Sul Corriere della Sera del 1 maggio 2008, a pagina 47, è uscito un articolo firmato da Libeskind dal titolo: «
Libeskind: la mia torre ispirata al Duomo disegnato da Leonardo», dove il «grande» architetto, vista la brutta piega che prendeva il suo progetto di torre «tuffante» (detto benevolmente grattacielo «curvo»), ha scelto la strada di blandire i milanesi buttandola sul patetico.
Ancora un po’ e ci strapperà qualche lacrima essendo arrivato a dire che, avendo i suoi figli frequentato le scuole a Milano, tra loro parlano in italiano, e che: «
vivendo a Milano, mi immergevo … nelle vedute poetiche della città».
In coincidenza il suo collega Meier, vista la decisione del nuovo sindaco di Roma di sottoporre a referendum popolare il progetto di smontare e trasferire in periferia l’involucro indegno costruito attorno all’Ara Pacis, ha mandato a dire che è disposto a ridiscutere eventuali modifiche al suo «capolavoro».
Questa concessione viene ora quando il potere politico lo ha abbandonato.
Per anni aveva respinto con sdegno le critiche e le proposte di modificare il suo progetto.
L’ultimo articolo di Libeskind dimostra che la qualità degli attuali «grandi» architetti non è certo nel valore delle loro opere, che la gente sopporta sempre meno, ma nelle loro qualità di grandi istrioni, prima impegnati a sedurre i politici, poi, se questi si trovano in difficoltà per l’opinione pubblica contraria, intenti a cercare il dialogo diretto con il pubblico.
Questo passo è molto più difficile e viene percorso solo in extremis, appunto come in questi tempi.
Poiché l’articolo costituisce la prova provata di una architettura diventata istrionismo è interessante riportarlo integralmente e commentarlo parola per parola.
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Parla il progettista del grattacielo curvo: ‘Con questa opera voglio emancipare l’individuo e affermare il multiculturalismo’ ‘Da Filarete a Ponti, Milano guarda in alto’».
Commento:
Non siamo certi che Milano guardi in alto.
E’ fuori da ogni dubbio che il suo grattacielo (tuffante) guarda in basso.
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L’architettura è un’arte civica e in quanto tale, come tutte le arti, è espressione del pensiero creativo».
Commento: Ma essendo un’arte «civica» ha qualche obbligo in più.
Poi chi ha detto che certa architettura è arte?
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In una democrazia, l’architettura è il dischiudersi di possibilità inventive, culturali, sociali e funzionali conseguite con materiali sostenibili e proporzioni perfette, plasmate nella luce».
Commento: La democrazia viene utilizzata per «santificare» le scelte politiche.
Tuttavia non esageriamo!
Anche senza democrazia l’architettura ha fatto cose egregie.
Non si può dire che per quanto riguarda le proporzioni queste vengono accettate dai dogmi dell’architettura moderna.
Libeskind parla addirittura di proporzioni perfette.
Le Corbusier si inventò il modulor, un pasticcio in cui in pratica erano ammesse tutte la possibili proporzioni, cioè nessuna proporzione.
Alla fine lui ed i suoi allievi lo dimenticarono con sollievo dei teorici del modernismo.
Libeskind qui mente sapendo di mentire poiché egli conosce molto bene il rifiuto delle proporzioni, come il rifiuto della simmetria dell’architettura moderna.
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In un’epoca di globalizzazione, ho sempre cercato di resistere all’appiattimento e all’omogeneizzazione dell’architettura generata dal software del computer, cercando invece di concentrarmi sul modo in cui gli edifici possano diventare più umani, più individuali, istituire una relazione più fisiognomica con il loro contesto e diventare maggiormente parte di una comunità».
Commento: Questa è solo una pia intenzione.
Le sue opere lo smentiscono.
Il suo progetto per un megagrattacielo da erigere a New York al posto delle due torri (che poi erano sette) è una immensa guglia di vetro e acciaio che di umano ha ben poco.
Persino Fuksas lo ha criticato.
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Solo un’architettura realmente democratica può portare all’emancipazione dell’individuo e all’affermazione di una comunità multiculturale: sentimentalisti senz’anima e tecnicisti senza cuore non contribuiscono ad arricchire le nostre vite».
Commento: La democrazia non ha nulla a che vedere con una comunità multiculturale.
La Svizzera, di antica e solida democrazia non è multiculturale.
Una comunità multiculturale in realtà non è una comunità e quando si tenta di crearla difficilmente rimane unita; di solito si suddivide secondo le culture d’origine.
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Molti anni fa, mi trasferii dall’America a Milano, non per trovare un lavoro, ma per amore di questa città. Avevo iscritto i miei figli alle scuole pubbliche (tanto che spesso parlano ancora correntemente italiano tra loro!) e mia figlia nacque qui. Vivendo a Milano, mi immergevo nelle strade, nei cortili, nelle vedute poetiche della città, ne assorbivo la sua luce e ne sentivo la miriade di sottili inflessioni della vita di ogni giorno, che lasciavano e continuano tuttora a lasciare tracce su quella affascinante tela rappresentata dalla città e dai suoi abitanti».
Commento: Molte di quelle strade e cortili nel frattempo sono scomparsi proprio grazie agli architetti «moderni», tutti ben intenzionati a seguire le orme di Libeskind.
Le vedute poetiche includevano edifici il cui stile viene definito dai moderni vernacolare, una tendenza aborrita e considerata squalificante per l’architetto che anche parzialmente l’adottasse.
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Qualcuno potrebbe ritenere ironico che una persona proveniente dall’estero possa identificarsi così profondamente con una città. Credo tuttavia che quella mia esperienza di ‘straniero’ possa contribuire ad apportare nuovi contenuti per l’innovazione della cultura della città. In questo risiedono lo spirito e il carattere storico e metropolitano della cultura dell’Italia del Nord. L’identità di Milano come centro di una sua propria cultura è emblematica di Filarete e di Leonardo da Vinci, di Umberto Boccioni come di Aldo Rossi. La matericità del Castello Sforzesco, le ricerche scientifiche di Leonardo, le dinamiche di movimento di Boccioni e le sorprendenti e imprevedibili analogie di Rossi sono immancabilmente inscritte nei miei progetti per Milano».
Commento: Un architetto che segue rigorosamente i dettami dell’architettura moderna non può identificarsi con l’architettura del passato anche recente, pena la squalifica (come quella inflitta a Portoghesi).
Nei suoi progetti gli architetti che cita non possono essere iscritti per due ordini di motivi.
Gli architetti del passato, anche recente, sono interdetti per principio, quelli attuali sono tenuti lontani ed ignorati per motivi di concorrenza.
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A mio parere, l’architettura va ben oltre la tecnologia: ogni edificio è uno strumento per raccontare una storia, per parlare di altro oltre che di se stesso. In questo senso anche ogni mio edificio è una narrazione del passato e del futuro, alla ricerca continua del presente come continuità creativa nel tempo. Ma ancora di più, gli edifici sono incarnazione dei sogni e delle aspirazioni che formano non solo la dimensione ‘orizzontale’, ma anche quella ‘verticale’ della vita».
Commento: Tutto clamorosamente falso!
I suoi edifici, come la maggior parte dell’International style non narrano il passato per scelta ideologica preconcetta.
Costruire nel deserto è come costruire in alta montagna.
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In queste dimensioni culturali che racchiudono il cuore umanistico della città devono risuonare la varietà e la creatività dell’anima contemporanea. Quale altra città al mondo avrebbe potuto risvegliare il cuore di Marinetti e commuovere l’anima di Sant'Agostino? Quella è la ‘porta aperta’ di Milano, quella è ciò che la rende metropoli d’Europa e del mondo e che la rende degna sede dell’Expo».
Commento: Qui l’intenzione di accattivarsi la pubblica opinione è così scoperta da arrivare al patetico.
Purtroppo la Milano di oggi è piuttosto decaduta per quanto riguarda cultura, pensiero ed industria.
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CityLife è uno sviluppo dell’ex quartiere Fiera Milano ricco di immaginazione e insieme pragmatico: celebra la magnifica città giardino sostenibile del XXI secolo promuovendo un nuovo stile di vita cittadino dove lavoro, abitazione, cultura, tempo libero e natura convivono armonicamente. In questo contesto, la forma della torre da me progettata ha come obiettivo una
riduzione del consumo energetico, con la sua curvatura in grado di farsi ombra da sola. Inoltre l’uso organico dei materiali, la loro robustezza e la cura nell’esecuzione confermeranno quei criteri che sono stati da sempre la firma dell’architettura di Milano nel corso di quasi due millenni. Lo stesso vale per le residenze e per il museo, e per ogni costruzione di questo luogo
unico che sarà CityLife».
Commento: Non sappiamo se della vecchia Fiera si salveranno almeno gli edifici d’ingresso della porta Domodossola, come si sarebbero potuti salvare nell’area dell’ex Alfa Romeo gli edifici direzionali prospicienti Piazzale Accursio (credo dell’architetto Giò Ponti). Dai progetti presentati in rete è difficile decifrare questo particolare.
Invece dopo tanto parlare di cuore umanistico della città si distrugge tutto, anche ciò che può essere mantenuto senza disturbare le nuove costruzioni.
Gli edifici di porta Domodossola, i più antichi della Fiera di Milano
«Ma la curvatura della torre ha ben altra identità, ispirandosi al progetto della cupola proposta da Leonardo per la copertura d
el tiburio dell’erigendo Duomo di Milano. Ogni torre di CityLife, unica in sé, è infatti in relazione con le altre secondo uno schema armonico che si rifà a quel progetto. Questa cupola non fu mai realizzata, ma non per questo deve essere intesa come un banale riferimento ad un progetto del passato. La cupola nel suo profondo significato, è la visione architettonica che trasforma, contemperandola, la tradizione medievale e religiosa in quella rinascimentale e umanistica. Così Leonardo ci svela - anche se in un progetto non realizzato - un modo di progredire dando al futuro una ‘intelaiatura’ del passato e instillando contemporaneamente nel passato una possibilità inattesa e senza precedenti. Nulla di meno ci si aspetta da Milano che avrà uno skyline unico e originale come in nessun’altra città del mondo!».
Commento: Che la torre tuffante volesse imitare una cupola è cosa ben difficile da far comprendere alla gente.
Forse, nella dannata ipotesi che sia realizzata, sarà bene apporre sotto una grande scritta: La torre non si tuffa ma vuole imitare una semicupola addirittura di Leonardo.
Si prega il pubblico di non ridere!
Ma anche questa è una bugia.
L’architettura moderna vieta riferimenti al passato, pena la scomunica.
Allora è una bugia inventata per ammorbidire l’ostilità dei milanesi.
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Milano assume significati diversi a seconda dell’altezza dei suoi edifici, così le torri partecipano ad una ricchezza tridimensionale della città. La caratteristica unica delle Torri di CityLife sta nell’essere un continuum con la storia delle torri milanesi, da quella del Filarete, a quella di Gio Ponti e di Ernesto Nathan Rogers».
Commento: La torre del Filarete in realtà è una ricostruzione, quasi a fantasia, operata da Luca Beltrami, l’architetto che ha dato a Milano una fisionomia dignitosa e rispettosa della tradizione.
Le torri sbilenche, tuffanti e con le stampelle non si capisce che cosa abbiano in comune con Gio Ponti e tantomeno con Rogers.
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La differenza tra Milano e le altre città europee è che ogni torre di Milano è plasmata da un’ idea anziché da una tipologia.
La città mantiene infatti la sua memoria non nelle immagini conservate nei suoi archivi, ma negli spazi reali il cui genius loci non si può sostituire. Il progetto per la torre curva solleva la superficie dell’ex Fiera e la porta verso l’alto unificandola in una composizione fatta di ecologia, storia e innovazione: una Torre che anche il Time Magazine ha definito come una delle più innovative da anni. Il confronto sull’architettura di Milano per sostenere le alte ambizioni dei milanesi ha bisogno di essere fondato su un aperto spirito di dialogo: le forti emozioni suscitate da questo dibattito danno prova di come tutti amino Milano. CityLife e gli altri nuovi progetti sono un autentico esempio della continuità dello spirito e della poesia di Milano, nonché dell’opera degli architetti contemporanei che vi hanno lavorato, come Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Massimiliano Fuksas e Renzo Piano».
Pare che non sia stato dimenticato nessuno dei «grandi» architetti italiani vivi o defunti, con l’ovvia ragione di cercare di tenerseli buoni e in modo che non si schierino con chi protesta.
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L'Expo è la grande opportunità per cittadini, politici, architetti, designer e per il mondo degli affari di poter collaborare insieme per una società civile del XXI secolo. E sono certo che questa straordinaria opportunità a Milano non andrà sprecata».
(Libeskind Daniel - Pagina 47 - 1 maggio 2008) - Corriere della Sera)
Conclusione
Libeskind insiste a lungo sul ruolo fondamentale della democrazia per avere una buona architettura. Purtroppo anche in questo caso la storia lo smentisce.
La Roma governata dai Papi non era un esempio di democrazia, ma al contrario quello di un governo autoritario, fondato su una dittatura politica sostenuta da una concezione teocratica della società.
Ebbene pochi possono mettere in dubbio la grandezza dell’architettura di Roma dal medioevo all’arrivo dei piemontesi.
Persino nella Grecia antica la grandezza nell’architettura sarà grande con Pericle, una specie di Principe autocrate.
Poi riprenderà con Alessandro Magno ed i suoi eredi altrettanto despoti.
Non dimentichiamo poi la Roma antica della quale sono ben pochi i monumenti rimasti del periodo repubblicano.
Infine guardiamo le città italiane dove i monumenti del periodo democratico sono ben misera cosa se confrontati con il trionfo esploso negli anni delle signorie.
La Francia al tempo dei re e di Napoleone non brillò per democrazia ma ebbe una grande architettura.
Lo stesso dicasi per la Spagna.
Per i tedeschi di Germania le cose sono un po’ diverse; con la democrazia o con la dittatura non riusciranno mai a creare un grande architettura.
Gli inglesi con tutta la loro democrazia riuscirono solo ad imitare un po’ il resto d’Europa.
Infine vogliamo vedere come è fatta questa democrazia di cui parla Libeskind.
Non è forse la dittatura del grande capitale?
Le loro elezioni non dipendono un po’ troppo dalla raccolta di fondi per il candidato prescelto
dagli interessi del solito grande capitale?
E poi non è forse vero che il grande Wright è stato messo un po’ da parte per preferirgli gli esuli del Bauhaus, un edificio più simile ad una conigliera con tanto di grate?
Il messaggio da lanciare agli speculatori di CityLife: vi autorizziamo a lucrare anche più del lecito, fate tutte le porcate che potete, ma per grazia di Dio mettete da parte i vari Libeskind.
Lasciate che noi, i nostri figli ed i nostri nipoti non veniamo annichiliti da tanta ignominia dalla quale molti si salvano non vedendo grazie alla droga o ubriacandosi con la guida di mezzi veloci.
I Signori delle città italiane, lucravano, derubavano e qualche volta affamavano il popolo, ma non gli imponevano il tormento del brutto; almeno quello glielo risparmiavano.
Professor Raffaele Giovanelli
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