Letizia Moratti, sindaco di Milano ha vivacemente rimbeccato le critiche che Celentano aveva lanciato dal suo sito sui possibili scempi architettonici originati dalla frenesia di costruire per il prossimo Expo.
«
Non credo – ha detto la Moratti -
che Celentano abbia una competenza urbanistica tale da potersi permettere di fare critiche senza conoscere il progetto. Prima legga poi parli». Visti i precedenti «capolavori» urbanistici ed architettonici realizzati a Milano ed in Italia, le critiche preventive di Celentano non possono dirsi ingiustificate. Pare che la Moratti si sia lasciata sfuggire la battuta: «
Celentano? E’ meglio che canti».
Si tratta di una presa di posizione almeno incauta. Come ministro della Pubblica Istruzione la Moratti ha la responsabilità di aver completato la pessima riforma dell’Università iniziata da Berlinguer, quella riforma che va sotto il nome: tre + due.
La Moratti durante il precedente governo Berlusconi venne catapultata a capo del ministero della Pubblica Istruzione avendo alle spalle la più totale incompetenza dei problemi dell’Università e dell’istruzione in generale. Dal precedente governo di sinistra era stata avviata la riforma degli insegnamenti per introdurre le lauree brevi di tre anni. La spinta a introdurre questa innovazione veniva da alcuni Paesi europei, dove l’industria aveva bisogno di giovani con una preparazione limitata da completare dentro l’azienda.
In Italia la soluzione della laurea breve andava ad urtare contro il credo di sinistra dell’uguaglianza ad ogni costo. Non si poteva tollerare che alcuni giovani, quelli che sceglievano la laurea breve, venissero considerati di serie B rispetto a quelli della laurea completa. La soluzione di Berlinguer fu quella di mettere in comune i primi due anni di corso per entrambe le lauree, poi per la laurea breve un solo anno specialistico a scelta, mentre per la laurea normale altri tre anni. Politicamente sembrava la soluzione corretta.
Peccato che sorgeva un problema «tecnico» insolubile. Le materie di base da insegnare necessariamente nel biennio, non potevano avere lo stesso approfondimento per chi avesse scelto la laurea breve e chi quella completa. Infatti per le lauree brevi le materie di base dovevano essere più succinte mentre già nel biennio era necessario introdurre qualche insegnamento specialistico. I corsi già dal biennio per le due lauree dovevano essere distinti. Ma questo avrebbe comportato un maggior numero di professori, maggiori costi per lo Stato, maggiori problemi di convivenza tra i professori medesimi, notoriamente dedicati a beccarsi tra loro.
La soluzione che adottò Berlinguer e lo stuolo dei suoi consiglieri fu quella di fare corsi comuni al biennio, sia per chi avesse poi scelto il percorso della laurea breve, sia per chi invece quella normale. Questo costringeva a ridurre per tutti i programmi degli insegnamenti fondamentali, con la conseguenza che, volendo proseguire per la laurea normale, lo studente si trovava
a non possedere le conoscenze di base sufficienti. La Moratti arrivò proprio quando la riforma entrava in funzione.
Alcuni professori, anche di sinistra, chiesero un ripensamento, ma la Moratti, che aveva mantenuto il precedente stuolo di consulenti berlingueriani, proseguì imperterrita. La sua principale preoccupazione era quella di non suscitare un vespaio di proteste nell’università, notoriamente così rissosa ed incline a creare folcloristiche fiammate rivoluzionarie. E’ grazie a questo modo di «fare politica» che da una recente indagine internazionale la preparazione dei nostri studenti è risultata essere infima (pur riconoscendo all’ultimo ministro Fioroni un tentativo di invertire la tendenza).
Tutto questo come premessa per ricordare che Celentano non è ministro dei Lavori Pubblici, forse perché non è abbastanza incompetente in materia. Invece come cantautore egli ha proprio il compito di interpretare i pensieri e le aspettative della gente.
Quanto a competenze in fatto di urbanistica è opportuno ricordare che non si tratta di una scienza esatta, anche perché non si vogliono introdurre troppi strumenti matematici che renderebbero le scelte univoche, ma si vuole lasciare campo alle influenze di vario genere tra le quali molte inconfessabili.
Quanto alle competenze in fatto di Architettura credo che tutti sappiano come oggi esista un modo di costruire affidato prevalentemente a poche grandi firme. Queste esercitano una sorta di dittatura mediatica ispirata non dal favore del pubblico per le loro opere ma dalle loro potenti qualità istrioniche. Allora noi tutti vorremmo vedere i progetti prima che l’amministrazione li dichiari definitivi ed immodificabili. Vorremmo anche conoscere le motivazioni che hanno fatto scegliere quei progetti tra i tanti che si presume siano stati presentati.
Non si capisce perché questioni che sono per noi cittadini di vitale importanza vengano discusse e decise in ambiti ristretti mentre veniamo subissati da diluvi di argomentazioni politiche ed ideologiche, diluvi che dovrebbero certificare la vitalità della democrazia nella quale viviamo e che ci assicurano essere la migliore possibile.
Professor Raffaele Giovanelli
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