’esproprio che abbiamo lasciato fare ai nostri danni. Per secoli, la committtenza dell’arte fu religiosa. Il tempio, la cattedrale e la chiesa «attraevano» a sé le arti, pittura, scultura, arazzi, arte del vetro, oreficeria, musica d’organo, in una pulsione unitaria e coerente, ciò che si dice lo stile.

Da molto tempo ormai il pittore di genio è senza committenti: il disperato Van Gogh provava a vendere i suoi quadri nelle osterie, ci pagava la pigione delle stamberghe. Più furbi, i suoi successori commerciali producono direttamente per le case d’asta. Hanno formato «avanguardie di massa» che vendono bene sul «mercato». Andy Warhol si vende per miliardi, ma tutti capiscono che con qualche macchina fototecnica ciascuno può farsi dei Warhol a decine.

Gli scultori producono per il cimitero, e sempre meno (la scultura costa). A cosa «serve» infatti una scultura? Chi se la mette nel trilocale biservizi? Magari qualche Goldman Sachs la ordina per l’atrio fastoso-templare della banca. Ma insomma questa forma d’arte è morta, insieme al tempio o al palazzo principesco. L’Europa non ha più arte.

Il suo linguaggio musicale, sviluppato per secoli, è ora abbandonato, lo sfrondo un po’ noioso
della «radio culturale», RAI3. Persino nel cinema dà poco o nulla, schiacciata dal linguaggio cinematografico americano egemone. Questa sterilità è un sintomo spaventoso, terminale: è come il moribondo che si volta contro il muro, non ha più niente da dire, niente da sperare.

L’espressione ben temperata ha ceduto all’afasia o al grido, per di più in una «lingua» straniera: la musica dal rap, la pittura ridotta a graffito del degrado newyorkese, l’architettura a un «decostruttivismo» che intenzionalmente vuole avvelenare chi passa nei paraggi. Vi si esprimono «personalità» incomplete, malevole, petulanti, patologiche e demoniache come quelle che ossessionano i malati mentali quando sentono le «voci». Ciò che ripetono infinitamente i graffiti e le musiche giovanili è il grido di Lucifero: «Non serviam», non servirò.

E infatti, a forza di rifiutarsi a servire Dio e l’uomo, l’arte non serve più a nulla. Anche per questo bisognerebbe recuperare il senso che la cultura, per essere vitale, deve essere «funzionale». La cultura viva è quella che «ci serve». Attenzione: non nel senso della pittura del realismo socialista, che serviva la propaganda del regime. In un altro senso, più profondo e immediato. Come dirlo?

Provo a dirlo così: ciascuno di noi è stato gettato nella vita come il naufrago è sbalzato fra le onde. Deve nuotare per sopravvivere. A ciò, gli occorrono buoni muscoli e buona salute organica, adrenalina dalle surrenali, insomma le funzioni vitali.

Orbene, la cultura è una di queste  funzioni vitali, e va ricompresa tra le funzioni vitali. Non è un arredamento di lusso per anime belle, è qualcosa che ci serve per nuotare - per sopravvivere - nel complicato mondo odierno in tempesta.

In questo senso, non mi pare colga nel segno il lettore che scrive: ricordare Roma «è dire di fronte ai falsi maestri d’oggi: abbiamo una radice, non ci avete tolto la memoria». E’ un’idea accademica, ornamentale della cultura. Dobbiamo ristudiare continuamente Roma, certo: per capire, poniamo, come mai poteva dominare il suo vastissimo impero con così pochi soldati (quelli che gli americani hanno in Iraq); per capire cosa «funzionò» nell’impero, e come mai smise di «funzionare»; per capire le lotte del potere romano, che tanto possono illuminare le lotte del potere d’oggi; per capire come mai, nella decadenza, Roma seppe condurre la gestazione di un’altra civiltà, diversa ma a lei collegata come figlia. Insomma, lo studio è funzionale alle nostre urgenze vitali, o altrimenti è mitologia, posa o noia.

Recuperare la cultura come funzione vitale  significa anche liberarla dai divieti. Oggi ci sono imposti divieti di pensare, in gran quantità: il fascismo fu il «male assoluto», quindi non pensatelo; la democrazia è sacra, non criticatela; Israele non è discutibile, altrimenti siete «antisemiti»; l’unione Europea non deve essere sottoposta a critica e nemmeno a referendum…

Questi divieti sono come l’asportazione delle surrenali: senza adrenalina, fiacchi, non ci arrabbiamo più, anzi ci sentiamo deboli e impotenti. E ci lasciamo condurre in carrozzzella dalla badante del potere costituito.

Dovrebbe diventare più chiaro che la cultura - in quanto funzione vitale - non si apprende solo sui libri e a scuola. Anzi, per secoli a trasmettere la cultura, infiniti saperi e segreti del mestiere, sono stati gli artigiani e i capi-operai.

Di recente sono stato invitato a parlare ad Udine, in un ottimo istituto tecnico professionale di salesiani. Il preside, salesiano, mi ha raccontato che l’assessore regionale alla pubblica istruzione e cultura, di sinistra, è contrarissimo all’istituto, vuole che i giovani passino tutti per una generica scuola media superiore e libresca: e ciò per una residuo fossile della sua maldigerita ideologia. Considera la scuola tecnica una discriminazione «di classe», tutti avrebbero diritto al liceo…

Naturalmente, con ciò rivelando un disprezzo molto classista (piccolo-borghese) per gli operai. Ma i ragazzi che approdano a quella scuola tecnica, mi diceva il preside, sono «già» passati per la scuola generale, e ne sono stati scacciati, bocciati per demotivazione e impreparazione. Arrivano lì come ripetenti e drop-out, e con grande sforzo, ma con successo, imparano ad imparare: come la maggior parte di noi, infatti, è più facile imparare «vedendo fare».

Il contatto con le macchine utensili, il rigore che impone il loro uso, fa baluginare in quelle menti ignoranti (rovinate dalla scuola e spesso dalla famiglia), la coscienza che è il caso di andarsi a leggere sui libri la parte teorica che serve al funzionamento delle macchine. Ora sanno «il perché» devono studiare algebra, matematica, geometria, disegno tecnico, CAD-CAM, Linux. Capire il «perché» è appunto giungere, sotto gli strati di scorza morta, alla linfa della cultura.

E la cultura dei tecnici non è affatto inferiore a quella dei latinisti; ha la dignità di una funzione vitale, di un servizio reso alla società che di tecnici ha bisogno (più che di latinisti eruditi e morti); è la dignità loro che quei giovani apprendono, attraverso le macchine utensili, vedendo «come si fa».

Devo infine avvertire: il recupero della cultura vitale non è affatto facile. Quell’assessore (che una cultura vitale mai avrebbe messo a quel posto) è solo un esempio degli ostacoli che il potere in generale porrebbe a un tentativo di instaurare una cultura per la vita. Gli esempi più numerosi sono nella cultura stessa.

Sulle scorze morte pullulano una quantità di saltimbanchi e ciarlatani culturali, moltiplicatori di «scienze» e di «linguaggi», di «avanguardie» inutili (non esistendo più «accademie» contro cui battersi), e proprio questi sono ritenuti - dai media - i Venerati Maestri. Figurarsi se quelli vogliono arrivare là dove pulsa la linfa vitale della cultura funzionale: perderebbero stipendi, cattedre, premi, seggi di senatori a vita. A scanso di querele, accennerò a due esempi un po’ datati.

I più giovani, per loro fortuna, non avranno mai sentito parlare di Roland Barthes: ma fu un «philosphe» molto seguito e alla moda una trentina d’anni fa. Quale cultura portava? Basta citare una delle frasi della sua lezione inaugurale al College de France: «La lingua non è ne reazionaria né progressista; è semplicemente fascista; perché il fascismo non è impedire di dire, ma obbligare a dire. Dal momento in cui è profferita, fosse anche nella profondità più intima del soggetto, la lingua entra al servizio del potere».

Questa frase è, puramente e semplicemente, insensata. Ma con quanta albagia e sicumera fu pronunciata! E quante tesi di laurea produsse! Altro esempio, Lacan.

Uno psicanalista semi-filosofo che poteva scrivere sentenze come questa: «Se la psicanalisi abita il linguaggio, non potrebbe senza alterarsi, misconoscerlo nel suo discorso». E’ inimmaginabile con quanto rispetto e compunzione frasi simili venivano accolte e commentate. C’è tutto un mondo che vuol considerare «cultura» solo l’oscurità e la difficoltà; che ci ha fatto entrare nell’epoca dove «cultura» è sinonimo di «noia», ma peggio, dove questa noia è rispettata in quanto «culturale».

Nei grandi giornali, le «pagine culturali» sono le pagine noiose. Alla TV, quando l’annunciatrice annuncia un «programma culturale», abbassa il tono, fa la faccia seria e appuntisce compunta le labbra come se stesse accompagnandoci a un funerale in chiesa. Tutta questa gente, che tratta la cultura come noia e funerale, ha potere oggi. Sono accademici, giornalisti, «opinion leader» di qualche tipo, oppure saltimbanchi promossi come tali dalla stampa, come Oliviero Toscani o Odifreddi.

E’ questa gente che, lo voglia o no, impedisce coi suoi  trucchi, divieti e tabù lo sfrondamento necessario, la necessaria separazione dell’essenziale dal superfluo e dal ciarlatanesco, quella che schiaccia i nostri studenti svogliati sotto i tomi e le specializzazioni.

Questi studenti provano a seguire corsi che per i nomi - «Scienze politiche» o «Scienze della comunicazione» - promettono ciò di cui sentono il bisogno loro: un po’ di cultura generale, una serie di categorie e concetti per capire il mondo. Non trovano nulla, e finiscono magari nelle feste rave. O comunque, privi di riferimenti che non siano i conformismi e i luoghi comuni dominanti, da cui credono per giunta di essere liberi.  Ne darò un solo esempio fra i tanti, per ragioni di spazio.

Nel mio pezzo su «Essere autentici prima di essere cristiani» (cioè: se non si è autentici umanamente, non si può nemmeno essere cristiani) citavo, come opera religiosa, il film Blade Runner.

Il lettore Mario ha scritto: «Quello che va notato a proposito di Blade Runner è che si tratta di un film tratto da un romanzo del 1968 di Philip K. Dick (1928-1982) intitolato ‘Do Androids Dream of Electric Sheep?’ vale a dire: ‘Ma gli androidi sognano pecore elettriche?’ e che il suo autore non disdegnava di ricorrere a discrete dosi di ‘acidi’, specialmente anfetamine, per eccitare l’immaginazione, causa per la quale alla fine morì. Era anche lui vittima di una moda compulsiva? Allora, dal ‘pattume’ può nascere una luce di speranza? Non ritengo che si debba tracciare un rigo sopra i ragazzi dei raduni ‘rave’». Eh no, caro Mario: non si può fare questa equazione «democratica».

Philip Dick era un rarissimo artista contemporaneo assillato dalla teologia e creatore di una teologia, il solo che abbia osato parlare dell’uomo come bisognoso d’immortalità, nel ventesimo secolo; un tormentato esploratore di luoghi in cui avanzava per primo e solo, senza vie tracciate. Uno che - come gli artisti autentici - si ammala in anticipo delle patologie del mondo umano, che le preconizza e le segnala, lanciando l’allarme. La parte essenziale e autentica dell’arte contemporanea è infatti questa: di essere un sintomo precoce.

Simili uomini sono in continuo pericolo; possono ricorrere a «conforti» chimici, nella loro solitudine profetica che li spaventa e li brucia; sono sciamani nell’epoca della secolarizzazione, profeti allucinati della rovina che attende i gaudenti e i consumisti, gli inautentici che siamo tutti. Non li si può giudicare come fai tu; soprattutto, non li si può mettere sullo stesso piano degli impasticcati alle feste «rave».

Questi possono farsi a morte di LSD, ma non riusciranno mai a scrivere «Androids». «Gli uomini non sono uguali», Mario. Ci sono uomini superiori, la cui caduta o i cui abisssi vanno guardati con l’orrore e la pietà con cui il coro greco assistè alla caduta di Edipo Re. La convenzione dell’uguaglianza ha cittadinanza solo nella democrazia politica, ma non nell’arte, nella cultura e nella profezia.

Oggi, la pretesa di estendere la «democrazia» dove non deve stare è uno dei problemi della cultura. E’ la confusione tra l’essenziale e il subordinato o il superfluo, tra il superiore e l’inferiore. Un esempio.

Giorni fa ho sentito alla radio Veltroni che parlava del suo programma: abolire leggi che ostacolano la produzione, le imprese, le opere pubbliche… Il giornalista, esponente della «cultura» vigente, lo interrompe e gli chiede: è a favore della fecondazione in vitro? O vorrebbe impedire che due genitori talassemici abbiano un figlio sano? «Per come mi pone la domanda, le dico: no», ha risposto Veltroni. Ma si capiva che era seccato.

Sono convinto che - se avesse potuto dire la verità - avrebbe detto: «Caro giornalista, la politica non si occupa di tutto. Può a malapena promettere che farà in modo che dallo studio preliminare per un’autostrada alla sua realizzazione non passino dodici anni ma solo tre, e già questo è difficile da realizzare. Si figuri se può garantire la soddisfazione di tutti i bisogni privati, la cura di tutte le infelicità personali di ciascun elettore, o men che meno il diritto alla felicità individuale di ognuno. Non confondiamo i piani: ho il massimo rispetto per le sofferenze dei genitori talassemici, ma ho
il dovere di dire che non è il mio campo. Il campo della politica è più modesto, è (al massimo) l’organizzazione dei mezzi della vita collettiva».

Perché Veltroni non ha potuto dire questa umile verità? Perché il giornalista Santalmassi gli aveva teso un tranello («Ti metto nei guai coi cattolici che militano nel tuo partito»), e se avesse risposto altrimenti avrebbe detto una cosa non progressista, non politicamente corretta, che i giornali avrebbero ripreso a suo danno.

Direte: che cosa c’entra in questo discorso sulla cultura vitale? C’entra eccome. Il giornalista ha fatto quello per cui è stato elevato a direttore: il guardiano dei «limiti del pensare» attuale; egli veglia che non si dica tutta la verità ma solo quella accettabile ai gruppi e alle lobby egemoni «culturalmente». Tutte queste lobby e gruppi che, quando si propone l’essenziale, pretendono il superfluo e il secondario; che rifiutano di dinstinguere tra priorità e no; che impediscono di sfrondare e semplificare il discorso, e di concentarsi sulle poche questioni vitali urgenti, che i mezzi limitati possono (e non è detto) risolvere.

Il «dibattito» è oggi così, nella cultura come nella politica. Scorza, e non linfa.


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Commenti : (47)
alberto
pisa , aprile 02, 2008 17:07

bellissismo articolo caro direttore. Urge davvero un recupero di una "cultura vitale", caratterizzata da entusiasmo e preparazione. Sintesi, sfrondare l'inutile e il superfluo, andare all'essenziale, come insegna la Vera Filosofia.
E la Vera Filosofia ci porterà verso il cielo, il divino, fino ai divini misteri del Cristianesimo, in cui ogni domanda troverà risposta nel silenzio metafisico che prepara all'Eterno...





timothy leary
firenze , aprile 02, 2008 17:13

tutte le culture della terra hanno sempre impiegato sostanze psichedeliche come strumenti per comprendere meglio la realtà e trovare risposte a domande spirituali. anche nella bibbia sono presenti numerosi riferimenti all'uso di funghi psilocibinici (la manna dal cielo). cosi' come buona parte degli artisti geniali hanno tratto ispirazione dalle loro esperienze "altrove", raggiunte spesso utilizzando reattivi chimici.


Andrea Carancini
Fabriano , aprile 02, 2008 17:16

un articolo molto interessante, da diffondere e meditare, specialmente la parte su Philip Dick, da additare al bigottume catto-tradizionalista.


marcello
siena , aprile 02, 2008 17:29

Troppo bello, direttore! La sua risposta a Mario chiarisce anche qual'è il nostro interesse, come popolo, in politica. Avere i migliori di noi al potere!! e non questa buffonata di "democrazia"! Inoltre la sua osservazione superfluo/essenziale è eccellente, ma sarà difficilissimo togliere dall'ipnosi collettiva il popolo bue.


michela
milano , aprile 02, 2008 18:59

Pur frequentando l'università e avendo appreso molte nozioni ne sono rimasta delusa in questi anni. Sotto alcuni punti di vista, credo che mi sia servito quello che ho scelto di studiare. Come linguista ad esempio, conosco Roland Barthes. L'altro giorno in radio sentivo parlare un DJ, che diceva di avere scritto un racconto sulla vita di un ragazzo e non riuscva a dare una esatta definizione di cosa fosse un romanzo picaresco. Io, sorridendo ho ripensato al lazarillo de tormes . L'università mi ha trasmesso del sapere. Il problema è che quel sapere in un paese come l'Italia non servirà a nulla perchè verrà scelto un DJ per scrivere un libro!Ho letto il commento del direttore a un ragazzo che chiedeva consiglio sul corso di studi da intraprendere. Imparare le lingue. Bello, giusto, l'ho scelto anche io spinta dall'amore per la materia. Ma l'unica opportunità realistica che ci verrà offerta sarà quella di emigrare. Perchè quì in Italia parlare di turismo(dato che di traduttori ci sono i madrelingua) è come parlare di un'utopia.
L'altro problema è che all'università(con la u minuscola) cercano di prolungare il più possibile il soggiorno degli studenti per incassare più rate.. vengono assegnate dispense e libri di studio ad hoc, per integrare stipendi già corposi. La quantità di materiale da studiare è sproporzionata rispetto al tempo che rimane agli studenti, dopo avere seguito innumerevoli corsi inutili.
Io sono convinta che si debba studiare a casa, sui libri, con calma e come si faceva nel vecchio ordinamento.Non che si debba andare ai corsi e poi ripetere a pappagallo quello che i professori hanno citato durante il corso. Ognuno dovrebbe potersi creare un proprio bagaglio culturale e capire la materia attraverso i libri, lo studio, la constanza e l'esercizio.



Davide
Romano d'Ezzelino , aprile 02, 2008 19:00

Caro Maurizio Blondet, sono rimasto sinceramente ammirato nel leggere questo tuo articolo e ti incoraggio a proseguire così.
Credo che la virtù che traspare di più da questo articolo è la fortezza, come sai essa è figlia, al pari della temperanza e della pazienza, di quelle maggiori Teologali, la frequentazione delle quali è stata per secoli inprescindibile per chiunque si accingesse a studiare " la vita" fosse egli operaio nella vigna del signore o accademico.
Tu, che mi sembra assomigli sempre più ad un Attilio Mordini dei nostri tempi sappi che in molti siamo con te.





mario
roma , aprile 02, 2008 19:39

Caro Blondet, esiste una droga giusta e una sbagliata? E' giusta l'anfetamina di Dick e la cocaina di D'Annunzio, è sbagliata la droga a gogò dei ragazzi del "rave"? Quando il risultato è una produzione letteraria straordinaria, allora l'uso della droga trova giustificazione? Posso anche essere d'accordo circa la validità del risultato, ma se proviamo a muoverci su un piano più alto, qual è allora la linea di demarcazione tra un santo che trova l'illuminazione attraverso il digiuno e la preghiera e uno sciamano imbottito di peyote?
Ho la massima considerazione per Philip Dick, ma la domanda che mi pongo è questa: se Lucifero si insinua nelle feste "rave" e corrompe i nostri giovani istigandoli al "non serviam", non potrebbe accadere la stessa cosa per chiunque altro faccia uso di sostanze allucinogene? Tu dici che Dick era "assillato dalla teologia e creatore di una teologia", io ti rispondo: come Lucifero, per caso? Per concludere, cerco di guardare i ragazzi "posseduti" dal "rave" con carità cristiana: non intendo giudicarli né condannarli, vorrei invece poterli aiutare, per questo nella seconda parte del mio post cui ti riferisci avevo parlato di San Francesco e dei sacerdoti d'oggi, molti dei quali rispondono all'appello del "non serviam".



michelangelo
roma , aprile 02, 2008 20:06

spettacoloso articolo
grazie



P.Danilo Scomparin, I.M.C.
Olbia , aprile 02, 2008 20:52

Gent.mo Direttore, Ortega y Gasset è stato anche uno dei miei preferiti quando avevo vent'anni, me lo sono dovuto leggere in spagnolo in quanto non era ancora tradotto in italiano, ho dovuto pure fare una sintesi per un seminario... Attilio Mordini citato dal precedente lettore diceva che si devono ricongiungere il culto, la cultura e la coltivazione. Sono d'accordo. Alberto di Pisa suggerisce la Vera Filosofia ed io aggiungo: riscoprire la via filosofica al cristianesimo. Facciamo ritornare la metafisica nelle scuole a partire dai 16 anni come lo era nei seminari fino agli anni 1955, poi il diluvio... Cordiali saluti ed un incoraggiamento per il suo lavoro. P.Danilo Scomparin. Olbia 2 aprile 2008.


TeneT
Pisa , aprile 02, 2008 20:58

La parte centrale dell'articolo andrebbe stampata a caratteri cubitali su milioni di volantini da diffondere, su tutto il territorio nazionale, tramite aerei d'alta quota. Leggendo le frasi di Roland Barthes e di Lancan ho riprovato emozioni che lo studio di gran parte del programma di filosofia del liceo (dall'idealismo tedesco in poi) mi ha suscitato: stupore e psichedelica perplessità.
A tutti i lettori giovani: concentratevi sulle materie scientifiche. Iscrivetevi alle facoltà di scienze o ingegneria. Se proprio non è il vostro campo studiate lingue, possibilmente orientali. Fate gli interpreti, i traduttori o gli insegnati di italiano in Cina, Giappone o Corea. Iscrivetevi a medicina solo se sentite una forte vocazione. Tutto il resto è un inganno. (soprattutto giurisprudenza....)



francesco
ascoli piceno , aprile 02, 2008 21:06

sono uno studente della facoltà di ingegegneria....bene direttore ha veramente ragione.
In 5 anni di corsi ho trovato su circa 30 esami solo 2 o 3 professori capaci di lasciare, alla fine dell'esame, quella che è forse la più grande eredita che si può avere, la voglia di approfondire individualmente al di fuori del contesto didattico quella materia.
Il resto: corsi ad hoc cuciti su squallidi dipendendenti pubblici o materie vuote, in cui l'unico scopo è un voto sul libretto ottenuto imparando a memoria formule dimenticate un minuto dopo.



Stefano Tevere
Torino , aprile 02, 2008 21:09

Rispondo al lettore che si firma "timothy leary":

Le sostanze psicotrope danno risposte a chi si pone domande e non ha ancora la forza necessaria per trovarle da se.
Agli altri non danno nulla di utile.
Il loro effetto non è democratico.



Sergio
Sassari , aprile 02, 2008 21:17

Ricordo il mio professore di Italiano al liceo, stava leggendo il testo di un comizio di D'Annunzio, che terminava con le seguenti parole: "...e tutto questo mentre la Patria dolora, travaglia, trambascia!".
Il professore era molto serio mentre leggeva queste parole, così come erano davvero compunti i miei compagni di classe, per il semplice fatto che non avevano nessun interesse per la lezione.
Io invece seguivo con attenzione, e con spirito critico feci l'unica cosa possibile, ascoltando quel tipo di prosa: mi misi a ridere di gusto!
"Dolora, travaglia, trambascia"?!? Quanto esibizionismo da parte del caro vecchio D'Annunzio in quell'altisonante elenco di sinonimi!
Naturalmente tutti i presenti mi guardarono attoniti: quell'autore è un classico, e quindi non meritava altro che una deferente disattenzione.
Si dovrebbe insegnare a tutti gli studenti la libertà di pensare che un testo è una "cagata pazzesca", anche se a firmarlo è un Autore con la "A" maiuscola, (dopo averlo studiato, si intende).
La cultura è morta quando si perde la capacità di criticare!
E poi ci meravigliamo se c'è ancora in giro gente che si beve la favola dell'11 settembre?
Ovviamente penseranno: "la versione ufficiale è vera, lo dice la TV!"



R.
Tokyo , aprile 02, 2008 22:47

Philip Dick assunse LSD solo una volta in vita sua. Come per molte persone sensibili, l'effetto dell'acido lisergico non fu dei migliori ("sono finito all'inferno e ci ho messo un milione di anni a strisciarne fuori")
Era però un gran consumatore di hashish, così com'è non è da escludere che nei vari ricoveri in ospedale psichiatrico gli siano state somministrate sostanze psicotrope di orgine "medica".
Si convertì al Cattolicesimo al secondo matrimonio, e convertì l'intera famiglia della sua seconda moglie, Ann.
Da rilevare che il suo Cattolicesimo, oltre che venato di convinzioni fortemente deliranti, fu bagnato costantemente dalla Gnosi, grande ossessione della vita di Dick.

Nonostante tutto, è impossibile negare il valore filosofico metafisico ed anche semplicemente umano dell'opera dickiana.

Per saperne di più, consiglio "io sono vivo e voi sete morti", Theoria. E' la biografia di Dick scritta dal francese Emmanuel Carrère.

R.



Riccardo
Chiavari , aprile 02, 2008 22:48

Due brevi notazioni.
La prima: l'invadenza di certi "guastatori culturali" è sempre stata subordinata a due fattori. In primis l'orbita ideologica. Per lunghi decenni tutto quanto emergeva dalla palude marxista, non importa quanto velleitarie e maldigerite fossero certe proposizioni, non poteva che essere trattato con degnazione e rispetto. In secondo luogo (e grazie al cielo)la permanenza in vita di questi Numi. Nel momento stesso che la vita fisica del Nume si estingue, e con essa la facoltà di far valere le proprie rendite di posizione, le proprie amicizie, le potenzialità ricattatorie etc., l'oblio cala su di essi in un battere di ciglio. Moravia è stato per decenni un tiranno della "cultura" italiana che ha potuto permettersi pressoché tutto. Dal decretare la morte civile di alcuni talenti rei di non partecipare del suo convivio ideologico all'imporre delle imbarazzanti nullità che pure tutti dovevano sbrodolare di lodi. Oggi i suoi libri non li leggono più neppure le casalinghe in menopausa.
Aspettiamo la falce anche per i superstiti.

La seconda: la scuola e l'insegnamento in genere non riescono a essere più coinvolgenti per la banalissima ragione che gli insegnanti hanno perso dimestichezza, anzi la nozione stessa, del "raccontare". Banali anche le cause. La generazione d'insegnanti attualmente in cattedra, se si esclude qualche vetusto barone universitario, è nata e cresciuta con la televisione non dissimilmente dai loro allievi. L'arte di "raccontare" è un qualcosa che si apprendeva per fascinazione ed emulazione. Interrotto il circuito è oltremodo arduo reinventarla.



Teorema di Van de Korput
Università di Niflheim , aprile 02, 2008 23:02

Il grado di cultura del mondo odierno è inversamente proporzionale al numero di telefonini e i-pod diffusi urbi et orbi.


MAX ARCHE'
ROMA , aprile 02, 2008 23:02

La cultura eleva lo spirito; per questo le cattedrali e i grandi edifici religiosi erano concepiti come opere d'arte :attraverso il bello la psiche captava emozioni, si innalzava, si avvicinava al senso del divino poiche' il divino è intrinsecamente bellezza ed opera d'arte velata di profondo mistero.Lo stupore dell'arte autentica stimolava la riflessione e la preghiera.Parimenti i principi delle signorie rinascimentali si circondavano di artisti e letterati e promuovevano l'arte intesa come elegante sfoggio di potenza.L'arte è potere sulla psiche. Il palazzo ducale era il luogo della meraviglia, il castello della signoria era il regno dello stupore.Il potere divino incanta, il potere umano cerca di incantare.E l'umile cittadino poteva essere fiero di servire Dio e il proprio Principe in citta' salotto come Mantova, Firenze, Pienza,Verona,Urbino. Oggi dov'è più l'arte? Dove si coltiva più appunto la cultura? Pittura, scultura ,architettura vengono usate maliziosamente per generare disorientamento tramite l'utilizzo del brutto spacciandolo per autentici capolavori.In realtà credendo che il brutto sia bello, grazie a combriccole di esperti pagati, si non si dà più il giusto valore anche alla vita.Anche lo sconcio Cattelan passa per artista con le sue insensate "opere".Di li' a pensare che l'aborto sia giusto e la droga un diritto il passo è breve.Urge l'opera di un Katéchon perche'disorientare le persone con arte finta fà parte del piano dei VENERABILI per generare confusione, divisione ,ignoranza debolezza. Divide et impera dicevano gli antichi romani. Complimenti per il bellissimo articolo dott. Blondet !.....e mi sono già procurato Blade Runner poichè non l'avevo mai visto !


chiara
... , aprile 02, 2008 23:16

Andrea Carancini, se Blondet non fosse la persona poliedrica, imprevedibile e "stupefacente" ;-) che è, non sarebbe seguito da tanti (come me) che religiosi proprio non sono.

Pure la fantascienza, legge... eh se non fossi sposata...
:D



Marco
Gallarate , aprile 02, 2008 23:53

parlando di scuola pubblica, anni fa, prima della caduta del muro, vado a Mosca e Leningrado, viaggetto inusuale per un adolescente, al rientro la prof. di GEOGRAFIA mi chiede giuliva "De Maria, com'era il muro??"


Alessandro
BO , aprile 03, 2008 00:33

Mi capitò di subire aggressioni verbali (quasi insulti) perché sono solito scrivere «sé stesso», anziché la forma senza accento.

Per simili inezie la gente si infervora. Simili inezie sono cultura, oggidí.

(Si noti che ho scritto «oggidí» con l'accento acuto sulla i, come trovo piú corretto fare, essendo questa vocale sempre chiusa. Vale lo stesso per «ú». Sono in attesa di insulti culturali.)



walter
... , aprile 03, 2008 03:05

caro blondet anche i suoi articoli sono una forma d'arte alla quale aggrapparsi in epoche non certo esaltanti come quella che stiamo vivendo.
Non vorrei le apparisse come una sviolinata ,ma ultimamante la trovo in splendida forma.
continui così.



affus
carpino , aprile 03, 2008 04:47

Facciamo il punto della situazione culturale .
La filosofia ha il compito di ricercare il vero razionale e non di porre domande di senso perché solo ciò che è davvero razionale ha un senso ,quindi la filosofia ha un compito apologetico nei confronti del vero e della retta ragione . La ragione è sempre oggettiva e universale, altrimenti non potrebbe essere oggetto di studio da parte della filosofia . Essa ha il compito di smascherare le ideologie e le psicologie umane e di insegnare il ragionamento logico - razionale che è sempre oggettivo . Il resto viene dal maligno . L’arte ha il compito di rappresentare il bello e il bene con gli strumenti a disposizione dell’artista,cioè con le sue capacità tecniche . Dove ci sono solo le capacità tecniche e non c’è rappresentazione del bello o del bene ,abbiamo l’artista pessimo in quanto il bene e il bello è sempre razionale,mentre il male tecnicamente ben rappresentato, è una contraddizione palese dell’arte .Possiamo avere l'artista , ma un artista immorale ! Posso scrivere un' opera d’arte per inneggiare a satana, ma ho lavorato per la negazione dell’arte e contro il fine dell’arte e, soprattutto, i valori che ho veicolato con l’arte sono falsi valori anche se tecnicamente bene rappresentati.
Le scienze psichiche,poi,ammesso che le vogliamo chiamare scienze,hanno il dovere tassativo di trovare a livello psicologico ciò che è oggettivo e ciò che è morale a livello personale : smascherare il falso moralismo esistenziale e costruire il vero o il giusto individuale ,senza fare a gara a demolire la norma e il divieto oggetivo che sono insite nell’essere umano o nella mente dell’ossesso psichico. Quindi costruire una morale oggettiva in chi non c’è l’ha ,ma ridimensionarla portandola nel giusto alveo in chi viene sopraffatto o schiacciato dal senso della colpa o dall’eccessivo senso morale . La scienza invece ha il dovere di trovare le soluzioni possibili per risolvere i problemi umani e dominare la natura, quindi deve permettere la crescita della vita umana e aiutarla a vivere meglio . Essa scopre i segreti infiniti nascosti nella natura se ne serve per dominare la natura e porla al servizio dell’uomo . Chi studia il diritto e la legge , in realtà studia la morale oggettiva, che poi deve applicare in una cultura particolare . Egli parte da norme oggettive per applicarle a situazioni molto particolari che abbiano un valore sociale . La religione ( la fede ) non va insegnata a scuola ma al suo posto va insegnata morale naturale base, e si valorizza molto il voto in condotta . La scuola dell’obbligo da gli strumenti base a tutti per conoscere la propria cultura e non deve formare scienziati . saluti.





Remigio Semprebon
Trebaseleghe , aprile 03, 2008 05:20


l'arte ormai e' del tutto mercificata, e' semplicemente un "prodotto"
che nasce e viene ideata gia' in partenza per essere venduta in una specifica
nicchia di mercato.

tutto il resto viene ahime' di conseguenza.



affus
carpino , aprile 03, 2008 05:35

Infatti la norma naturale viene prima del cristianesimo e non va confusa con la morale cristiana, anzi la morale cristiana apparentemente è in contraddizzione con la morale naturale perchè essa si rivolge solo a chi ha fede . Il fine dello Stato ora non è la salvezza e lo sviluppo della fede , ma il fine dello Stato è il bene comune, il quale viene salvagurdato solo dal rispetto della legge naturale .


Daniele
Udine , aprile 03, 2008 07:12

Grande Blondet!!!
Verissimo!
W il Bearzi, una delle migliori scuole professionali del Friuli! e lo dico io che sono ingegnere e che ho fatto il liceo!
La didattica del Bearzi è eccellente!

Consiglio ai giovani:
Imparate lingue! e studiate materie scientifiche! Bene!



Viandante
ovunque , aprile 03, 2008 08:07

Carissimo Direttore, francamente non la credevo lettore di Dick, involontariamente ha risposto ad una mia domanda, da tempo mi chiedevo, non avendo ricevuto io quella che verrebbe definita una educazione Cattolica, come conciliare la mia "svolta" con le mie basi...evidentemente si può. Forse chiedo troppo, ma mi piacerebbe davvero sapere cosa ne pensa di "a darkly scanner" libro che considero il capolavoro di Dick.
Con molta stima, ed un poco di stupore, A.M.



luce
Pistoia , aprile 03, 2008 08:10

Credo di poter testimoniare lo stato dell'insegnamento all'interno dell'università, insegnandoci da circa dieci anni in condizioni di precariato. L'università non produce cultura, ma è fatta per non far sapere.
Sono allergica alle semplificazioni, bisogna invece recuperare la complessità e insegnare a muoversi in essa.
La cultura? la cultura non è lo studio la cultura è il sapere della tradizione. Quando il contadino riconosceva le fasi lunari, e quindi seminava senza prontuari o manuali, sapeva riconoscere che tempo avrebbe fatto l'indomani dal veno dal volo degli uccelli, ricordo "le rondini volano basse, sta per piovere", non c'era bisogno delle previsioni del tempo. La cultura sono i ritornelli di saggezza popolare che metaforicamente veicolavano un sapere di esperienza millenaria. Hanno tolto alla gioventù la fatica di pensare fornendogli pensieri precostituiti e con risposte standardizate. La cultura l'hanno distrutta i signori della Cultura universitaria che hanno fatto credere a tutti che lo studio fatto di parole su parole svuotate dal loro significato e riempito da significati multipli fosse la cultura del futuro. Così facendo invece hanno prodotto persone che non sanno esprimere se stessi non sapendo il significato delle parole stesse. Siamo riusciti a produrre nuovi analfabeti con lo strumento del qualunquismo letterario. Così è nell'arte, nell'architettura nelle lettere nella politica. Il socialmente corretto non ti permette di dire Questo non è vero, bisogna invece dire per me dal mio punto di vista ciò non esprime pienamente il concetto. Insomma tutto diventa plausibile e chi chiede unicità nell'espressività semantica del linguaggio è messo all'indice.
Se un Politico alla vista della marcia dei monaci tibetani che protestavano, dice partecipato "mi è venuto in mente Forest Gump", bene signori allora siamo alla frutta, qui dobbiamo realizzare la contro rivoluzione culturale.
Ed a proposito della filosofia, a parte Severino Emanuele, che ammette di essere uno storico della filosofia e non un Filosofo, bontà sua che almeno una volta lo ha detto; la Filosofia è morta nel momento stesso che hanno ammazzato Dio. Signori ridiamo la parola ai pensieri o la nostra tradizione svanirà nel nulla.



francesca
la spezia , aprile 03, 2008 08:23

..parole sante, signor Blondet! E' di certo il mio editoriale preferito dopo "La vita è rischio, ragazzi"; quell'articolo è imbattibile!


Matteo
Roma , aprile 03, 2008 08:24

Epitaffio degnissimo sulla tomba d'ogni
sussulto antropocentrico che possa avere
sembianze "vitali".
___________________________
Il giornalista ha fatto quello per cui è stato elevato a direttore: il guardiano dei «limiti del pensare» attuale; egli veglia che non si dica tutta la verità ma solo quella accettabile ai gruppi e alle lobby egemoni «culturalmente». Tutte queste lobby e gruppi che, quando si propone l’essenziale, pretendono il superfluo e il secondario; che rifiutano di dinstinguere tra priorità e no; che impediscono di sfrondare e semplificare il discorso, e di concentarsi sulle poche questioni vitali urgenti, che i mezzi limitati possono (e non è detto) risolvere.
____________________________

l'umanità di oggi è incanalata culturalmente
nell'alveo cementizio di un canale di scolo, che conduce a cloaca.

Se non avrà la forza di straripare continuerà a scorrere melmosa verso il buio.



noé
Pavia , aprile 03, 2008 08:36

Dico che questo articolo di Blondet è bello ma non è efficace ai tempi odierni. Nessun uomo [democratico] potrà applicare cioò che ha scritto. Suggerisco invece la via più facile e sempre pronta: la Misericordia divina. Tramite Santa Faustina, il Signore ce l'ha data per questi tempi oscuri. Parlate della miseria dell'uomo e parlate della misericordia divina che non fa distinzione tra "il superiore e l'inferiore" giacché tutti sono inferiori e miseri. Questa via - la misericordia divina- vale più di mille lauree e mille articoli di questo genere.


Stefano
Vicenza , aprile 03, 2008 08:59

I suoi articoli di opinione sono sempre i migliori, Signor Blondet.

Solo, vorrei precisare che, ovviamente, nelle nostre università esistono comunque ancora molti professori in grado di appassionare alle varie discipline e molto più che degni insegnanti.

In particolare, frequentando proprio un corso di laurea in filosofia credo di poter dire che questo è uno dei pochi "settori" ove nonostante tutto gli studenti - e i professori - continuano a pensare. Magari "male", però pensano. E questo non avviene (ho frequentato anche ingegneria), checché se ne voglia dire, in altre facoltà quali economia, ingegneria, giurisprudenza o altre del settore "tecnico"...

Che per imparare molte cose sia necessaria la pratica nessun dubbio, ovviamente. Che la "teoria" sia inutile, però non è affatto vero... e so che lo sa anche lei, ma visti alcuni commenti dei lettori mi premeva di precisarlo.

Così, appunto come si diceva in testa al suo articolo, che la filosofia venga reintrodotta a tutti i livelli di insegnamento è senz'altro necessario... così com'è, però, necessario che i professori che la insegnino la facciano percepire come "necessaria" e "utile".



Enrico
Genova , aprile 03, 2008 09:02

Bellissimo articolo, bravo direttore.
Mi domando fino a quando saremo costretti a leggere articoli del genere solo su internet e non sulla carta stampata.
Mala tempora currunt.



giuseppe sartori
gubbio , aprile 03, 2008 09:42

vorrei segnalare un libro che,a proposito degli argomenti su esposti, trovo interessantissimo :
IBRAHIM ABULEISH
SEKEM
UN'INIZIATIVA BIODINAMICA CAMBIA IL VOLTO DEL DESERTO EGIZIANO
EDITRICE ANTROPOSOFICA MILANO



Giovanni
kirghisia , aprile 03, 2008 09:43

La "cultura" accademica attuale, dopo anni di faticoso studio, alla fine ci fa specializzare in quello che sappiamo fare peggio.. allontanandoci dalla visione generale (olistica direbbe qualcuno) di una data disciplina e soprattutto dalle interconnessioni esistenti tra diversi ambiti culturali, fino a qualche secolo fa esisteva il filosofo-scienziato, ora esiste solo il lacchè di turno.

D'altro canto questo è coerente (ossia è l'effetto) con il fatto che ad "insegnare" sono coloro che non hanno faticato sui libri, che godono di privilegi perchè sono parenti, amici o amanti di.. ed è quindi naturale che la linfa culturale vitale sparisca e ceda il posto al superfluo, all'inutilmente complesso, all'ultra-specialistico, al mediocre, al corrotto e poi al corruttore.
Basti pensare a quello che succede nel campo medico, dove si spendono miliardi (i cui profitti vanno alle solite lobby)
per curare gravi malattie distruggendo il sistema immunitario nella convinzione (il dogma!) che il paziente guarirà dagli effetti della malattia (cosa che cmq non avviene mai) e magari morirà x una banale influenza, senza nemmeno spendere un euro nella ricerca delle vere cause, o quei pochi coraggiosi che tentano di farlo (lo stesso ovviamente vale in altri campi) vengono additati come "eretici" da coloro che nuovamente dimostrano la loro barbara ignoranza, visto che eretico significa colui che sceglie un'altra via, diversa appunto dall'ortodossia culturale egemone.

La maggior parte degli ambiti culturali sono caratterizzati da questo comune denominatore, dove lo scambio sistematico delle cause di un dato problema con i suoi effetti è il dogma che nessuno si può permettere (o, peggio, non è più capace) di mettere in discussione, pena la scomunica, l'emarginazione, l'allontanamento dalla tanto ambita "carriera".

Se non sei disposto a venderti (ossia a prostituirti) con le tue idee, la tua intelligenza, la non affiliazione e quindi la non ricattabilità, diventi un pericolo per le varie lobby che ci governano: personalmente spero che la nostra patetica e compromessa cultura occidentale venga per lo meno re-innestata (come già avvenuto nel tanto bistrattato medioevo) dalla ben più coesa e vitale cultura araba, e forse è anche per questo che le solite lobby si accaniscono tanto contro di loro, invocando il solito ritornello della crociata cristiana.

Continui così.



Stefano
Roma , aprile 03, 2008 10:35

Ragazzi, non lasciamo che di uno così un giorno si dica: "Blondet, chi era costui?". Uno così lo vogliamo alla Pubblica Istruzione. Fate girare.


ADRIANO
VENEZIA , aprile 03, 2008 11:03

SED PEIORA PARANTUR...
temo che la stupidita' terminale sia innestata
a tal punto nelle nostre istituzioni (in minuscolo rigorosamente)da generare gravi rovine. La speranza in nuova linfa ideologica
e' cio che mi sovviene, e cio' che mi conforta e' che la Provvidenza agisca e permetta alle migliori menti di forare i conformismi dominanti. Che le doglie generino
un uomo onesto e amorevole.
Questo e' il mio appello agli italiani migliori, torniamo ad essere sale del mondo ed esempio di umanita' fattiva.



manno
italia , aprile 03, 2008 11:22

che dire?
ora mi metto a fare la voce fuori dal coro.
perche', io credo, non si puo' analizzare un sistema dal suo interno.
supponiamo che sia vero,
che osserviamo una decadenza culturale, sociale, politica...decadenza
allora domando: quando e' cominciata?
con la fine delle societa' tribali?
con l'uccisione di Socrate?
con la caduta dell'impero romano?
o con l'invenzione dell'orologio, con l'industrializzazione,la prima guerra mondiale, i campi di sterminio, le auto prese a rate, la televisione,o i telefonini?
forse la questione di fondo e' fuorviante;
dovremmo invece chiederci perche'...
si ritiene che mai nella storia una societa' abbia avuto cosi' tante risorse(materie prime, competenze,macchine,...) a disposizione; mai un accesso cosi' facile alle conoscenze; mai il pane quotidiano cosi' abbondante.
perche' il 'mondo moderno' non e' capace di creare il bello, di cogliere i buoni frutti del passato e metterli in atto, di osservare i mali frutti ed evitarli, di...



Roberto
Pontecagnano (SA) , aprile 03, 2008 11:32

Davvero un bellissimo articolo.
La proposta di una cultura viva, lontana dall'astratto accademismo della maggior parte dei filosofi e uomini "di cultura" degli ultimi secoli (e soprattutto del nostro tempo), che sappia esprimere con semplicità concetti attualissimi, mi fa venire in mente uno scrittore che amo molto, Nicolas Gomez Davila, di cui mi permetto di consigliare con entusiasmo la lettura.
Grazie.



Pino
Cassano , aprile 03, 2008 12:41

Un'appendice al volo al commento di Adriano di Venezia.
Da un po' di tempo a questa parte quando incontro una signora in stato interessante, sono solito pregare mentalmente:
"Dio mio fa' che quel bambino sia la felicità dei suoi genitori ma anche quella di questa povera Italia che aspetta quell'"uno" da troppi anni".



Andrea
Monza , aprile 03, 2008 12:55

Riportare la metafisica nell'educazione, come diceva il Dr. Schumacher in "Piccolo è bello". Insegnare ad essere esseri umani, prima che tecnici (che poi non si è, tra l'altro).
Saluti



alberto
pisa , aprile 03, 2008 14:06

pienamente d'accordo con Padre Danilo: "via filosofica al cristianesimo": purchè sia una filofia davvero metafisica ed iniziatica, non inutile verbalismo post-scolastico, o sentimentalismo modernista...


g.Sco
MILANO , aprile 04, 2008 00:41

Siamo ormai diventati totali schiavi della
sottocultura americana. Se una persona mi
chiedesse d'acchitto quali sono i maggiori
uomini di cultura espressi nella storia
degli USA risponderei Hemingway e Andy Wharol..Sul primo che comunque era nato come
giornalista forse non c'e' molto da dire anche
se Dante Goethe Shakespeare Victor Hugo
e tantissimi altri erano tutta un'altra cosa.
Il secondo era di fatto un fotografo che
colorava le sue foto. Pero' un certo messaggio di denuncia sociale c'e' comunque
dato il significato che egli stesso attribuiva alle proprie opere. Ma c'e' di
meglio nel mondo..anche islamico o atzeco o buddista.Poi si puo' pensare a Keruac -
Steibeck e tra i pittori Hopper che negli anni 30-40 mentre in Europa furoreggiavano
Picasso Matisse Dali' o De Chirico dipingeva forse per contrasto culturale quadri iper
realisti che ritraevano sperdute stazioni di servizio o i primordiali fast food.
E' assurdo che tutti noi europei ci siamo fatti colonizzare da questa gente..Per non
parlare del loro cinema sempre piu' insulso e basato solo su effettaci speciali.Poi i
loro registi hanno pure il coraggio di dirsi
ammiratori di Fellini...Purtroppo le ns università scientifiche ed economiche sono totalmente succubi di questa cultura di serie B.Le facoltà umanistiche sono destinate solo a
produrre disoccupati o sottocupati
nello stesso insegnamento al solo scopo di perpetuare la specie. Lasciai il celebre
Politecnico Milanese sia per motivi familiari ma soprattutto schifato da uno strano episodio a cui ho assistito ad uno dei tanti esami inutili cui si doveva essere sottoposti per ottenere il famigerato "pezzo di carta". Non faccio nomi e particolari ma le posso assicurare che il docente in questione ha fatto una davvero straordinaria carriera da me scoperta poco tempo fa su Wikipedia...



Gianfranco
Milano , aprile 04, 2008 11:05

Caro Blondet, il suo bellissimo articolo mi fornisce l'occasione per rivolgere a lei e a tutti i lettori una segnalazione su una cosiddetta "mostra" che - credo - al di là di ogni commento rivela lo stato ormai agonico raggiunto dalla nostra civiltà.
Visitando il sito: www.assodidatticamuseale.it del Civico Museo Di Storia Naturale Di Milano ed entrando nella sezione Mostre, si avrà il piacere di assistere a un'anteprima della seguente rassegna: STORIA NATURALE DELL'INNOMINABILE: LA CACCA.
Partendo da un percorso "minato" dove il visitatore dovrà schivare finte deiezioni di plastica, la mostra si snoda su 10 punti
così concepiti: IL CIBO E LA CACCA, PERCHE' SI FA LA CACCA, LA CACCA: COM'E',
CACCA E DISGUSTO, CACCA PER COMUNICARE, CACCA DA MANGIARE, ECC.ECC.
Se qualcuno non mi crede, è invitato a controllare.
Ora, a parte il fatto che un'iniziativa del genere può solamente essere il parto di un cervello malato, quello che stupisce è il constatare che simili idiozie siano supinamente accettate dalla gente, o addirittura trovate "divertenti e istruttive". Il tutto, ovviamente, perchè
spacciate come "divulgazione scientifica".
Mi piacerebbe conoscere il suo parere e quello degli altri lettori.



H.P. Lovecraft
pino torinese , aprile 05, 2008 13:36

Non capisco come si possa stroncare Lacan sulla base di una citazione.

Lo conosce Lacan, davvero?

Mi piacerebbe che Lei incontrasse Giacomo B. Contri, cattolicissimo ferventissimo quanto lei, eppure esponenete di punta del lacanismo italiano.

E sarei curiosissimo di sapere cosa vi direste...

love



Marco
Morbegno (Sondrio) , aprile 10, 2008 12:35

"Forse bisogna ricominciare da Socrate, là dove pulsava la linfa: e non per porre le stesse domande che poneva Socrate (urgenti ai suoi tempi), ma per porre quelle che ci assillano «oggi»"

Io credo invece che le domande, al di là di differenze del tutto superficiali, siano le medesime: proprio in ciò risiedono la forza e l'universalità del pensiero greco. Ed è per riscoprire questo sapere, tanto vetusto quanto profondo ed autentico, che una cultura di stampo umanistico si rivela indispensabile. Una cultura legata alla tradizione e tradizionale per sua stessa natura. Ecco che allora grecisti e latinisti, e studiosi veramente competenti nel campo della filosofia e delle belle lettere in genere, non risultano in nessun modo inutili od inattuali, ma, al contrario, imprescindibili. Imprescindibili per fondare su solide basi la nostra società ed il nostro confuso sentire moderno. Chi altri può parlare efficacemente al cuore dell'uomo? Chi può elevare le nostre vite ordinarie e banali a nuove sfere di consapevolezza? Chi può conferire un senso alle esperienze apparentemente insignificanti che quotidianamente viviamo?
Si prendano in considerazione i grandi del Medioevo e del Rinascimento, i grandi Santi e teologi - a cominciare da Sant'Agostino e San Girolamo -, i grandi Pontefici, i grandi filosofi ed i grandi filologi, i grandi poeti e scrittori, i grandi artisti.
Qual era la loro estrazione? Quali studi hanno contribuito a renderli uomini tanto sublimi? Non lasciamo che tre millenni di pensiero, di riflessione dell'uomo e sull'uomo, di spiritualità e di filosofia, di arte, vengano spazzati via dalla rozzezza imperante, dai falsi sapienti che vanno per la maggiore al giorno d'oggi.



alberto
pisa , aprile 12, 2008 20:46

ottimo marco, è davvero importante recuperare la classicità entro una "visio" cristiana cattolica.


H.P. Lovecraft
... , aprile 12, 2008 20:59

perché tiri in ballo il rinascimento?
che ne pensi di Marsilio Ficino? O di Alessandro VI?
Begli esempi di cristianità, vero?

aspetto ancora di sapere dal direttore cosa pensa del suo ex collega del Sabato Giacomo Contri, notissimo psicoanalista lacaniano, nonché cattolicissimo...

love




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