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Le carte più segrete di Mussolini

Alberto Bertotto    20 maggio 2008
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Del fantomatico carteggio Churchill-Mussolini, l’insieme dei contatti diplomatici segreti intercorsi tra Italia e Inghilterra subito prima e durante la seconda guerra mondiale, ne ha parlato recentemente Fabio Andriola quando ha dato alle stampe il suo pregevole ultimo saggio intitolato «Carteggio segreto. Churchill Mussolini» (Sugarco Edizioni, 2007).
L’Andriola non ha, tuttavia, enfatizzato un particolare importante che merita di essere ripreso, sottolineato e riletto alla luce di altre conoscenze già acquisite e di nuove intriganti testimonianze fresche di giornata.

In un bel libro di accalorate memorie, «Il chiodo a tre punte», pubblicato nel 2003 da Gianni Iuculano Editore, la oggi ottantacinquenne Elena Curti, una figlia naturale di Mussolini, ha scritto: «Mussolini salì sull’autoblinda a Menaggio (ore sei del 27 aprile 1945) senza mai abbandonare una busta di pelle marrone di un 25-28 centimetri per 18 circa che teneva tra le mani. Una volta seduto, si mise la busta sulle ginocchia e vi appoggiò sopra le mani con fare possessivo. Mi guardava: ‘Qui ci sono dei documenti di estrema importanza. Qui c’è la verità di come sono andate le cose e chi sono i veri responsabili della guerra. Non solo gli italiani, ma soprattutto gli inglesi e gli americani devono saperlo e tutto il mondo si sorprenderà’».
«Mi affrontava come al solito, ponendo il tema direttamente, senza preamboli. Spesso mi sono domandata che cosa mi avrebbe risposto se gli avessi chiesto spiegazioni. Forse sapremmo qualcosa di più su quei fantomatici documenti di cui si è tanto parlato, forse sapremmo in che consisteva la ‘verità’. Quando il Duce scese dalla blindo, vestito da sottoufficiale della Luftwaffe (FLAK), portava la busta di pelle con sé. Le sue dimensioni gli permettevano di nasconderla sotto la giacca».

Nel 1995 il noto giornalista-scrittore Raffaello Uboldi ha dato molta importanza a queste parole.
Gli erano state riferite dalla signora Curti nel corso di una lunga intervista telefonica.
Il che lo ha indotto a scrivere un articolo, «Quella busta che mio padre teneva stretta», pubblicato il 17 settembre su un quotidiano milanese.
Era la seconda volta che si parlava sulla carta stampata, con una dovizia di dettagli, del contenuto del piccolo involucro marrone conservato con religiosa cura da Mussolini in fuga verso il Ridotto Alpino Repubblicano: la Valtellina (già in precedenza Elena Curti, prima degli anni sessanta, aveva detto le stesse cose ad un’altra testata giornalistica) (E. Curti, comunicazione personale). Accompagnato dalla Curti e da altri devoti in camicia nera, il Duce voleva consumare, tra i picchi innevati delle alpi, il virile ed agognato olocausto redentore, un sudario di ferro e fuoco che Alessandro Pavolini, il segretario del Partito Fascista Repubblicano, aveva da tempo simbolicamente iconizzato (V. Podda, «Morire con il sole in faccia», Ritter, 2005).

Ha scritto Asvero Gravelli («Mussolini aneddotico», Latinità, s. d.), riferendo un fatto accaduto nella Prefettura di Milano alla fine di aprile del 1945: «Mussolini sollevò lo sguardo su di me che gli stavo di fronte, lentamente portò la mano sinistra sulla parte destra interna della giubba, ne estrasse un pacchetto di carte, legato, e protendendolo verso di me, esclamò: ‘Gravelli! Bisogna resistere ancora un mese: ho tanto in mano da vincere la pace. Combatteremo e moriremo bene, se necessario, ma ricordatevi (e qui scandì le parole sillabando) ho tanto in mano da giocare la pace’».

Come è risaputo, Mussolini è stato arrestato alle tre del pomeriggio (27 aprile del 1945) sulla piazza di Dongo dai partigiani della 52° Brigata Garibaldi, una formazione di «ribelli» male in arnese che operava sui monti della Tremezzina (provincia di Como).
L’esecutore materiale dell’arresto è stato Urbano Lazzaro, il patriota Bill, un ex finaniziere con simpatie monarchico- badogliane.
Ha affermato il Lazzaro, allora vicecomissario politico della 52° Brigata garibaldina: «Al momento dell’arresto il Duce indossava un cappotto militare tedesco, la camicia nera, pantaloni alla cavallerizza e gli stivali. Non aveva la giacca» («Il compagno Bill», SEI, 1989).
L’attendente di Mussolini, Pietro Carradori, ha asserito che: «Il capo del fascismo repubblicano, quando è salito sul camion militare dei tedeschi, vestiva il cappotto da sottoufficiale della FLAK  sopra alla solita divisa di panno grigio-verde senza gradi e distintivi. Io stesso l’ho aiutato ad indossare il pastrano dei nazisti sopra la giacca » (Luciano Garibaldi, «Vita col Duce», EFFEDIEFFE, 2001).
La Curti, avendo assistito alla scena, ha confermato le parole inequivocabili del fedele e fidato attendente del Duce (E. Curti, comunicazione personale).
I finanzieri della casermetta di Germasino, in cui il dittatore era stato trasferito per maggior sicurezza, hanno ripetutamente dichiarato che in quei momenti Mussolini sentiva freddo.
Una sensazione che sarebbe stata di certo acuita dal fatto di essere senza la giacca,
un abbigliamento parziale che le Guardie di Finanza non avrebbero mancato di segnalare se il Duce non avesse realmente indossato quel capo di vestiario (A. Zanella. «L’ora di Dongo», Rusconi, 1993).

Nella notte tra il 27 ed il 28 aprile Mussolini è stato coartatamente rinchiuso nella casa dei contadini De Maria, una disadorna magione rurale situata a Bonzanigo, un borgo appartenente al comune di Mezzegra.
Lia De Maria ha detto che in quella circostanza il leader fascita calzava la divisa militare, il che sottointende una vestizione completa, giubba inclusa (A. Zanella, opera citata).
Walter Audisio, il colonnello Valerio, se vogliamo dar credito alla sua controversa e raffazzonata ricostruzione dei fatti (Giorgio Pisanò, «Gli ultimi cinque secondi di Mussolini», Il Saggiatore, 2004), ha più volte dichiarato che davanti al cancello di villa Belmonte (Giulino di Mezzegra, un paese anni addietro rinomato per la bontà del suo pane), il dittatore indossava, prima di essere fucilato, l’uniforme da Caporale d’Onore della Milizia ed un pastrano militare di color ruggine
(«In nome del popolo italiano», Edizioni Teti, 1975).
In un opuscolo divulgato nel 1951 dalla propaganda comunista viene ricostruito il calvario mussoliniano, cioè le tappe che lo hanno portato da Dongo al celeberrimo cancello di villa Belmonte.
Più fotogrammi mostrano che il Duce indossa la giacca della divisa d’ordinanza. (AA. VV., «Dongo. Ultimo atto di un dramma», Nuova Edizioni, Distribuzione A. G. Marco Film, Milano, 1951).
U. Lazzaro (Bill), rimarcando con oculata astuzia maliziosa la mancanza della giacca, ha voluto distogliere l’attenzione dalla busta di pelle marrone contenuta in una tasca interna di quell’indumento.

Dice la Curti: «La busta è stata consegnata da un Duce riluttante a Pier Luigi Bellini delle Stelle (Pedro), il comandante della 52° Brigata Garibaldi, quando il capo garibaldino ha perquisito l’illustre prigioniero nel Municipio di Dongo» (E. Curti, Comunicazione personale).
Le affermazioni della Curti sono state confermate dalle immagini di una trasmissione televisiva andata in onda su Rai-tre nell’inverno del 2006.
Pedro ha sempre volutamente omesso di menzionare l’avvenuta consegna di documenti posseduti dal capo del fascismo e da lui riposti nelle tasche della montura che aveva addosso al momento dell’arresto (P.L. Bellini delle Stelle, U. Lazzaro, «Dongo: Ultimo atto», Mondadori, 1962).
Il silenzio reticente di Pedro, i cui sentimenti erano filosabaudi, fa paio con i meschini sotterfugi depistanti del suo sottoposto Bill (U. Lazzaro).
Costui, nel primo dopo guerra, ha per anni sbarcato il lunario, lucrando sui fatti di Dongo che l’avevano visto come uno dei principali attori protagonisti.

U. Lazzaro nel suo libro intitolato «L’oro di Dongo», Mondadori, 1998, afferma: «Riecco la pubblicitaria Elena Curti (21 maggio, 1957): dichiara alla Corte che nelle carceri di Dongo fu violentata da ‘Bill’. C’è improvviso silenzio e stupore nell’aula: il presidente, il Pubblico ministero, i giurati, perfino l’avvocato Bovio (il difensore di ‘Bill’) mi guardano, studiano la mia reazione. Io sono lì a bocca aperta. Ma cosa dice quella strega? Seduto davanti a me, l’avvocato Polcaro, della difesa comunista, esclama vittorioso: ‘Finalmente il giglio è caduto nel fango’. Incapace, sul momento, di parola, faccio capire all’avvocato Bovio che io non ne so proprio niente. Intanto il presidente chiede alla Curti: ‘Riconoscerebbe il suo violentatore se lo rivedesse?’. ‘Certamente’ risponde la donna. Il presidente, volgendosi a me: ‘Signor Lazzaro, venga qua’. Salgo sul pretorio e vado a pormi davanti alla Curti. ‘Lo riconosce?’ chiede il presidente. La Curti mi guarda attenta, poi esclama stupita: ‘Ma questo non è il partigiano Bill’. Intervengo io deciso: ‘Io sono il partigiano ‘Bill’, signorina. Sono stato io ad usarle violenza?’. Contrita, adesso risponde: ‘No, quello era più piccolo, più massiccio, aveva capelli neri e carnagione scura. No, non è questo signore’. Il presidente ci congeda entrambi. Scendendo dal pretorio, proprio all’avvocato Polcaro, d’impulso, gli mostro la lingua. Subito l’avvocato protesta con il presidente per la mia mancanza di rispetto».

Queste frasi del Lazzaro stonano con quanto da lui in precedenza asserito per iscritto: «Fatta prigioniera, pur essendo stata maltrattata, (la Curti) non subì sevizie, fu condotta nella caserma dei carabinieri di Dongo e ivi restò dal 27 aprile al 10 maggio».
Il che non lo fa desistere dal raccontare bugie perché in un’altra pagina del libro scrive con rinnovata solerzia e con blasfema sicumera: «Del tutto inaspettata si ripresenta alla Corte Elena Curti (7 giugno, 1957); comunica che è andata a Dongo ad indagare ed ha visto e riconosciuto colui che la violentò nelle carceri: Giuseppe Negri di Dongo. Aggiunge che, per unanime consenso, ‘Bill’ fu l’unico partigiano a comportarsi con rispetto ed umanità con i prigionieri fascisti di Dongo (da notare l’autocompiacimento)».
La Curti, da me interpellata personalmente, ha smentito recisamente le affermazioni del Lazzaro. Bill ha dimostrato anche in questa istanza di quale pasta fosse fatto.
Elena mi ha detto che la sua testimonianza al processo di Padova può essere reperita, basta consultare gli atti processuali depositati presso l’Archivio di Stato patavino.

Il comissario politico comunista della 52° Brigata Garibaldi, Michele Moretti (nome di battaglia Pietro Gatti), ha  tacciato pubblicamente Bill e Pedro di essere dei meschini bugiardi opportunisti. Due intrallazzatori che s’approfittavano, per puro tornaconto personale, della falsa ed effimera notorietà casualmente derivatagli dalla sfortunata conclusione della tragica vicenda mussoliniana. Finita l’insurruzione, la coppia di ex patrioti viveva in alberghi di lusso (l’Hotel Barchetta di Como), pagando conti salati con i soldi che aveva confiscato ai gerarchi fascisti catturati a Musso e poi brutalmente fucilati senza processo sul lungo lago di Dongo (G. Perretta, «Dongo 28 Aprile», La verità, Actac, 1990).
Il Bellini delle Stelle ed il Lazzaro hanno ricevuto regali in oro (costosi orologi) da agenti dei servizi segreti degli alleati con cui da tempo collaboravano.
Probabilmente certe loro delazioni hanno consentito ad imprecisati killer di uccidere Mussolini, impedendo che fosse consegnato vivo e processato dagli angloamericani (M. Di Belmonte, «L’assassinio di Benito Mussolini», Reperibile per via telematica, 2008, fncrsi.altervista.org ).
Il conte Pier Luigi Bellini delle Stelle non ha mai voluto chiarire, nelle poche interviste da lui rilasciate nel periodo postbellico, i lati oscuri che da sempre circondano la fine cruenta di Mussolini.
La scarsa disponibilità dimostrata nei confronti dell’opinione pubblica è, infatti, diventata, agli occhi della gente, una farsa grottescamente proverbiale.
In modo indiretto non ha fatto altro che avallare le lacunose e fuorvianti affermazioni del colonnello Valerio del quale, a parole, diceva, dissenziente, di non volersi fidare.
Secondo Pedro l’Audisio era animato da principi omicidi che il partigiano di nobile casato non condivideva affatto.
Tuttavia non si è adoperato in alcuna maniera per contrastarli sul campo operativamente.

Se il Duce è morto come è morto è anche per colpa dell’omertoso capo garibaldino il cui comportamento ha, in realtà, ben poco di quello che dovrebbero avere coloro che ostentano l’aristocratico blasone di cui si fregia con vanto la sua stirpe (F. Andriola, «Appuntamento sul lago», Sugarco Edizioni, 1990).
Oltre a schermirsi, Pedro ha sempre scaricato su Luigi Canali (il capitano Neri) le non poche responsabilità che si era assunto quando i partigiani ai suoi comandi avevano fermato a Musso la «Colonna Mussolini» diretta in Valtellina.
E’ stato un comodo ripiego perché il Neri, il deus ex machina di tutto l’affaire Mussolini, è morto, per mano comunista, nel maggio del 1945.
Essendo un compagno non ortodosso, il Neri si era adoperato per impedire che «L’oro di Dongo» (U. Lazzaro. opera citata) finisse indebitamente nelle casse del PCI.
Un’operazione che Dante Gorreri, il capo della federazione bolscevica di Como, ha potuto portare a termine solo dopo l’eliminazione fisica del Canali restio ad accettare, senza discutere, i diktat imperativi imposti dal partito comunista  (F. Giannantoni. « ‘Gianna’ e ‘Neri’: Vita e morte di due partigiani comunisti», Mursia, 1992; F. Giannantoni, G. Cavalleri. « ‘Gianna’ e ‘Neri’ » fra speculazioni e silenzi», Arterigere, 2002).

Era il legalitario capitano Neri, in collegamento con gli inglesi (L. Garibaldi, «La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci?» Ares, 2002), e non Pedro (contava poco), a voler consegnare il Duce agli angloamericani.
Il che era stato stabilito dagli accordi firmati a Cassibile («Armistizio corto», 3 settembre del 1943) dal governo esarchico italiano, presieduto da Ivanoe Bonomi, e dai rappresentanti degli alleati invasori o liberatori, se si preferisce usare un termine «alternativo».
Una velleità utopica che si scontrava frontalmente con la feroce volontà dei fazzoletti rossi i quali consideravano la Russia, avendo il mito dei Kolchoz e dei Gulag, come se fosse «La Patria delle Patrie» dove «Brilla il sol dell’avvenir» (F. Bandini. «Vita e morte segreta di Mussolini», Mondadori, 1978).
Il leader filorusso Palmiro Togliatti scorazzava, infatti, per l’Italia liberata con la rubanska grigioazzurra dei contadini ucraini e sbandierava ai quattro venti la sua ambiziosa qualifica di pacioso filologo umanista.
Non si esentava, tuttavia, dallo sgolarsi, dai microfoni di Radio Bari, per reclamare con veemenza la convenuta scannatura di Mussolini.
Nel fare ciò rispettava alla lettera gli ordini provenienti dall’imperialista Komintern moscovita diretto egemonicamente dal sanguinario despota georgiano Joseph Stalin (M. Caprara, «Quando le botteghe erano oscure», Il Saggiatore, 1997).

La sentenza di morte pendente sulla testa del Duce era condivisa dagli azionisti di Leo Valiani e dai socialisti di Sandro Pertini, due esponenti politici di spicco che, unitamente al marxista Luigi Longo, impersonavano il nocciolo duro del fronte resistenziale milanese.
Essi operavano in clandestinità nell’Italia del nord governata dalla Repubblica di Mussolini.
E’ stato il CNLAI (Comitato Nazionale di Liberazione Alta Italia) ad impartire l’ordine mortifero di uccidere il Neri ((R. Festorazzi, «La gladio rossa e l’oro di Dongo», Il Minatauro, 2005). Un’ordinanza letale emanata da un ben protetto e colluso rifugio conventuale (U. Lazzaro, «Dongo mezzo secolo di vergogne», Mondadori, 1997).
La Curti, imprigionata nella caserma dei Carabinieri di Dongo, aveva incaricato Bill di dire al Neri che voleva riavere la sua borsa contenente 70.000 lire (diversi stipendi accumulati) per poter far fronte ad alcune spese impellenti.
Il cinico U. Lazzaro, ridendo sarcasticamente, ha risposto: «Ma quello (il Neri) non c’è più, è andato in Svizzera senza le scarpe» (E. Curti, comunicazione personale).
La frase dimostra di che pasta fosse fatto il vicecommisario politico della 52° Brigata Garibaldi.
Si tratta di un individuo sprezzante a cui non stava a cuore l’infausto destino a cui era andato incontro un compagno che aveva condiviso con lui, per lunghi mesi invernali, l’esperienza fuorilegge del partigianato.
Una vita vissuta alla giornata salendo e scendendo, tutti sferraglianti d’armi, i freddi e brulli monti innevati dell’impervio circondario comasco.

L’interesse degli studiosi, volendo ritornare a bomba per riportare l’attenzione del lettore sugli incartamenti mussoliniani, si è finora concentrato sul contenuto della borsa di cuoio marrone affidata da Mussolini, prima di salire sul camion della Luftwaffe, a Marcello Petacci (sotto le mentite spoglie di un diplomatico spagnolo, il fratello di Claretta faceva parte della «Colonna Mussolini» che stava per raggiungere la Valtellina) e sul tenore delle carte riposte in quella che il Duce ha personalmente consegnato ai partigiani quando è stato catturato sulla piazza del paese lacustre.
Anche la cartella del capo fascista in mano al colonnello della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) Vito Casalinovo, l’ufficiale d’ordinanza del dittatore, è stata sequestrata dai militanti della resistenza e setacciata, come le altre, dai dirigenti del CNL (Comitato Nazionale di Liberazione) lariano.
Costoro hanno fatto incetta, dopo un’opportuna spartizione, di carte segrete che avrebbero dovuto essere consegnate intonse al generale Raffaele Cadorna, il comandante del CVL (Corpo Volontari della Libertà) inviato a Milano dal Primo Ministro del Regno del Sud, generale Pietro Badoglio (F. Andriola, opera citata).
La gentile Signora Curti indica in quale altra direzione si devono concentrare le ricerche per carpire i segreti dei dossier mussoliniani e per scoprire una verità storica ancora lungi dall’essere definitivamente accertata: cosa c’è di concreto e di oggettivo nell’epistolario internazionale scambiato tra il capo del fascismo repubblicano e l’albionico ed egocentrico «Winnie» (Churchill), il cui modus vivendi (anfetamine e alcool) era tutt’altro che sobrio e morigerato (F. Andriola, Mussolini-Churchill. Carteggio segreto», Piemme, 1996).
Gli sforzi della Curti per coinvolgere, anni addietro, l’ingegner Luigi Carissimi Priori, il saggio «custode» del carteggio Churchill-Mussolini, sono risultati vani.

Il Carissimi Priori, dopo averla personalmente recuperata (1945) da un armadio blindato della sede comasca del PCI dove l’aveva nascosta il dirigente locale D. Gorreri, ha poi consegnato (1946), tramite persona interposta, la documentazione di cui era entrato in possesso all’allora presidente del Consiglio, il democristiano Alcide De Gasperi.
Si tratta di 62 lettere (copie fotolitate, non gli originali) che iniziano con le parole conviviali Dear Winston o Caro Benito (R. Festorazzi, «I veleni di Dongo» Il Minotauro, 2004).
L’ingegnere, oggi scomparso, aveva promesso alla signora Curti di fare indagini accurate anche sulla fine della piccola custodia di pelle marrone gelosamente protetta da Mussolini al momento dell’epilogo.
«Il Carissimi Priori ha fatto quello che ha potuto. Un suo articolo ‘promozionale’, comparso nel 2004 sul giornale di Como La Provincia, ha avuto una fievole risonanza nazionale perchè il quotidiano è diffuso solo nella zona del lago» (E. Curti, comunicazione personale).
Nel 2005, l’ex patriota comasco Giuseppe Barberi, un amico fraterno di Pedro (P. L. Bellini delle Stelle), ha detto alla coeva Curti queste testuali parole: « ‘Stai zitta tu che di questa cosa non ne sai niente. E’ un argomento che non ti riguarda e che non ti deve interessare. Non immischiarti in un affare che è più grande di te. Sono storie che devi dimenticare anche se le hai vissute in prima persona. Sei una donna e perciò devi stare al tuo posto. Della busta di Mussolini data a Pedro non bisogna parlarne. Ci sono troppi interessi affinchè rimanga nascosta. Se verrà alla luce non sarà di certo per merito tuo. I tempi odierni non sono ancora sufficientemente maturi per scoperchiare le pentole e non lo saranno per un altro bel pezzo’».

Le parole del Barberi, uno dei fondatori della «Repubblica dell’Ossola» (G. Bardoglio,  «I personaggi del Corriere. Giuseppe Barberi», www.corrierecomo.it. reperibile per via telematica) arricchiscono in malo modo l’atlante dell’epopea nazionale con un esempio tetragono di capziosa mistagogia politica.
Starebbe bene, anche se non è un comunista, tra gli inquisitori della Lubianka (la sede moscovita della Polizia politica sovietica).
Ha detto, mentendo, di aver fatto liberare la Curti imprigionata a Como, nella primavera del 1945, perché accusata di collaborazionismo con il nemico (la figlia del Duce era stata catturata a Musso il 27 aprile del 1945 dai partigiani comandati da Pedro che avevano bloccato la «Colonna Mussolini» in ripiegamento verso il Ridotto valtellinese).
Elena è stata liberata solo quando sua madre ha dichiarato ufficialmente all’autorità giudiziaria che la prigioniera era una figlia naturale del capo fascista.
Veniva così automaticamente a cadere l’accusa di collusione con i fascisti repubblicani di Mussolini.

Era un diritto inalienabile della prole quello di seguire il padre (Mussolini) nei suoi repentini spostamenti sulle verdi e ubertose rive del lago di Como pullulanti di «ribelli» scesi dai monti circostanti per partecipare alla fase finale dell’insurrezione contro la odiata «tirannide nazifascista» Le reticenze del partigiano Barberi, solidale con quanto non ha voluto mai dire il suo compagno di vita Pedro, fanno pari con quelle di Umberto II di Savoia (il re di maggio) e di A. De Gasperi che avevano rispettivamente ricevuto un’altra copia del carteggio Churchill-Mussolini dal capitano Aristide Tabasso (un capitano filomonarchico) e dal colonnello Tommaso David (uno dei capi dei tanti servizi segreti della RSI, quello delle «Volpi argentate»).
Nonostante i suoi trascorsi fascisti, il David è stato insignito, dal Governo postbellico degasperiano, con la medaglia d’oro al valor militare, mentre il Tabasso ha ricevuto, per l’opera prestata, un’alta onorificienza sabauda (F. Andriola, opera citata).

Poiché il carteggio Churchill-Mussolini faceva gola, per ovvii motivi, a J. Stalin (screditare W. Churchill), il David è stato a lungo braccato dai partigiani iugoslavi filosovietici di Tito (A. De Felice, comunicazione personale).
Il Tabasso, invece, di sana e robusta costituzione, è morto a 41 anni in ospedale in seguito ad un banale intervento chirurgico di tonsillectomia.
Una causa di morte che il figlio Franco non ha mai voluto riconoscere come tale (F. Tabasso, «Su onda 31 Roma non risponde», Sindico-Montanari Editori, 1957).

L’ambasciatore giapponese barone Shinrokuro Hidaka, a cui Mussolini aveva consegnato brevi manu un duplicato dei suoi incartamenti, non si è comportato, accampando una serie di omissis, in maniera sostanzialmente diversa dagli altri due destinatari finali dei carteggi (U. di Savoia e A. De Gasperi).
L’Hidaka, guarda caso, è stato l’unico funzionario d’ambasciata giapponese a cui gli USA hanno consentito di svolgere attività diplomatiche anche dopo la fine della guerra.
Non è stato cioè epurato dall’establishment americano che amministrava il Giappone sconfitto dalla bomba atomica (F. Andriola, opera citata).
Il primo a fare un po’ di luce sulle carte del Duce è stato Arrigo Petacco.

Lo scrittore ha divulgato i segreti di Enrico De Toma, un giovane ex tenente della GNR ammalato di protagonismo e, fatto ancor più grave, avido con ingordigia di soldi sonanti guadagnati senza dover faticare troppo.
Dopo averli ottenuti dal Governo italiano, si è eclissato in Brasile da cui non è più ritornato.
E’ morto recentemente nel suo albergo di Florianapolis, un altro omaggio fattogli dai politici di Roma (A. De Felice, comunicazione personale).
Anzitempo si è però prodigato per rimpolpare i carteggi, consegnatigli personalmente dal dittatore con il compito di recapitarli in Svizzera, arricchendoli con documenti che sono risultati, all’esame degli esperti, dichiaratamente apocrifi.
Un meschino tentativo per far lievitare il prezzo dei papiri di cui si era impossessato e su cui voleva, disonesto, lucrare.
Chi ha fatto le spese dell’inciucio messo in atto dal De Toma è stato il giornalista Giovannino Guareschi finito in carcere per aver diffamato l’allora esponente di vertice della Democrazia Cristiana, A. De Gasperi.

In una lettera con l’intestazione pontificia (falsa?), il De Gasperi, che trascoreva le sue giornate clandestine tra gli svolazzanti sacristi e i rubicondi prelati della basilica di San Pietro e che nel 1922 aveva votato la fiducia al Governo Mussolini, avrebbe richiesto agli americani, in modo subdolo, di bombardare l’acquedotto di Roma per fiaccare il morale della popolazione capitolina non ancora liberata dalle truppe del generale yankee Mark W. Clark che risalivano a fatica, sotto la minaccia costante delle armi naziste, la penisola italiana ridotta dai bombardamenti ad un cumulo di macerie e di rovine.
Il Guareschi aveva abilmente sfruttato, per fini politico-elettorali, gli ingannevoli maneggi cartacei del truffaldino E. De Toma.
La sua intenzione era quella di screditare la figura del prestigioso esponente democristiano alla vigilia di nuove elezioni parlamentari (1953).
I missini volevano polarizzarre su di loro l’attenzione dell’elettorato cattolico e lo facevano indirizzando strali infuocati contro il partito di maggioranza che aveva come emblema lo scudo-crociato e come alleato in Vaticano il potentissimo Papa Pio XII (A. Petacco, «Dear Benito, Caro Winston». Mondadori, 1987).
Le già menzionate 62 missive scambiate tra il capo del fascismo e Winston Churchill (finite anche loro, come sappiamo, nelle mani del De Gasperi) sarebbero attualmente conservate in un’istituzione svizzera.
Si tratta di papiers prebellici compromettenti per il premier inglese: dalla londinese Downing Street, lo statista anglosassone prometteva, nel 1940, territori francesi (oltre alla Dalmazia ed alle isole del Dodecanneso) in cambio del prolungamento della neutralità italiana (la famosa non belligeranza) o di una pace separata (1941) prima che la Germania invadesse la Russia.

Non si sa ancora quando questi manoscritti, recuperati nel 1945 dal Carissimi Priori che non li ha venduti nemmeno per 100.000 sterline («Churchill-Mussolini ‘secret letters’» www.fpp.co.uk. reperibile per via telematica), saranno desecretati e messi a disposizione degli storici che li potranno finalmente esaminare (R. Festorazzi, opera citata).
Probabilmente si tratta degli stessi incartamenti duplicati capitati per le mani dell’A. Tabasso e del T. David.
Il previdente Mussolini aveva, infatti, dato disposizioni a persone fidate (Nino D’Aroma dell’Istituto Luce) affinchè i suoi documenti venissero riprodotti in più esemplari (M. L. Forenza, P. Tompkins, «Carteggio Churchill-Mussolini. L’ultima verità», Rai-tre, 2004).
Quelli, ad esempio, consegnati a sua moglie, Donna Rachele Guidi, e al ministro fascista Carlo Alberto Biggini sono sicuramente finiti nelle grinfie degli inglesi grazie anche all’intervento dell’industriale fascista Guido Donegani che per l’opera prestata è stato scarcerato da P. Togliatti, allora ministro di Grazia e Giustizia.
Vendute a caro prezzo dal comunista D. Gorreri (due milioni e mezzo di allora), gli agenti dell’Intelligence d’oltremanica avrebbero recuperato anche le scritture originali, così almeno è quello che si dice.
In Svizzera, dove si sono perse le tracce, sarebbero sbarcate anche le copie affidate dal Duce a Gianmaria Capponago, un militare che come altri (E. De Toma) ha fatto da corriere tra Gargnano, la sede del capo del Governo della Repubblica Sociale Italiana, e la neutrale Confederazione Elvetica  (F. Andriola. opera citata).

Per Massimo Caprara, invece, il dossier autografo confiscato al Duce sarebbe stato consegnato a
W. Churchill da P. Togliatti in persona.
Ricevutolo da Como, lo avrebbe dato allo statista britannico, in visita in Italia, per dimostrare il suo impegno filoccidentale, il nuovo abito che il Migliore (Ercole Ercoli, nome di battaglia) si voleva ritagliare dopo la «democratica» svolta di Salerno (aprile del 1944) (L. Garibaldi, Postfazione di M. Caprara, opera citata).
Cecchè ne dica Walter Veltroni, è comunque impossibile che una copia degli incartamenti mussoliniani non sia tuttora gelosamente custodita negli archivi segreti dell’ex PCI.
Probabilmente è quella fotolitata a Como nel maggio del 1945 dal giornalista dell’Unità, Ugo Arcuno.
Il giornale comunista non l’ha pubblicata integralmente perché il Togliatti, dopo alcune edizioni, ne ha proibito la divulgazione sulla carta stampata.
Non voleva che le discreditanti notizie riportate dal suo quotidiano danneggiassero W. Churchill, in quel momento impegnato in campagna elettorale per farsi rieleggere Primo Ministro dal popolo inglese (R. Festorazzi. opera citata).

Alcuni affermano, per ritornare ai contenuti delle lettere del Duce, che il premier anglosassone avrebbe richiesto per iscritto a Mussolini di entrare in guerra a fianco della Germania per mitigare le pretese che Hitler avrebbe accampato, al tavolo della pace, a spese dell’ormai collassato impero coloniale di sua altezza reale, la futura regina  Elisabetta II d’Inghilterra (A. Tarchi, «Teste dure», S. E. L. C., 1967).
Paradossale è un’altra proposta formale che Churchill avrebbe fatto al capo del fascismo affinchè adoperasse tutta la sua influenza per convincere il capo nazista a rivolgere le armi esclusivamente verso la Russia, distogliendo le truppe tedesche dal fronte occidentale.
Al contrario, Mussolini si è sempre prodigato per indurre l’alleato, colato nel bronzo prussiano, a riappacificarsi con i russi onde poter bloccare, congiunti ed in forze, l’avanzata degli angloamericani nel sud dell’Europa.
Surreale sarebbe, infine, l’auspicato accordo che prevedeva un ribaltamento delle alleanze e la costituzione di un fronte comune (angloamericani, Italia e Germania) in chiave esclusivamente antibolscevica.
Una coalizione militare che doveva ostacolare l’inarrestabile avanzata dell’Armata Rossa penetrata profondamente nel cuore ormai vulnerabile del continente europeo (A. Bertotto, Mussolini estremo», Gino Rossato Edizioni, 2007).

L’ultima bolla scritta da Mussolini a W. Churchill, il 24 aprile del 1945, è stata affidata al tenente delle SS Franz Spoegler che la doveva inoltrare in Svizzera per farla pervenire nelle mani di fiduciari inglesi.
Pubblicata da Lazzero Ricciotti, il Duce garantiva la restituzione dei papiri in suo possesso, più volte reclamati dal leader inglese, a patto che fossero garantiti i diritti dei fascisti sconfitti, conformemente a quanto stabilito dalle clausole della Convenzione di Ginevra (M. L. Forenza, P. Tompkins, opera citata).
La lettera (è autentica?) non ha mai raggiunto il destinatario che nel dopoguerra l’ha esaminata senza fare commenti sulla materia in oggetto (A. Petacco, opera citata).
Del pari infruttuoso è stato il tentativo mussoliniano effettuato per contattare, in quei giorni di fine aprile 1945, l’albionico Winnie tramite il console spagnolo di Milano F. Canthal y Giron (R. Canosa, «Mussolini e Franco», Mondadori, 2008).

Per saperne di più sui documenti segreti veri o falsi, a cui Mussolini attribuiva un’importanza fondamentale per i destini futuri dell’Italia (U. Lazzaro, opera citata), aspetteremo pazientemente tempi migliori.
Lo abbiamo sempre fatto, con musulmana indifferenza, dal 1945 in poi.
Dopo F. Andriola (opera citata) anche Alessandro De Felice, ben ferrato sull’argomento, può renderci tutti più edotti.
Spetta a lui dire, se non l’ultima, almeno una parola destinata a far chiarezza.
Oggi più che mai ne sentiamo un giustificato bisogno.

Professor Alberto Bertotto


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Commenti : (18)
Maurizio Barozzi
Roma , maggio 20, 2008 15:06

Ancora una volta il prof. A. Bertotto ci regala un saggio di obiettiva ricostruzione storica ben più preciso ed attendibile di quelli che troviamo riportati nei libri di certi autori più attenti alle speculazioni editoriali e agli scoop giornalistici che alla corretta informazione.
Riguardo alle documentazioni che erano in possesso di Mussolini al momento della sua cattura sono stati scritti fiumi di inchiostro, ma ben pochi hanno portato la loro attenzione, come ha fatto adesso il Bertotto, su quelli che erano i veri e propri “documenti bomba” in possesso del Duce: pochi documenti che erano contenuti in una piccola borsa di pelle di circa 25 cm.
Il fatto è che la sera del 25 aprile 1945, durante il trasferimento a Como, una parte importante delle documentazioni al seguito di Mussolini si perse su di un camioncino in coda alla colonna dei ministri e personale vario in trasferimento verso la città lariana.
Un altra parte, altrettanto importante, venne requisita durante il fermo della colonna di Mussolini in quel di Musso. Era portata in almeno 3 borse: una venne trovata sul camion tedesco con il Duce e un altra era stata custodita da Vito Casalinuovo, colonnello della GNR addetto alla persona del Duce. Un altra ancora era nella macchina dei Petacci.
Queste borse requisite a Dongo non vennero dettagliate nel loro contenuto, salvo generici accenni fatti in sporadiche testimonianze. Contenuto che poi ebbe in buona parte a sparire nei giorni successivi. Infatti i documenti, passando per il Comando generale del CVL, furono poi spartiti tra i componenti del CLNAI che provvidero a consegnarli, gentilmente, ai diretti interessati: gli Alleati, specialmente quelli di ordine militare o riguardanti nazioni in guerra (anni dopo ne restituirono una certa parte); casa Savoia, personalità varie, strutture istituzionali interessate, ecc. Ma anche il PCI, non è ben chiaro come e quando, ne entrò in possesso di una cospicua parte di cui poi fece fare alcune fotocopie. C'erano anche i famosi 62 fogli di molte lettere scambiate tra Mussolini e Churchill prima dell’entrata in guerra dell’Italia (10 giugno 1940) che l’Unità aveva anche preso a pubblicare, interrompendo però subito questa iniziativa. Le stesse che capitarono in mano al Carissimi Priori e che furono in possesso del comunista Dante Gorreri e che poi non ancor ben chiaro se furono da questi vendute, su disposizione del partito, per 2.500.000 ad emissari inglesi, come dettagliatamente attestato da varie testimonianze, oppure vennero direttamente gestite l’anno successivo da Palmiro Togliatte che le trattò direttamente con Churchill. Sono anche probabili entrambe le cose visto che le documentazioni a suo tempo razziate erano plurime. Erano comunque tutti documenti di estrema importanza storica, che ovviamente sparirono per sempre.
Ma, oltre a queste tre borse, quasi sicuramente la parte più piccola, ma ancor più importante del carteggio, quella con la corrispondenza segreta con Churchill (proprio a ridosso della nostra entrata in guerra) era nella giacca di Mussolini, contenuta in una piccola borsa di pelle marrone, di cui il prof. Bertotto ha dato tutte le indicazioni che è stato a tutt’oggi possibile ricostruire, aggiungendovi anche le più attendibili ipotisi di chi poteva averle requisite (il Pier Bellini delle Stelle e il suo compagno di merende Urbano Lazzaro).
Ma cosa c’era in quei pochi documenti così gelosamente custoditi dal Duce il quale, confidò da alcuni collaboratori e ad Elena Curti poche ore prima della sua cattura: ?
E’ un argomento di estrema importanza che in futuro cercheremo di dipanare, anche perchè su di esso gli storici hanno spesso fatto il gioco delle tre carte. Per ora basti ricordare il testo di una importantissima registrazione telefonica tra Mussolini e Claretta Petacci fatta il 22 marzo 1945. Al telefono Mussolini, riferendosi a Pavolini che era ancora ignaro dell’esatta portata della documentazione (ne verrà messo a parte pochi giorni dopo), ebbe a dire a Claretta: “ Ma lui non può capire la situazione, non può collaborare. Perciò io devo rispettare il suo punto di vista di parte. Lui non conosce gli avvenimenti accaduti pochi giorni prima della nostra entrata in guerra. Non ne ho parlato con nessuno. E Churchill ancora meno. Bisognerà raccontare una buona volta questa storia. Chi dovrebbe parlarne oggi ? In tutto la da cinque persone!”.
Ecco in cosa consiste il grande segreto contenuto in quei pochi documenti risalenti al momento dell’entrata in guerra dell’Italia, dunque diversi e più importanti dei precedenti passati nelle mani di Gorreri e Carissimi Priori, documenti che attestavano inequivocabilmente la malafede inglese e soprattutto dimostravano al mondo chi erano stati i veri provocatori della carneficina del secondo conflitto mondiale. Ne riparleremo.



Maurizio Barozzi
Roma , maggio 20, 2008 15:24

Attenzione nel mio precedente commento è stato tagliato un passaggio importante: verso la fine, dopo la frase: "ebbe a dire a Claretta, segue:

-----------------------------------

C'e purtroppo un problema con l'invio.
Lo mandi pure in redazione per @mail e integreremo noi.

La redazione
EFFEDIEFFE.com



Ivan
Prato , maggio 20, 2008 17:14

Ora comincio ad avere più chiara la situazione dei documenti.
Dunque, se ho capito bene questa era la ripartizione:
1) documenti camioncino sparito nel tragitto Milano-Como;
2) tre borse con documenti (Duce, Casalinuovo e Petacci);
3) busta di pelle con dentro le "bombe termonucleari".

Il contenuto delle borse era stato fotografato e distribuito a: Rachele Mussolini, Hidaka, Biggini , David, De Toma. Queste copie furono poi date a De Gasperi, ai Savoia,a Churchill, mentre un'altra, sempre che abbia ben capito, sarebbe scomparsa in Svizzera.

Il contenuto invece della Busta di pelle, sarebbe stato preso dal Bellini delle Stelle, partigiano filo-monarchico e filo-inglese come quasi tutta l'aristocrazia toscana, e consegnato direttamente agli agenti di sua Maestà britannica (mia supposizione).

Due domande: pubblicherete le intercettazioni fra Mussolini e la Petacci?
Chi intercettava il duce?



Fabio Andriola
Roma , maggio 20, 2008 17:58

Caro Bertotto,

è destino di ogni testo scritto - per quanto chiaro e onesto - quello di essere inteso, da chi lo legge e lo cita, in maniera diversa (a volte anche parecchio) da quello che l'autore intendeva al momento della sua stesura. Dai lunghi interventi che lei e Barozzi state dedicando a vicende che seguo ormai da oltre vent'anni mi sembra che il mio lavoro non faccia eccezione alla regola. Poco male, l'importante è che si parli di certi temi e, possibilmente, si portino nuovi elementi. Cosa che finalmente oggi ho potuto rilevare a proposito della fine di De Toma. In attesa - se il direttore del sito me lo consentirà - di proporre un ampio intervento che fissi le mie effettive convinzioni (che da subito, le garantisco, non hanno quella carica di ipocrisia che lei ha attribuito loro in un precedente intervento; né sono così bene accette negli ambienti neo-fascisti come lei sembra credere. In realà è l'esatto contrario...) vorrei puntualizzare alcuni punti del suo articolo dedicato ai documenti mussoliniani. Vado sommariamente per punti, almeno per ora:

1) Cadorna fu mandato al Nord non da Badoglio ma da Bonomi che gli era succeduto nel giugno 1944.

2) Il figlio di Tabasso, Franco, escluse circostanze "misteriose" circa la morte del padre. Ho corretto l'errata informazione - da me scritta a metà degli anni Novanta - nel volume pubblicato lo scorso anno dopo aver incontrato e intervistato a lungo lo stesso Tabasso.

3) Alla sua morte Tabasso aveva 51 anni e non 41 (era del 1900). Causa di morte un infarto.

4) Petacco non è stato assolutamente il primo a mettere ordine sulla vicenda delle carte del Duce, né il suo superficiale libro del 1985 è il primo dedicato al tema. Di sfuggita consiglio una lettura comparata del volume scritto dall'ex compare di De Toma, Camnasio, negli anni Cinquanta e di alcune pagine del Petacco del 1985: un'identità di vedute sorprendente al punto di dover concludere che il "falsario" Camnasio almeno per una volta non aveva plagiato ma era stato - sicuramente in modo del tutto casuale - copiato, letteralmente copiato.

5) Il Tema "Petacco" induce ad una ulteriore riflessione: molto spesso, nei saggi di queste pagine, ho notato un indiscriminato ricorso alle pubblicazioni che negli scorsi decenni si sono accumulate sul tema. Perdere tempo e dare risalto a simpatici pasticcioni come Peter Tompkins, a personaggi come Lonati, a disinvolti "divulgatori" come Petacco non aiuta ( e si potrebbero aggiungere, anche se non citati ma presenti in molte bibliografie, Silvio Bertoldi, Baima Bollone, Gaetano Contini...). Così come, ad esempio, non è corretto attribuire a Canosa la citazione di un rapporto Mussolini-console spagnolo Cantal su cui ha scritto da tempo (e bene) l'amico Marino Viganò, un vero caposaldo della dongologia anche se ha idee sulla morte di Mussolini che divergono dalle mie e da quelle ospitate in questo sito;

6) La lettera del 24 aprile 1945 mostrata nel dopoguerra dal'ex SS Franz Spoegler è notoriamente un falso cui non conviene dar spazio anche perché sui rapporti Mussolini-inglesi ci sono ben altri riscontri (comprese alcune carte da me scoperte negli archivi di Londra già nel 1991 e praticamente mai citate nonostante il loro contenuto sia straordinariamente esplicito)

7) Non sarei così sicuro nel liquidare De Toma: sicuramente fu un intrallazzatore e sicuramente - insieme a Camnasio - mischiò carte autentiche con carte contraffatte. Ma attenzione: la contraffazione potrebbe aver riguardato la forma (carta, inchiostri, timbri, calligrafia) più che la sostanza. Es.: poniamo il caso che io voglia ricavare dei soldi da un documento. E' meglio venderne una fotocopia o una fotografia o un presunto originale? Qui habet aures ...

8) Concordo sul giudizio su Bill. Un po' meno su quello su Pier Bellini delle Stelle di cui Franco Bandini - suo vicino di casa nel senese - mi ha parlato a lungo. Un silenzio tanto prolungato può avere molte spiegazioni fermo restando che "Pedro" sicuramente sapeva più di quello - molto poco a ben vedere - che disse

9) Elena Curti: l'episodio della busta è da me regolarmente citato, a pag. 191 del mio libro. Non l'ho enfatizzato? Se l'avessi fatto avrei fatto l'errore di molti che, soprattutto negli anni Cinquanta, in virtù di un solo elemento hanno preteso di ricostruire in toto tutta la catena degli avvenimenti. In realtà ho considerato più giusto mettere in fila il maggior numero di elementi possibile (editi ed inediti): i muri son fatti di molti mattoni e quello di Dongo e dintorni ne ha davvero tanti. Il vero problema è, casomai, dove affondino effetivamente le fondamenta. A mio giudizio per trovarle bisogna scostarsi, e di molto, da Lago di Como. Nel tempo e nello spazio.

Alla prossima

Cordialmente

Fabio Andriola






alberto bertotto
perugia , maggio 20, 2008 18:14

Per IVAN.
Chi intercettava il duce erano i tedeschi. Sulle intercettazioni descritte in dettaglio vedi il mio articolo cliccando: L'Italo Europeo. Su queste cose, però, è meglio che intervenga l'amico Barozzi che è più ferrato di me.
Un saluto.
Alberto Bertotto.



alberto bertotto
perugia , maggio 20, 2008 18:55

Per Fabio Andriola.
La ringrazio per le precisazioni che meritano sempre di essere puntualizzate. Lungi da me voler sminuire i suoi studi. E' ovvio che Lei, volendo dare un quadro generale del problema, abbia dedicato uno spazio "ristretto" alla Curti. Io ho voluto solo focalizzare l'attenzione sul particolare della busta di pelle per far vedere che Mussolini le carte più segrete le custodiva nella giacca. Non si era nemmeno fidato di metterle nella borsa. Sul Tabasso mi sono rifatto a quanto da lui (Franco) detto nel corso del programma televisivo di M. L. Forenza dedicato al carteggio. Il libro del Camnasio, a parte pochissimi, non lo conosce nessuno. Inoltre è difficilissimo reperirlo. Per dare informazioni che possono essere trovate in commercio ho attribuito al Petacco la "paternità" delle scoperte sul carteggio. Sul Bellini delle Stelle c'è poco da dire. Lei lo ha ben etichettato nel suo libro "Appuntamento sul lago".
Sul De Toma ne sa molto A. De Felice che presto darà alle stampe il suo libro sul carteggio. Certamente da come s'è comportato non era uno stinco di santo. Sul Console spagnolo ho riportato pari pari quello che ho letto sul libro del Canosa. La lettera di Spoegler io stesso ho dubitato che fosse autentica. Lo Spoegler in televisione, nel citato programma di M. L. Forenza, ha detto che era vera. Fate un pò voi. Per quanto riguarda il fatto che lei sia ben voluto dai fascisti c'è una sola spiegazione. Con la storia degli emissari inglesi che dovevano incontrarre il Duce sulla sponda occidentale del lago di Como, Lei ha creato un mito a loro graditissimo. Cercare di inculcare nella gente che legge un concetto che probabilmente è sbagliato, è molto più grave degli errori anagrafici o clinici (infarto) che ho fatto io e che Lei ha giustamente rilevato. Quando mi sono permesso di confutare questa ipotesi (abboccamento con gli inglesi) sul quotidiano Rinascita è venuta giù l'ira di Dio. Sul fatto poi come sia realmente morto il Tabasso non ci si può pronunciare perchè, che io sappia, non è stata fatta l'autopsia. O mi sbaglio? Ubi major minor cessat. O forse sarebbe meglio dire: quando le nuvole vogliono aduggiare la luna essa si vendica inargentandole. Come vede so fare anche i complimenti.
Con simpatia,
Alberto Bertotto.



Maurizio Barozzi
Roma , maggio 20, 2008 21:06

Per il dott. Fabio Andriola.
Sono lieto di leggere in queste pagine la puntualizzazione che ha voluto fare il giornalista, scrittore e ricercatore storico Fabio Andriola. E lo sono tanto più per la stima che nutro verso questo scrittore i cui due libri sul Carteggio Mussolini-Churchill sono un testo basilare nella nostra storiografia.
Tuttavia in un tema complesso come la Morte di Mussolini e quello delle vicende del Carteggio, dove non solo scarseggiano prove e riscontri oggettivi, ma oltretutto si notano da un testo all’altro, da una testimonianza all’altra, da un memoriale all’altro, discordanze e incongruenze madornali, ci rende tutti sempre circospetti e cauti. E tanto più occorre cautela quando, ma questo non ci pare il caso dell’Andriola, possono innestarsi speculazioni politiche di ogni genere e soprattutto quelle che fin dal dopoguerra tendevano a trasbordare i reduci del fascismo repubblicano su sponde reazionarie, di destra e filoatlantiche (quanto era utile l’anticomunismo!).
Detto questo vediamo un particolare che ci ha rimproverato l’Andriola, ovvero il fatto di aver dato un eccessivo spazio per la critica delle versioni di personaggi come il Lonati, ecc.
Non concordiamo, perchè invece è estremamente necessario fare chiarezza su queste pseudo versioni alternative, in cui l’opinione pubblica non è preparata, nè bene informata su questi argomenti e quindi tende a percepire i luoghi comuni e tutto quello che i mass media vanno, per ragioni di cassetta e interessi politici, a propinarle con più insistenza.
E la versione di Lonati, con i suoi agenti segreti inglesi fa troppo comodo a tanti: ce la ritroviamo, ad esempio, immancabilmente in ogni articolo e reportage o servizio televisivo su quelle vicende.
Magari in forma dubitativa, ma è sempre lì come il prezzemolo. Va spazzata via una volta per sempre perchè è una delle tante confusioni (quasi come la storiella di Longo = Valerio che però, almeno, ha qualche appiglio) che va a tutto vantaggio dei sostenitori (ancora ci sono), della “storica versione” di Valerio i quali, con fole come quella, ci vanno a nozze.
Per quanto riguarda il Carteggio Mussolini-Churchill il professor Bertotto, almeno credo, ha voluto soprattuto far risaltare il mistero della piccola borsa in possesso del Duce, visto che fino ad oggi, più che altro si era parlato delle grosse borse di Dongo. Inoltre ha voluto smontare, con una logica che mi sembra inattaccabile, le supposte ipotesi di fantomatici incontri con agenti di Sua Maestà britannica sulle sponde del lago di Como.
Per quanto mi riguarda, una volta che avrò finito le mie critiche alla “versione di Valerio” sulla morte del Duce, cercherò di dimostrare che i veri contenuti del Carteggio di Mussolini non possono essere solo le eccessive offerte di bottino geografico a scapito della Francia, nè la volontà di tenere fuori l’Italia dalla guerra (interesse di Churchill transitorio e poi superato dagli avvenimenti) e neppure la stupidaggine di avere un Italia come elemento moderatore al tavolo della pace, ma qualcosa di veramente più compromettente per Churchill e di sconvolgente per la versione storiografica fatta dai vincitori su la seconda guerra mondiale. E neppure potevano esserlo supposte trattative con Churchill, dal 1944 in avanti, per un fronte comune contro i sovietici, perchè di eventualità del genere al massimo se ne può essere parlato in sede di sondaggi sotterranei, normali tra diplomazie in guerra, può essere stata una carta da giocarsi (ma non condivisa da Hitler) per uscir fuori da una situazione oramai compromessa, ma nulla di effettivamente contrattato e scritto c’è stato e quindi Churchill (e per contro Stalin) di queste facezie se ne sarebbero altamente fregati. Oltretutto Churchill e per lui le lobby che lo sostenevano era interno a Yalta ed il suo anticomunismo era di facciata e di ordine tattico (evitare che i sovietici splafonassero da quanto loro assegnato nella spartizione dell’Europa).
Ma ne riparleremo.
Una richiesta vorremmo fare ad Andriola. Nella sua rivista, a maggio del 2006, Lei ha riportato un memorabile servizio sulla perizia eseguita da una equipe del prof. Pierucci all’Ist. Legale di Pavia. Quella perizia da sola metterebbe definitivamente fine alla storica versione di Valerio. Purtuttavia su due elementi determinanti di quella perizia, ovvero il fatto che sulle foto della maglietta intima di Mussolini si riscontravano, attraverso speciali filtri e programmi computerizzati, i residui di polveri da sparo (distanza quindi ravvicinatissima), e sopratutto il particolare (per onestà però dato dall’articolista come “sembrerebbe”) che forse sarebbero stati riscontrati due ulteriori colpi, non rilevati dall’autopsia di Cattabeni, sull’addome di Mussolini, su questi due particolari non sono stati fornite adeguate documentazioni.
Ci auguriamo che Lei, con l’ausilio dell’equipe di Pavia, ci possa dettagliare in un prossimo articolo questi aspetti. Perchè effettivamente, anche se ogni dinamica balistica è possibile, ci sembra strano che, fatta eccezione per il colpo al braccio ed al fianco di Mussolini, ipotizzabili in una fase precedente di lotta, gli altri sei colpi è difficile immaginare che siano stati sparati a circa 30 cm di distanza e questo, sia perchè due sparatori, come sembra probabile che fossero gli uccisori del Duce, si sarebbero pericolosamente ostacolati tra loro, ma ancor più la rosa sulla spalla sinistra, che impropriamente Alessiani volle definire come un quattro di quadri, mentre invece è alquanto più allungata, attesta una distanza di sparo, con dinamica da sinistra a destra, di almeno 50 cm. I due supposti colpi all’addome oltretutto non riusciamo ad individuarli minimamente in tutte le foto del cadavere nudo, dove invece si vedono benissimo tutti gli altri fori, ma oltretutto non vediamo perchè il Cattabeni avrebbe eliso questi colpi. E’ vero che probabilmente fece altre forzature, come per esempio sul rigor mortis, ma non c’era alcuna necessità di attestare 9 colpi premortali invece di 11. Furono gli estensori della versione di Valerio che si adeguarono al verbale di Cattabeni passando dai 5 colpi della versione del 30 aprile, ai 10 di quelle successive.



Maurizio Barozzi
Roma , maggio 20, 2008 21:54

Per Ivan,
le non solo importanti, ma altresì determinanti (per la questione del Carteggio) registrazioni telefoniche ed epistolari eseguite dai tedeschi all'insaputa (ma non del tutto) del Duce, le puoi quasi tutte trovare, con particolari commenti ed integrazioni, a pag.111 del mio (sotto pseudonimo) "Il carteggio Mussolini Churchill nel contesto della seconda guerra mondiale" esposto nel sito
.
Vai nel sito, scegli l'ultima opzione a sinistra "Scarica File" e scarica il file in formato word. E' una versione un pò datata, da correggere ed integrare, ma ancora valida.
Un saluto



Maurizio Barozzi
Roma , maggio 20, 2008 22:51

Per il dott. Fabio Andriola
Sono lieto di leggere in queste pagine la puntualizzazione che ha voluto fare il giornalista, scrittore e ricercatore storico Fabio Andriola. E lo sono tanto più per la stima che nutro verso questo scrittore i cui due libri sul Carteggio Mussolini-Churchill sono un testo basilare nella nostra storiografia.
Tuttavia un tema complesso come la Morte di Mussolini e quello delle vicende del Carteggio, dove non solo scarseggiano prove e riscontri oggettivi, ma oltretutto si notano da un testo all’altro, da una testimonianza all’altra, da un memoriale all’altro, discordanze e incongruenze madornali, ci rende tutti sempre circospetti e cauti. E tanto più occorre cautela quando, ma questo non ci pare il caso dell’Andriola, possono innestarsi speculazioni politiche di ogni genere e soprattutto quelle che fin dal dopoguerra tendevano a trasbordare i reduci del fascismo repubblicano su sponde reazionarie, di destra e filoatlantiche.
Detto questo vediamo un particolare che ci ha rimproverato l’Andriola, ovvero il fatto di aver dato un eccessivo spazio per la critica delle versioni di personaggi come il Lonati, ecc.
Non concordiamo, perchè riteniamo che sia invece necessario fare chiarezza su queste pseudo versioni alternative, in cui l’opinione pubblica non è preparata, nè bene informata e quindi tende a percepire i luoghi comuni e tutto quello che i mass media vanno, per ragioni di cassetta e interessi politici, a propinarle con più insistenza.
E la versione di Lonati, con i suoi agenti segreti inglesi fa troppo comodo a tanti: ce la ritroviamo, ad esempio, immancabilmente in ogni articolo e reportage o servizio televisivo su quelle vicende.
Magari in forma dubitativa, ma è sempre lì come il prezzemolo. Va spazzata via una volta per sempre perchè è una delle tante confusioni (quasi come la storiella di Longo = Valerio che però, almeno, ha qualche appiglio) che va a tutto vantaggio dei sostenitori (ancora ci sono), della “storica versione” di Valerio i quali, con baggianate come quella, ci vanno a nozze.
Per quanto riguarda il Carteggio Mussolini-Churchill il prof. Bertotto, almeno credo, ha voluto soprattuto far risaltare il mistero della piccola borsa in possesso del Duce, visto che fino ad oggi, più che altro si era parlato delle grosse borse di Dongo. Inoltre ha voluto smontare, con una logica che mi sembra inattaccabile, le supposte ipotesi di fantomatici incontri con agenti di Sua Maestà britannica sulle sponde del lago di Como.
Per quanto mi riguarda, una volta che avrò finito le mie critiche alla “versione di Valerio” sulla morte del Duce, cercherò di dimostrare che i veri contenuti del Carteggio di Mussolini non possono essere solo le eccessive offerte di bottino geografico a scapito della Francia, nè la volontà di tenere fuori l’Italia dalla guerra (interesse di Churchill transitorio e poi superato dagli avvenimenti) e neppure la stupidaggine di avere un Italia come elemento moderatore al tavolo della pace, ma qualcosa di veramente più compromettente per Churchill e di sconvolgente per la versione storiografica su la seconda guerra mondiale. E neppure potevano esserlo supposte trattative con Churchill, dal 1944 in avanti, per un fronte comune contro i sovietici, perchè di eventualità del genere al massimo se ne può essere parlato in sede di sondaggi sotterranei, normali tra diplomazie in guerra, può essere stata una carta da giocarsi (ma non condivisa da Hitler) per uscir fuori da una situazione oramai compromessa, ma nulla di effettivamente contrattato e scritto c’è stato e quindi Churchill (e per contro Stalin) di queste facezie se ne sarebbero altamente fregati. Oltretutto Churchill e per lui le lobby che lo sostenevano era interno a Yalta ed il suo anticomunismo era per così dire “idealistico” e di ordine tattico (evitare che i sovietici splafonassero da quanto loro assegnato nella spartizione dell’Europa).
Ma ne riparleremo.
Una richiesta: nella sua rivista, a maggio del 2006, Lei ha riportato un memorabile servizio sulla perizia eseguita da una equipe del prof. Pierucci all’Ist. Legale di Pavia. Quella perizia da sola metterebbe definitivamente fine alla storica versione di Valerio. Purtuttavia su due elementi determinanti di quella perizia, ovvero il fatto che sulle foto della maglietta intima di Mussolini si riscontravano, attraverso speciali filtri e programmi computerizzati, i residui di polveri da sparo (distanza quindi ravvicinatissima), e sopratutto il particolare (per onestà però dato dall’articolista come “sembrerebbe”) che sarebbero stati riscontrati due ulteriori colpi, non rilevati dall’autopsia di Cattabeni, sull’addome di Mussolini, su questi due particolari non sono state fornite adeguate documentazioni.
Ci auguriamo che Lei, con l’ausilio dell’equipe di Pavia, ci possa dettagliare in un prossimo articolo questi aspetti. Perchè effettivamente, anche se ogni dinamica balistica è possibile, ci sembra strano che, fatta eccezione per il colpo al braccio ed al fianco di Mussolini (ipotizzabili in una fase precedente di lotta), gli altri colpi è difficile immaginare che siano stati sparati a circa 30 cm di distanza e questo, sia perchè gli sparatori (due come sembra probabile che fossero gli uccisori del Duce) si sarebbero pericolosamente ostacolati tra loro, ma ancor più la rosa sulla spalla sinistra, che impropriamente Alessiani volle definire come un quattro di quadri, mentre invece è alquanto più allungata, attesta una distanza di sparo, con dinamica da sinistra a destra, di almeno 50 cm. I due supposti colpi all’addome oltretutto non riusciamo ad individuarli minimamente in tutte le foto del cadavere nudo, dove invece si vedono benissimo tutti gli altri fori, ma oltretutto non vediamo perchè il Cattabeni avrebbe eliso questi colpi. E’ vero che probabilmente fece altre forzature, come per esempio sul rigor mortis, ma non c’era alcuna necessità di attestare 9 colpi premortali invece di 11. Furono gli estensori della versione di Valerio che si adeguarono al verbale di Cattabeni passando dai 5 colpi della versione del 30 aprile, ai 10 di quelle successive.



alberto bertotto
perugia , maggio 21, 2008 04:52

Sono scomparsi dal sito sia l'intervento di F. Andriola sia la mia risposta alle sue utili puntualizzazioni.
Alberto Bertotto

--------------------------------------

Si purtroppo erroneamente sono stati cancellati alcuni commenti 3 giorni fa.
Lo avevamo comunicato in altre 4 discussioni.
Ci scusiamo.

La redazione
EFFEDIEFFE.com



alberto bertotto
perugia , maggio 21, 2008 07:13

Mi associo alla richiesta di Maurizio Baraozzi. Se i ricercatori pavesi dicono di aver trovato due fori addominali che non ci sono, non mi meraviglia affatto che abbiano anche detto di aver trovato residui di polvere incombusta sulla maglietta del Duce. Cosa puntualmente smentita da un altro "esperto" il Baima Bollone, le cui speculazioni, per altro, lasciano il tempo che trovano.
Alberto Bertotto.



Rodolfo
... , maggio 21, 2008 17:59

Leggo con molto interesse gli studi di Bertotto e Barozzi.
Solo una considerazione a margine, ben consapevole che si tratta di materia fumosa.
Il lavoro di Viktor Suvorov (pseudonimo di Vladimir Bogdanovich Rezun), e' certo noto ai valenti studiosi.

www.storialibera.it/epoca_contemporanea/II_guerra_mondiale/
viktor_suvorov/articolo.php?id=606

L'intuizione di Suvorov, ormai confermata ufficiosamente da una mole enorme di documenti, e' in grado da sola di ribaltare la storia della Seconda Guerra Mondiale. Certamente tutti gli statisti coinvolti erano a conoscenza della reale situazione. Con tutta probabilita' nel carteggio Mussolini - Churchill l'argomento e' stato toccato. Vorrei sapere se c'e' qualche indizio in proposito. Grazie.



Maurizio Barozzi
Roma , maggio 21, 2008 21:54

Ti confesso che delle opere di colui che, verso la fine degli anni 70, svolazzò in occidente prendendo il nome di Vikotor Suvorov, non ho letto nulla. Forse sarà per il fatto che questi improvvisati estimatori del “mondo libero” che, di fatto, vengono a dimostrare che, mentre in oltrecortina si uccideva con criminale e scientifica spietatezza (tutto vero), in occidente invece c’era il regno della libertà, della bontà e della coca cola, non mi sono mai piaciuti. Altri e non di parte hanno ben dimostrato che tra un bombardamento terroristico “chirurgico e mirato”, accompagnato ovviamente dal solito lancio umanitario di viveri e medicinali (scaduti) e l’operato criminale delle cosiddette “guerre non ortodosse”, i morti assassinati e innocenti pendono molto di più dalla parte delle nazioni del “paradiso” occidentale. Sono informato però circa le sue tesi storiografiche, la principale delle quali, con molta superficialità, viene definita “rivoluzionaria” solo per il fatto che attesta quello che, qualsiasi esperto (non condizionato) delle vicende della seconda guerra mondiale ha sempre saputo, ovvero il fatto che i tedeschi il 22 giugno del 1941 precedettero di poche settimane un imminente attacco sovietico.
E’ inesatto però che Hitler attaccò la Russia più che altro per prevenire questo attacco, perchè la strategia geopolitica e militare di Hitler era molto più ampia, aveva il presupposto irrinunciabile dell’espansione ad Est ed era oltretutto condizionata dalla ricerca di un accordo globale e strategico con la Gran Bretagna (l’attacco alla Russia rispondeva a queste ed altre esigenze).
Non è comunque questa l’analisi di quella guerra che può sconvolgere la falsa storiografia che ci è stata propinata dai vincitori. Per sconvolgerla veramente occorrerebbe svelare quell’operato sottile e nascosto, attuato da certe consorterie occulte, da certe lobby che da Parigi, Londra e New York compirono il “miracolo” di compattare le strategie belliche Alleate, superando le rispettive esigenze nazionali. E questo mentre il tripartito Italia, Germania e Giappone trascorsero tutti i sette anni di guerra ognuno con una sua strategia, politica e militare, spesso antitetica a quella degli altri partners e con gravi pregiudizi per l’esito bellico. La storia della seconda guerra mondiale va tutta riscritta a cominciare dallo spiegare come poteva la Germania, con un esercito prettamente continentale ed un armamento finalizzato ad una guerra di breve durata, coltivare mire di dominio mondiale (che oltretutto ideologicamente non aveva), quando invece proprio le due grandi nazioni talassocratiche: l’Inghilterra con il suo immenso impero e l’America, che proprio alla fine degli anni ’30 aveva iniziato l’allestimento di uno spaventoso arsenale militare sui due oceani, avevano mire di dominio planetario. E i sovietici le avevano nella loro stessa concezione ideologica: la rivoluzione comunista mondiale attuata dalla grande madre Russia. Ma il discorso ci porterebbe troppo lontano e non è qui la sede.
Tanto per anticiparti, però, un anteprima delle nascoste trame di cui una loro parte si concretizzò nel Carteggio tra Mussolini e Churchill, posso dirti che l’operato dello statista britannico (in sintonia con Roosevelt), nella tarda primavere del 1940, non era solo quello di fronteggiare l’offensiva tedesca e quindi di cercare un tavolo della pace se questo non era possibile, ma era esattamente quello di allargare il conflitto, al fine di renderlo irreversibile e di evitare ogni scollamento interno alla nazione non tutta disposta a quella guerra ad oltranza alla Germania. E questo con lo scopo tattico di far maturare il più presto possibile l’intervento americano e procedere quindi a quella distruzione totale della Germania ed all’occupazione dell’Europa. Altro che Churchill antibolscevico! Quando parleremo del Carteggio Mussolini Churchill ne vedremo delle belle.



hobo
roma , maggio 22, 2008 11:06

A quanto detto da Maurizio Barozzi si può aggiungere che le lobby occulte ( o clubs o Logge ) anglofone perseguono , sin dai tempi dell'"affaire Kaspar Hauser" uno scopo fondamentale ben preciso. Che è quello dell'annichilimento dell'Europa Centrale, intesa come "motore spirituale" o punto d'equilibrio fra l'Occidente materialista e tecnocratico e l'Oriente tradizionalista e spiritualmente "evanescente". (detto molto alla buona).
Ha ragione allora Geminello Alvi quando scrive in "Vite Fuori del Mondo" che "i clubs ed il Vaticano hanno regalato Hitler all'Europa".(Il Vaticano grazie al placet pacelliano all'intesa Von Papen-Hitler ed alla successiva firma del Concordato)
Quale mezzo migliore per avvelenare la Mitteleuropa che favorire prima l'avvento di un "niente incarnato" del genere, di una "non persona" locus di infestazione medianica (vedi il romanzo "Hitler" di G.Genna)e poi spingerlo ad una guerra distruttiva che NON POTEVA VINCERE ?
(Ricordiamo che Hitler, impegnandosi su due fronti fece esattamente quello che la Germania,dopo l'esito della Prima Guerra in cui cadde nello stesso errore , a detta di tutti, mai avrebbe doivuto fare....)



Rodolfo
... , maggio 22, 2008 17:42

@ Maurizio Barozzi

Grazie per la risposta. In effetti, piu' che come una rivelazione straordinaria, il contributo di Suvorov funziona come una spada di Damocle, una volta rotta l'unita' antifascista tra i vecchi vincitori. In questo senso, lo leggerei. La dissidenza sovietica funzionava in modo strano, ma certo l'opposizione a Putin del trio Bukovskij, Bykov, Suvorov, non deporrebbe a favore di un'infiltrazione. Ma sono cose complicate queste. Da un punto di vista strategico, alla Russia conviene vuotare il sacco. E' dall'altra parte che non conviene. Verrebbe a mancare il terreno sotto alla NATO. Personalmente, mi ero gia' fatto una mia opinione sulla scorta dell'esame delle forze in campo. La tanto lodata mobilita' della Wehrmacht era ben poca cosa se confrontata con quella schierata dall'Armata Rossa. Sia in termini numerici che di efficienza dei mezzi. Ovviamente l'efficienza dei quadri militari prussiani aveva del prodigioso. Se ricordo bene Hitler aveva ben presente quali problematiche avrebbe potuto aprire un secondo fronte, quindi, sarei portato a credere che l'Operazione Barbarossa fu dettata da esigenze straordinarie. Anche lo stesso discorso di H, una volta avviata l'invasione, potrebbe rafforzare quest'ipotesi. Della segreta speranza di un'alleanza con la GB ci sono cosi' tante prove che non e' nemmeno il caso di parlarne, ma le potenze "del mare" hanno sempre avuto ospiti piuttosto inclini a dirigere la propria politica. L'allargamento ad est era una delle priorita' del regime, ma io lo vedrei nel contesto delle privazioni di Versailles nonche' nell'opportunita' di utilizzare le comunita' germanofone negli Stati limitrofi come avamposti coloniali, nonche' per la loro protezione. Credo che l'eliminazione di un cuscinetto tra Germania e URSS non convenisse molto a Hitler. Ovviamente mi baso sul buonsenso e non sulla documentazione che lo storico avra' certo consultata, ma il quadro mi sembra verosimile. Nei tratti generali, sia Fascismo che Nazionalsocialismo nacquero in ragione dell'opposizione all'URSS e al Capitalismo. Il cospicuo arruolamento di volontari europei nei ranghi della Waffen SS suggerirebbe che il pericolo sovietico era temuto dovunque. Mi pare che sia in questa fattispecie, che l'Asse mostrava di avere realmente intrapresa la difesa d'Europa. E' in questo contesto che sarei interessato a conoscere i risvolti della corrispondenza segreta Mussolini - Churchill. Sempre a grandi linee, l'abbattimento di tutti gli imperi centrali (e cristiani) europei ha richiesto oltre cent'anni e non e' concluso ancora oggi a causa della pseudo-restaurazione russa. Si sa che una finanza ben connotata ne ha dirette tutte le fasi, quindi non mi attenderei grosse rivelazioni su questo tema. Almeno, non piu' di quelle che fece B. Freedman negli anni '60. Siccome e' inevitabile che la Storia venga utilizzata a fini politici, la composizione di questo mosaico renderebbe evidente anche ai paguri bernardi quanto la "liberazione" abbia coinciso con la distruzione dell'Europa e abbia coronato il suo asservimento a quell'entita' che per la prima volta sta uscendo allo scoperto in vista del compimento del suo lungo progetto. Come dicevano una volta? Demo-pluto-etcetera... ed era la pura verita'. Continuero' a leggere con interesse.



Rodolfo
... , maggio 22, 2008 17:56

@ hobo

Infatti ho scritto qualcosa di simile, anche se mi sono tenuto sulle generali. Ho letto Alvi, e sono abbastanza d'accordo, ma quella del "regalo" all'Europa non mi pare verosimile. La finanza che conta aveva gia' conseguito un successo instaurando l'URSS, pertanto, sarei incline a vedere la distruzione dell'ultimo baluardo europeo piu' ad opera finanziaria che non politico-militare. Forse e' stata una "finanza minore" a favorire l'ascesa di Hitler. L'URSS era destinata ad impadronirsi di tutto il continente e la megainflazione tedesca aveva gia' fatto passare di mano le risorse pubbliche e private. Quindi perche' mai ostacolare un progetto cosi' ben avviato?



FAbio
... , maggio 22, 2008 20:51

Da parecchio tempo mi sono ormai convinto che la Germania è stata il baluardo e la difesa dei valori e delle tradizioni europee demonizzata poi dai veri responsabili di quel massacro !!1 Come ha detto Rodolfo anche io ho letto parecchio sui volontari che, da tutta europa, affluivano alla Waffen SS per combattere con il Reich!! Fatto che indica chiaramente che la Germania era percepita come nazione a difesa dell'europa, gente di tutti i paesi europei, anche contro la volontà del proprio governo

--(vedi Spagna che mando una divisione intera, la Azul, dal 41' al 43' ma poi nel 44' annusate le sorti proibi ai suoi cittadini di reclutarsi nelle Waffen SS e questi affluirono comunque in massa anche a rischio di essere fucilati alla schiena nel tentativo di passare la frontiera!!!)---

che andarono a morire tra le macerie di Berlino nella megabattaglia finale durata 12 giorni ove i veri eroi d'europa si immolarono sparando fino all'ultima cartuccia contro le divisioni di Stalin che subirono perdite elevatissime!!

Come dimenticare la divisione Waffen SS "Charlemagne" formata da coraggiosi volontari francesi i cui ultimi reparti difendettero Berlino esattamente come la SS "Wallonie" formata da Lettoni e Baltici in generale acerrimi nemici dei comunisti russi...ci hanno mentito la storia va riscritta tutta!!





hobo
roma , maggio 23, 2008 13:40

per Maurizio
anch'io per diverso tempo mi ero chiesto quale fosse in realtà la differenza nella vicenda dell'aiuto pressochè continuo dato da clubs a URSS e Germania fra il 1918 ed il 1941-45.
Poi attraverso varie fonti,fra cui gli studi di Sutton e Millegan sugli Skull n'Bones le cose si sono chiarite.
I clubs e le loro ramificazioni finanziarie cercano di giocare su tutti i tavoli: per cui nel piano generale di sradicamento della spiritualità mittleuropea il fomentare il lenin-stalinismo a est e rovinare dall'interno la Germania tramite l'vvento del "non uomo" era,in definitiva la stessa cosa. Sembrerebbe un ragionamento fatto col "senno di poi" ma uno studio attento delle carte dice che non è così.
Certamente i clubs ed i loro burattini hanno rischiato grosso: se Hitler avesse "chiuso" con l'atomica le cose sarebbero state ben diverse..ma non certo per le Logge, capace di riciclarsi sotto quasi ogni abito. (E' nota la presenza della Loggia Massonica "Ecclesia" all'interno dei Palazzi vaticani)
Questo però apre la porta su una serie di interrogativi a cui ho cercato d dare una risposta estesa in una serie di scritti, fra cui quello di circa 90 pagg. dedicato a "Antroposofia e Nazionalsocialismo" pubblicato nel n di Luglio 2001 della Rivista "Antroposofia"




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