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La morte di Mussolini: valutazione della balistica autoptica

Alberto Bertotto    22 maggio 2008
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Sul sito EFFEDIEFFE.com sono state fatte approfondite riflessioni sulla morte di Mussolini.
E’ stata ribadita la viscerale inattendibilità della versione cosiddetta «ufficiale», come pure quella, altrettanto irrazionale, di certe ricostruzioni alternative (killer inglesi) che prevedono la «doppia fucilazione» del Duce.
Si impongono a questo punto alcune considerazioni di carattere balistico.
Le farò prendendo in esame quello che è disponibile sulla carta stampata: il verbale numero 7241, stilato dal medico settore (dottor C. M. Cattabeni) il 30 settembre 1945 (Giorgio Pisanò «Gli ultimi cinque secondi di Mussolini», Il saggiatore, 2004), e le valutazioni  tanatologiche del documento Cattabeni fatte dal medico legale A. Alessiani (Tribunale di Roma) («Il terorema del verbale 7241», www.larchivio.com; cronologia.leonardo.it. reperibili per via telematica), dal professor G. Pierucci (Medicina Legale, Università di Pavia) (Giorgio Pisanò, opera citata) e dal professor P. L. Baima Bollone (Medicina Legale, Università di Torino) («Le ultime ore di Mussolini», Mondadori, 2005).
Se immaginiamo una linea che congiunge il giugulo con la sinfisi pubica, passando per l’ombelico, possiamo dividere il tronco corporeo (collo compreso) in due settori: emisoma destro ed emisoma sinistro.
Considereremo i fori per ciascun emisoma, procedendo dal basso verso l’alto.
Sono valutate solo le ferite con carattere vitale, ossia quelle premortali caratterizzate da un alone periferico ecchimotico (orletto escoriativo-emorragico).
Sul corpo di Mussolini sono stati descritti nove colpi d’arma da fuoco con tali caratteristiche.
Si deve, inoltre, tener presente che concentricamente al foro con escoriazione-emorragia si può avere, se il colpo ha attinto la cute nuda da vicino, una ustione e contusione da gas (3-5 centimetri di distanza), un’affumicatura (fino a 10 centimetri di distanza) e un tatuaggio da particelle incombuste di polvere (fino a 30-40 centimetri di distanza).
Se la pelle è ricoperta da un indumento, l’affumicatura e i residui di particelle sono reperibili sulla superfice del tessuto con cui è stato confezionato il capo di abbigliamento.
Per indumenti tipo i cappotti, i colpi d’arma da fuoco molto ravvicinati causano alterazioni vistose: bruciature a coccarda o a raggiera con margini carbonizzati, se non addirittura squarci indotti dalla pressione gassosa (l’uscita dei gas dalla canna durante lo sparo determinano pressioni elevatissime, più centinaia d’atmosfere) (ferite d’arma da fuoco. gvgiusti.tripod.com; digilander.libero.it. reperibili per via telematica).

Emisoma destro:

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Foro numero 1

Cattabeni: Al fianco destro, poco al di sopra di un livello corrispondente alla spina iliaca superiore, un foro d’entrata cui fa seguito un tramite sottocutaneo sboccante in un foro d’uscita a livello della regione glutea di destra, nel quadrante anterosuperiore.
Alessiani: Foro d’ingresso sul fianco destro, sopra l’osso iliaco, che fuoriesce dalla parte superoesterna del gluteo omolaterale in modo tangenziale, assumendo su una sagoma umana verticale un angolo di 45 gradi.
Si può ragionevolmente supporre che il colpo sia stato sparato dall’alto verso il basso.
Pierucci: Colpo al fianco destro fuoriuscito nel gluteo corrispondente.
Il tramite intracorporeo non è precisato nella sua direzione rispetto ai piani corporei di riferimento, segnatamente rispetto a quello orrizontale.
Stando alle generiche indicazioni topografiche, comunque, sembra che esso fosse pressocchè orizzontale, ovvero lievemente obliquo verso il basso.
Ad ogni modo il colpo al fianco destro è compatibile con l’evenienza di uno sparo fondamentalmente dall’avanti all’indietro, eventualmente con l’arma, a un dipresso, alla stessa altezza della lesione d’entrata.
Bollone: Il proiettile al fianco destro è uscito in corrispondenza del gluteo e quindi era obliquamente diretto dall’avanti all’indietro e dall’alto verso il basso.

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Foro numero 2

Cattabeni: All’avambraccio destro, sul margine ulnare, due fori ravvicinati: uno più esterno di entrata e l’altro più interno e distale con tipico aspetto di foro d’uscita.
Alessiani: Colpo sul margine esterno dell’avambraccio destro che esita (si tenga presente che tutto ciò è descritto su cadavere orizzontale, supino, ed in posizione di attenti) più in basso, all’interno, con breve percorso, senza ledere l’impalcatura ossea (ferita a «pinza»).
L’angolazione di questo colpo è minima, una ventina di gradi se non meno: un percorso non tangenziale per un’inezia.
Pierucci: Foro all’avambraccio destro, esternamente che fuoriesce sullo stesso, internamente.
Il Pierucci prospetta l’ipotesi che questo colpo potrebbe essere conseguenziale a quello che ha provocato la lesione al fianco destro.
In tal caso l’avambraccio destro doveva trovarsi appoggiato al gluteo corrispondente in quanto le mani della vittima erano legate dietro la schiena.
In questo caso i colpi sparati con caratteri vitali sarebbero stati otto e non nove (due fori provocati da un unico proiettile).
Bollone: Colpo all’avambraccio destro.
Nessuna specificazione sul foro d’uscita.

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Foro numero 3

Cattabeni: In sede parasternale destra, foro d’entrata 3 centimetri al di sotto della clavicola destra.
Il corrispondente foro d’uscita è sul dorso in regione sopraspinosa destra.
Alessiani: Colpo in entrata sul margine destro dello sterno (secondo spazio intercostale).
Ha un percorso obliquo perchè esce nella regione del dorso verso la scapola destra: 45 gradi sul piano intratoracico.
Sarà il responsabile della rottura aortica.
Pierucci: Foro d’entrata in regione parasternale destra.
Foro d’uscita in regione scapolare (sopraspinosa) sinistra.
La spiegazione per questa apparente (?) contraddizione non è chiara (traiettoria fortemente obliqua?).
Bollone: Colpo in entrata alla destra dello sterno.
Non ci sono note sul corrispondente foro d’uscita.

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Foro numero 4 (ricostruzione su manichino)

Cattabeni: Foro d’entrata in regione sopraclaveare destra presso la linea mediana.
Foro d’uscita al dorso in regione sopraspinosa destra.
Alessiani: Colpo che trafigge la limitata carnosità superiore della clavicola destra con risparmio di essa: 180 gradi su sagoma eretta.
Nessun cenno sul corrispettivo foro d’uscita.
Pierucci: Foro d’entrata in regione sopraclaveare destra a cui corrisponde un foro d’uscita in sede scapolare (sopraspinosa) sinistra.
Valgono le stesse considerazioni fatte sopra.
Bollone: Foro d’entrata immediatamente al di sopra della clavicola destra.
Nessuna menzione sul corrispettivo foro d’uscita.

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Foro numero 5 (ricostruzione su manichino)

Cattabeni: Foro d’entrata di proiettile in regione sopraioidea, a destra della linea mediana.
Non è evidenziabile il relativo foro d’uscita.
Alessiani: Colpo sotto la parte destra del mento e sul piano compreso tra mento e gola con direttrice dal basso verso l’alto.
Il proiettile non ha un esito esterno come era da attendersi per la volta cranica ed è necessariamente ritenuto nella base cranica (polifratturata nell’esame dei resti).
Novanta gradi perfetti su sagoma eretta.
Pierucci: Colpo d’entrata in regione sopraioidea destra.
Il verbale d’autopsia non documenta un foro d’uscita: il proiettile potrebbe dunque essere «ritenuto» nei resti (non risulta che il cadavere sia stato mai sottoposto ad esame radiografico).
Bollone: Ferita d’ingresso alla faccia anteriore della metà destra del collo subito sopra l’osso ioide. No reperibile il corrispondente foro d’uscita.

Emisoma sinistro:

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Foro numero 6

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Fori numero 7, 8, 9

Cattabeni: All’emitorace sinistro, anteriormente, nella metà superiore, un gruppo di quattro fori ravvicinati compresi tra la linea emiclaveare e l’ascellare anteriore.
All’emitorace di sinistra, posteriormente, nella metà superiore, un gruppo di quattro fori d’uscita compresi nell’area tra la linea mediana e la marginale della scapola.

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Fotografia 8: fori sulla spalla sinistra

Alessiani: Sulla spalla sinistra, verso il limite esterno, un complesso di quattro colpi d’arma da fuoco molto ravvicinati tanto da rammentare un quattro di quadri coricato: 180 gradi sul piano intratoracico per fuoriuscita sul dorso abbastanza in linea.
Nella fotografia 8 si vedono i fori sulla spalle sinistra come li ha collocati l’Alessiani sul suo manichino.
Notare la discrepanza con l’immagine sul cadavere (fotografia 6 e 7).
Non so perchè l’Alessiani ha posizionato in quel modo i fori sul fac simile che ha utilizzato.
Voleva per forza accreditare la sua ipotesi?
Essendo rigoroso, non mi sembra il tipo.
Non so spiegarmi il fatto.
Alcuni dati suggeriscono che fosse un soggetto bizzarro (eccentrico).
Nel 1993 ha suscitato un gran scalpore il tentativo da lui fatto per curare i tumori con una sostanza miracolosa disciolta in acqua (l’acqua dell’Alessiani).
Stando a quanto dice avrebbe salvato sua moglie giudicata inoperabile per carcinosi peritoneale (La mafia del cancro. www.aerrepici.org/km10.htm. Reperibile per via telematica).
Pierucci: Fori d’entrata all’emitorace sinistro anteriore.
I tramiti intracorporei di due di questi colpi denotano una direzione dall’esterno (cioè da sinistra) verso la regione dell’ilo polmonare (al centro).
Essi sembrano confermare l’obliquità delle traiettorie balistiche (avanti-dietro, sinistra-destra) come suggerito dalla foggia ovalare dei corrispondenti fori cutanei d’entrata.
I fori d’uscita sono sull’emitorace posteriore sinistro.
Questi colpi hanno provocato un imponente emotorace che ha concorso a determinare la causa della morte.
A differenza dell’Alessiani, il Pierucci colloca correttamente le ferite sul manichino che ha disegnato per il libro del Pisanò.
Bollone: Quattro fori d’entrata all’emitorace sinistro anteriore al di sotto della clavicola.
Omessa la descrizione dei fori d’uscita sul torace posteriore.

Riporto ora alcune valutazioni fatte dall’Alessiani, dal Pierucci e dal Bollone in base ai loro riscontri:

Alessiani (la morfosintassi dell’Alessiani è stata da me corretta): I colpi premortali testimoniano una chiara polispazialità per angolazioni da inclinazioni diverse per armi sparanti come se il bersaglio fosse estremamente mobile in tempi successivi brevissimi.
Abbiamo così il quadro: cinque colpi isolati tra di loro in polidirezionalità nell’emisoma destro (imputabili ad un arma a colpo singolo: pistola) e quattro nell’emisoma sinistro ravvicinatissimi tra loro attribuibili ad un arma a raffica (mitra) molto a contatto del bersaglio per l’area ristretta realizzatasi.
E’ una caratteristica delle mitragliette la distanzialità dei loro effetti già nel modesto allontanarsi dal bersaglio.
Ciò fa supporre: mobilità del bersaglio se questo è rappresentato da un uomo all’impiedi o mobilità comune del leso e del feritore in fase di collutazione per sottrazione del leso alla intenzionalità del feritore (morte del non consenziente).
Il colpo sotto il mento (sopraioideo), in piena verticalità di tramite, esclude il bersaglio all’impiedi, quello al fianco, che simula addirittura un colpo sparato dall’alto, un’orizzontalità dell’arma.
La soluzione è quella di una collutazione con tentativo di disarmo del soccombente, iniziale.
Vi è un altro comportamento comune quando l’arma ha colpito molto da vicino (sempre questioni di centimetri).
Così a canna perpendicolare, sia l’alone escoriativo, l’ustione, il tatuaggio e soprattutto l’affumicatura, saranno in immagine concentrica rotonda.
Quando l’arma è in inclinazione, l’immagine assumerà figure a cul de sac (piriformi) e dunque eccentriche.
Ciò è visibile per il colpo al mento (arma perpendicolare al piano) rotondo come una grossa moneta per alone di affumicatura, piriforme (con il cul de sac verso il palmo della mano) quello sull’avambraccio destro per arma quasi tangenziale, pressocchè longitudinale all’arto in retro-rotazione per caduta a terra.
La ravvisabilità dell’alone d’affumicatura (detto anche comunemente nero-fumo) nelle fotografie pre-autoptiche caratterizza la dinamica dell’evento: collutazione in soggetto praticamente in nudità con integralità degli indumenti usati per una vestizione post-mortale difficile ed affrettata dettata da circostanze inattese ed imprevedibili.
Detto per inciso, l’Alessiani ha anche messo in evidenza che l’allacciatura anteriore dei mutandoni indossati dal Duce era scompaginata.
Il che, non dovuto ad atti vandalici ascrivibili alla brutalità della folla di piazzale Loreto, potrebbe essere indice di una violenta collutazione, ma anche di trascinamento del cadavere.

Pierucci: Dall’esame delle ferite non è possibile stabilire il calibro dell’arma che ha sparato (professor Pierucci. Comunicazione personale).
Sul sito www.ilduce.net vengono riportati altri studi eseguiti a Pavia (Istituto di Medicina Legale) dal gruppo del professor Pierucci.
In particolare è emerso che sulla maglietta della salute indossata da Mussolini al momento del trapasso erano presenti aloni di polvere incombusta e tracce di microparticelle (residui) (i fori erano mascherati dall’imbrattamento ematico).
Ciò starebbe ad indicare che il colpi, esplosi da una distanza inferiore a 50 centimetri, sarebbero stati inferti su di un corpo vestito con i soli indumenti intimi (maglietta della salute e mutandoni di lana al polpaccio).
I ricercatori pavesi avrebbero anche riscontrato due colpi all’addome (decimo ed undicesimo, periombelicali) non riportati nel verbale Cattabeni (F. Andriola, «La morte di Mussolini: una macabra messa in scena»).
Io ho le foto del cadavere: sull’addome e in zona periombelicale non si vedono fori (fotografia 9 e 10).
E’ improbabile che le lesioni cutanee siano state mascherate dalla grossolana cucitura del taglio verticale autoptico.
Chiesti chiarimenti al professor Pierucci ed al suo assistente dottor G. L. Bello, ognuno mi ha detto di rivolgermi all’altro perchè al momento nessuno dei due sapeva cosa rispondermi.
Se i due fori addominali aggiuntivi ci fossero stati non si capisce il perchè il Cattabeni abbia sentito il bisogno di ometterli.
Nove o undici ferite premortali per lui non cambiavano niente.
Una svista così grossolana è impossibile.
Chi ha divulgato la notizia, Fabio Andriola, non ha successivamente fornito altre delucidazioni.
La segnalazione, di notevole rilevanza storica, è rimasta un fatto isolato.

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Fotografia 9: addome

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Fotografia 10: zona periombelicale

Bollone: Le ferite d’ingresso del lato destro appaiono più grandi e marcate di quelle a sinistra.
Per quanto dall’aspetto e dalle dimensioni di una ferita cutanea non sia possibile risalire al calibro del proiettile che l’ha prodotta, in molti casi di ferimenti con armi molto diverse sono possibili valutazioni comparative.
Si giustifica così la diffusa opinione (bizzantineggiante motivazione) che le quattro ferite d’ingresso al tronco e quella all’avambraccio destro siano state provocate da proiettili di calibro maggiore delle quattro a sinistra.
Il gruppo di quattro ferite ravvicinate nella parte superiore dell’emitorace sinistro sono ovali.
Di conseguenza sono state provocate da proiettili diretti obliquamente.
Ciò corrisponde a quanto sappiamo dal verbale del Cattabeni dal quale risulta che i «tramiti», vale a dire le corrispondenti ferite interne, sono diretti obliquamente in basso e all’interno.
Ne consegue che le traiettorie di questi proiettili è, rispettivamente al soggetto immaginato al momento dello sparo in posizione eretta davanti a chi fa fuoco, obliqua verso la schiena della vittima, il centro del suo corpo e il basso.
Si è sostenuto che alcune fotografie provano che la cute del cadavere presentava prima dell’autopsia tracce di affumicatura (opinione dell’Alessiani) e che queste siano state asportate da una preliminare incauta detersione.
Si tratta invece di una cattiva interpretazione di aloni emorragici che sono stati registrati da pellicole pancromatiche su cui rimangono impressi particolari che non si vedono ad occhio nudo.
La valutazione della distanza di tiro dipende dalla individuazione o meno delle tracce dei gas,
di fumi o dei residui di polveri che escono dalla bocca dell’arma insieme al proiettile, ma che si disperdono rapidamente.
Sulle fotografie a disposizione non si osserva né sulla giacca, né sui pantaloni, né infine sulla maglietta di Mussolini alcuna traccia di essi, il che è compatibile con la esplosione di colpi a distanza superiore al mezzo metro.

Il professor Bollone, un ermellinato allegorista, non si è accorto che il giaccone del Duce era di foggia borghese e che, pertanto, gli era stato fatto indossare dopo morto (lo stesso dicasi per
i pantaloni).
Non potevano quindi presentare fori, né tantomeno residui di polvere da sparo.
Il Bollone, infatti, dice che i colpi sono stati sparati da una distanza superiore al mezzo metro,
ma poi non rileva i fori sul giaccone e sui pantaloni.
Non solo.
Aggiunge anche che il Duce è morto vestito.
E’ qui l’incongruenza.
Ho chiesto personalmente al Bollone come spiegava questo fatto.
In altre parole gli ho detto come mai non si era accorto che quel giaccone era posticcio.
Mi ha comunicato che tali precisazioni saranno l’oggetto di un articolo o di un libro che scriverà
in futuro.
Bene a sapersi.
I mutandoni del Duce erano insanguinati e perforati (analisi del Verbale Cova Villoresi, un radiologo presente di rincalzo il 30 aprile 1945 nella sala settoria dell’obitorio milanese
di via Ponzio) e sulla parte destra della maglietta erano reperibili, secondo il Bollone, alcuni segni di discontinuità (fori).
In linea con le osservazioni del Pierucci questi ultimi dati fanno supporre che Mussolini è stato fucilato con indosso solo la lingerie  intima.
Per fortuna che il Bollone ha trovato fori sulla maglia.
In caso contrario uno deve pensare che Mussolini è morto a causa di proiettili imperforanti, l’ultimo ritrovato della balistica moderna.
Ammalato di protagonismo, il criminologo Baima Bollone è passato dagli «Ultimi giorni di Gesù» alle «Ultime ore di Mussolini», facendo un balzo irriverente di duemila anni.
Con altrettanta irriverenza è passato dal freddo tavolo autoptico al comodo lettino dello psichiatra, mescolando il sacro con il profano: l’odore acuto della formalina con le raziocinanti speculazioni freudiane, il tagliente bisturi anatomico con il sottile «eros trasgender» e l’involontario rigor mortis con l’emotiva sindrome di Stoccolma («La psicologia di Mussolini», Mondadori, 2007).
Nel fare ciò ha dimenticato il tassonomico precetto di Giovanni  Battista Morgagni: «Anatomia clavis et clavus medicinae».
Ha detto il filosofo tedesco Martin Heidegger: «Nessuno deve saltare oltre la propria ombra».

Considerazioni conclusive:

L’ipotesi dell’Alessiani che ha sparare siano state due armi diverse (mitra e pistola) viene ridimensionata dall’esame sulle ferite documentate sul cadavere di Mussolini.
A sinistra i fori sono ravvicinati, ma non hanno di certo la dislocazione di un quattro di quadri rovesciato.
Si deve, peraltro, sottolineare che chi è salito in camera di casa De Maria dopo le 16 del 28 aprile 1945 non ha notato i segni dell’avvenuta mattanza mattutina ipotizzata dall’Alessiani (muri sbrecciati, schizzi di sangue sui lenzuoli o sui muri).
Ha potuto, anzi, vedere quello che era un quasi intatto parco asciolvere contadino (latte, pane, salame e polenta).
A detta della padrona di casa, i reclusi lo avrebbero consumato verso le dodici (sicuramente un indizio depistante).
La tesi che oggi va per la maggiore prevede che il Duce, dopo essere stato ferito al braccio ed al fianco destro nella camera che lo ospitava in casa De Maria, sia stato finito da sette colpi sparati mentre era accostato alla porta della stalla situata nel cortile del cascinale di Bonzanigo (si dice che fosse stato addirittura legato al catenaccio).
In tale evenienza è improbabile che i proiettili siano stati esplosi a bruciapelo.
Se a sparare sia stato un mitra o una pistola è difficile da stabilirsi.
I conti fatti dal Pisanò, in base ai racconti della testimone oculare Dorina Mazzola (troppo minuziosi in quanto ad orari e a conteggio del numero dei colpi), tornano perchè i sette sparati davanti alla stalla si sommano ai due eslposi in camera (come abbia fatto la Mazzola, distante cento metri in linea d’aria, a distinguere i colpi sparati all’esterno della casa da quelli esplosi in camera da letto resta un mistero. Doveva avere un orecchio sopraffino).
Io ho fatto sparare nella soffitta con finestra di una casa in campagna alcuni colpi di pistola (Ruger calibro 38).
Posizionatomi in fondo al giardino, a centoventi passi di distanza, non ho sentito niente.
Nessuno mi ha mai detto che soffro di ipoacusia.
Il Pisanò ha fatto in loco un esperimento analogo.
Secondo lui quello che ha detto la Mazzola era attendibile.
Non ha però specificato se ha fatto esplodere alcuni colpi a salve di pistola anche all’interno dell’edificio di casa De Maria.

Per ascoltarli si era trasferito in casa Mazzola.
Parla di generici colpi esplosi da casa De Maria (interno ed esterno o solo esterno?).
La Mazzola ha detto di aver sentito il rumore di due colpi di pistola provenire dall’interno della casa posizionata sopra la sua.
Ha asserito che successivamente ha percepito il botto di sette colpi che sarebbero stati sparati sul cortile (davanti la stalla).
Il poterli contare distintamente significa che erano anche loro dei colpi di pistola.
La Beretta calibro nove ha un caricatore di sette colpi.
Ciò significa che due pistole hanno sparato al Duce o che una è stata ricaricata.
Il che fa presumere anche che i proiettili della seconda (un intero caricatore) siano andati tutti a segno (vedi le considerazioni balistiche fatte a seguire).
Al Bollone fa comodo il fatto che a sparare siano state due armi diverse.
Il tanatologo di Torino prevede, infatti, che davanti al cancello di villa Belmonte a Giulino di Mezzegra i killer comunisti siano stati due, uno armato di mitra e l’altro di pistola (versione fornita da Sandrino, Guglielmo Cantoni, al giornalista Ferruccio Lanfranchi).
Peccato che il Cantoni, nel tempo, abbia rilasciato tre ricostruzioni dei fatti una diversa dall’altra
(al Lanfranchi, al Pisanò, alla moglie ed ad un tale Vannotti).
Al Pisanò, forse, ha detto il vero: avrebbe visto Valerio sparare su due cadaveri davanti al cancello di villa Belmonte.
Questa testimonianza prezzolata lo ha costretto a fuggire in Svizzera per un anno.
I comunisti volevano fargli la pelle.
Ciò è la miglior conferma del fatto che quanto aveva detto al deputato missino (il Pisanò) era la vera verità (Mixer, «Indagare Mussolini», Rai-due, 1993).
Si intuisce che i commenti sul verbale autoptico fatti dall’Alessiani e dal Bollone tendano ad avvalorare le rispettive teorie sulla morte del Duce.

Anche il Pierucci non si tira indietro: larvatamente accredita la versione fornita dal Pisanò che l’aveva nominato suo perito medico-legale (mani legate dietro la schiena).
Legare un sessantenne ferito al catenaccio della porta di una stalla prima di ammazzarlo mi sembra assurdo.
Casa De Maria è stata acquistata da amici del Pisanò, i coniugi Nastri che non potevano non sapere (almeno per sentito dire) quello che era successo in quella rustica cascina (non solo la custodia,
ma anche l’avvenuta morte del dittatore).
Per renderla più confortevole gli acquirenti hanno ristrutturato l’abitazione rurale (primi anni settanta).
La porta della stalla è stata sostituita.
I Nastri non l’avrebbero buttata via se la porta avesse conservato le pallotole conficcate nel legno che hanno ucciso Mussolini.
Era un cimelio storico di tutto rispetto.
Unitamente alla testimonianza della Mazzola, i proiettili sulla porta potevano sconfessare definitivamente la vulgata dei partigiani con il fazzoletto rosso al collo (dal recupero del proiettile
si poteva risalire al calibro ed al tipo di arma che ha sparato).
Per risolvere questo dilemma ho telefonato al gentilissimo e collaborante Giannetto Bordin, a colui, cioè, che ha accompagnato Giorgio Pisanò quando sono andati a fare i sopraluoghi in casa
De Maria.
Il cortese signor Bordin mi ha detto che hanno esaminato le porte vecchie (quelle originali del 1945)
anche con un metal detector, ma purtroppo non hanno trovato niente.
Si vede che i proiettili che hanno colpito il Duce sono rimasti all’interno del suo corpo.
In tal caso, però, durante l’autopsia avrebbero dovuto trovarli, non dico tutti, ma perlomeno uno. Inoltre all’autopsia a tutti i fori d’entrata anteriori, ad eccezione di uno (il colpo sopraioideo), corrispondeva un foro d’uscita posteriore.
La versione Mazzola subisce un brutto colpo.
Da cinque metri ho sparato con la mia Ruger calibro 38 ad un sacco di patate appoggiato ad un tronco.
Ho puntualmente ritrovato i proiettili conficcati nel fusto ad una profondità di uno-due centimetri.
Ho fatto vedere la documentazione fotografica e quella cartacea scritta dal Cattabeni, dall’Alessiani, dal Pierucci e dal Bollone ad un esperto di balistica.

Pur con estrema cautela lui ha sostenuto che le ferite ovalari di sinistra siano imputabili a proiettili con direzione obliqua (sinistra-destra, dall’alto in basso) sparati da un’arma a raffica,
ma non a bruciapelo (distanza dell’arma superiore a 50 centimetri).
La dispersione delle lesioni cutanee di destra fa pensare ad un’arma a colpo singolo (anche il colpo al fianco è stato indirizzato dall’alto in basso).
Non si può, tuttavia, escludere che i nove colpi appartengano ad un’unica scarica di mitra sventagliata da sinistra a destra e dall’alto in basso.
In questo caso lo sparatore e/o la vittima, posti su piani altimetrici diversi, ma impossibili da quantizzare, dovevano essere in movimento.
L’amico Maurizio Barozzi, dopo aver aver letto i risultati della perizia balistica fotografica fatta fare da me, ha detto una cosa intelligente.
A differenza degli altri, il colpo sopraioideo ha colpito Mussolini dal basso verso l’alto.
Il Barozzi ha giustamente imputato il fatto ad una retropulsione del capo della vittima quando questa era già stata raggiunta da altri proiettili (movimento spontaneo in un soggetto che sta per accasciarsi al suolo, essendo stato vulnerato dai antecedenti colpi d’arma da fuoco).
Non bisogna, però, trascurare un fatto.
La lassità della pelle sottomentoniera in un individuo di sessant’anni (cute flaccida).
Quando il corpo viene disteso sul tavolo autoptico (testa in linea con il tronco per estensione del capo non sorretto da un poggia testa) si ha una tensione della cute in eccesso che potrebbe simulare una falsata angolazione del colpo sotto al mento.
Da notare che questo colpo «trattenuto» potrebbe essere reperito tra i resti mortali mussoliniani tumulati al cimitero San Cassiano di Predappio (esumazione della salma).
E’ impensabile che non lo sappia Guido Mussolini, il nipote del Duce impegnato legalmente, con scarsi risultati procedurali, per stabilire com’è morto suo nonno.
L’ipotesi di un esecutore singolo armato di mitra davanti al cancello di villa Belmonte è altamente improbabile (versione Valerio originale).

Più realistica è l’ipotesi che prevede due killer impugnanti armi diverse (una pistola ed un mitra) (versione Audisio revisionata. Alterco e rivalità tra giustizieri).
Il consulente a cui mi sono rivolto ha specificato che mettere a segno cinque colpi con una pistola Beretta calibro 9 (il cui caricatore contiene sette cartucce) è difficile (anche a una distanza di tre o quattro metri).
L’arma è molto funzionale, ma altrettanto imprecisa perchè ha un violento rinculo, una canna molto corta, un grilletto con grande escursione ed una impugnatura poco anatomica.
Solo un vero professionista la sa usare profittevolmente.
Gli incursori della X MAS del comandante Junio Valerio Borghese si disfavano della loro Beretta d’ordinanza.
Preferivano usare pistole di fabbricazione tedesca.
Oltre a queste considerazioni avrei da farne altre, ma non voglio togliere al lettore la soddisfazione di poterle leggere in dettaglio sul mio libro che, penso, a luglio sarà su gli scaffali delle librerie
(«La morte di Benito Mussolini: una storia da riscrivere»).
Per non lasciare chi legge questo articolo a bocca asciutta posso solo dire che il Duce in limine mortis per una causa ben precisa che condizionava movimenti inconsulti ed afinalistici (ecco spiegata la polidirezionalità e la poliangolazione dei colpi) è stato esecutato in déshabillée fuori dalla camera di casa De Maria.
Per farlo uscire, essendo in stato semicomatoso, i partigiani l’avrebbero trascinato per i mutandoni, slabbrandone l’allacciatura anteriore.
Ha scritto Renzo De Felice con l’autorità che gli compete: «Una vulgata sta morendo, con buona pace dei suoi superstiti sostenitori ed epigoni, ma se ne sta sostituendo giorno per giorno un’altra. in parte diversa, ma altrettanto refrattaria alla verità storica e probabilmente altrettanto perniciosa. Ché se la vecchia tendeva a squalificare ed invalidare alcune verità a tutto vantaggio della esaltazione e delle legittimazione di una vulgata di comodo, la nuova par di capire tenda a legittimare le une e le altre in funzione di un immobilismo politico e culturale che, come in passato, ignori le esigenze di una società veramente moderna».
E’ per questo che mi son dato da fare per scrivere un libro.
E devo dir grazie ha chi mi ha permesso di farlo, il signor Athos Agostini di Genova.
Un ringraziamento lo devo fare anche alla gentile signora Elena Curti, una figlia naturale di Mussolini.
Ha voluto fornirmi preziose informazioni che convalidano l’ipotesi da me formulata.
Altre intriganti notizie le ho avute dagli USA dove hanno analizzato il cervello del Duce.

Professor Alberto Bertotto

I fotogrammi sono stati presi dalla cassetta Combat Film e dalla trasmissione di Rai-due Mixer del 1993 («Indagare Mussolini», condotta da Gianni Minoli).


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Commenti : (10)
IL PATRIOTA
... , maggio 22, 2008 11:54

francamente di questi depistaggi ne e' piena la letteratura mussoliniana...
a me starebbe a cuore invece un'altra autopsia...
una bella radiografia dei rapporti di mussolini con tutta dico tutta l'anglosfera...



alberto bertotto
Perugia , maggio 22, 2008 12:56

Faccio una precisazione: ho potuto contattare solo ieri la gentile sig.ra Danielle Nastri, la propritaria di casa De Maria a Bonzanigo. Mi ha detto che quando hanno ristrutturato la casa la porta della stalla, a differenza di altre, era malconcia per cui l'ha buttata via. Non capisco a questo punto perchè il Pisanò ed il Bordin hanno esaminato le altre con il metal detector. Io penso che le cose siano andate così: I nastri hanno ristrutturato la casa intorno agli anni settanta. Sicuramente hanno buttato via qualcosa. Quando nel 1995 il Pisanò ha fatto il sopraluogo i Nastri non si ricordavano più cosa avevano buttato e cosa no. Hanno detto al Pisanò di cercare comunque con il metal detector, esaminando le porte che restavano. Non avendo il Pisanò trovato niente, la sig.ra Nastri, accanita sostenitrice della versione Mazzola, si è autoconvinta che ha buttato via la porta della stalla perchè particolarmente malandata. Ecco il motivo per il quale ha detto a me che era sicura di essersi disfatta proprio di quella.
Alberto Bertotto.



Maurizio Barozzi
Roma , maggio 22, 2008 13:55

La precisione e la competenza con la quale il prof. Bertotto ha esposto il difficile problema balistico e dinamico della morte di Mussolini pone, da ora in avanti, a tutta l'editoria, a tutte le fonti radio televisive ed a tutti gli specialisti e periti che vogliono affrontare questo argomento, una precisa condizione: nessuno può più essere superficiale, nessuno può più "sparare" ipotesi e versioni senza dettagliarle con esplicite documentazioni.
Ma a parte questo, il prof. Bertotto chiama inoltre in causa il giornalsita Andriola autore del servizio pubblicato su Storia in Rete nel maggio 2006, l'equipe del prof. Pierucci che esiguì la perizia riportata nell'articolo di quella rivista ed il prof. Bollone autore del libro edito da Mondadori nel 2005.
E li chiama giustamente in causa perchè quanto da loro riportato e sottolineato per i dubbi che comporta dal prof. Bertotto, necessita di ulteriori delucidazioni che, fino ad oggi, non ci sono state.
GENTILISSIMI DOTTORI E PROFESSORI ANDRIOLA, PIEURCCI E BOLLONE, SE CI SIETE BATTETE UN COLPO!

Una precisazione al saggio del prof. Bertone. Vi si afferma che per il fatto che non sono stati ritrovati i colpi sul portone della stalla di casa De Maria, la testimonianza di Dorina Mazzola subisce un brutto colpo. In realtà la signora Mazzola non c'entra nulla con quella versione, provenendo essa da un certo sig. Vanotti ex amico di Sandrino (il Cantoni). La signora Mazzola non ha mai saputo nulla, nè nulla ha asserito circa un ipotetico (ed improbabile)Mussolini legato a quella porta.



alberto bertotto
perugia , maggio 22, 2008 14:54

E' ovvio, e chi conosce il problema lo sa, che non è stata la Mazzola a dire al Pisanò che Mussolini è stato ucciso con le mani legate al catenaccio della porta della stalla. Il Pisanò l'ha saputo da un tale di nome Vanotti, amico del partigiano-custode Guglielmo Cantoni (Sandrino).
Meglio precisare subito prima che, giustamente, lo facciano altri. Le precisazioni coerenti e puntuali sono sempre le benvenute. A chi vuole spulciare il problema posso dire che la moglie di Sandrino (una teste chiave per il Pisanò: i due colpi sparati in camera) era al corrente anche del particolare inerenti la morte davanti alla stalla. Ha preferito, tuttavia, scaricare la patata bollente sul Vanotti a cui ha ceduto il testimone (Giannetto Bordin. Comunicazione personale). Altra puntualizzazione: la signora Nastri si è detta sicura che il Pisanò ha sparato a salve anche in casa. La Mazzola, quindi, doveva avere una un padiglione auricolare, tromba di Eustachio una staffa ed un martelletto (ossicini dell'orecchio) da elefante.
Alberto Bertotto.



Giuseppe Anguilla
Lecce , maggio 22, 2008 17:54

Ricostruire i fatti in modo esatto è importante, ma la verità storica, per essere tale, necessita di considerare i veri motivi che hanno decretato la morte del Duce. Sicuramente questi non verranno mai alla luce poichè fanno parte di quella verità che la gente non deve mai conoscere. Si possono, certamente, intuire o ipotizzare, im maniera abbastanza verosimile, tenendo conto del metro di lettura storico che caratterizza questo come altri siti, che sviluppano un approfondimento sulla strategia mondialista. Un elemento comunque costante è dato dalla eliminazione fisica di chi rappresenta o può costituire un ostacolo vero alla strategia di dominio mondiale. E il Duce vivo era un pericolo, sia per segreti derivanti dalla sua attività istituzionale, ma soprattutto per la capacità di poter attrarre ancora una volta gli italiani su posizioni ritenute temibili dalle gerarchie giudaicomassoniche.


Dario
Caorle , maggio 22, 2008 18:21

@Giuseppe Anguilla; e qui casca la mela di Newton, cioè il bandolo della matassa che in altri commenti ho scritto; dobbiamo cominciare veramente a cercar di comunicare, di scrivere, di ipotizzare cosa sapeva il Duce e cosa non dovevamo sapere noi italiani e tutto il resto del Mondo...perché se il Mondo è culturalmente "anglo", lo è solo perché abbiamo perso una guerra, che però non ha eliminato tutti i problemi che il "caro vecchio pancione inglese col sigaro" e accoliti vari pensava di eliminare vincendo! Apriamo le bocche a parliamone sempre più, anche parte della nostra Sinistra sta cominciando a capire, dobbiamo parlarne più spesso e stanare i menzogneri dai loro palchi di potere.
Io per conto mio sono fiducioso, il tempo del ritorno sta arrivando, lentamente ma arriva.

P.S.: com'è il detto? "Tutti i nodi vengono al pettine".



alberto bertotto
Perugia , maggio 22, 2008 19:16

Premetto che non mi intendo di geostrategie politiche. Su chi voleva morto Mussolini e perchè bisogna schematizzare:
1) Lo volevano morto i comunisti (anche quelli russi) che per ventanni erano stati messi al bando da lui. I comunisti, raggiunto il potere derivatogli dall'insurrezione, come sappiamo sono andati per le spiccie. Vedi i libri di Giampaolo Pansa. Per tanto è chiaro che il primo che doveva morire era il Duce.
2) Lo voleva morto chi temeva lui e le sue carte esplosive che avrebbero svelato le vere cause della seconda guerra mondiale. Qui entrano in gioco le lobbies internazionali e le mire imperialiste filoatlantiche.
3)Non credo che il Duce rappresentasse di per se un problema politico italiano se restava in vita. Lui stesso ha detto: "Il fascismo è morto il 25 luglio del 1943". Più volte ha espressola volontà, quand'era prigioniero di Badoglio e del Savoia, di ritirarsi alla Rocca delle Caminate per scrivere in pace le sue memorie. Se ha fondato la RSI lo ha fatto anche, e ripeto anche, per far da cuscinetto tra gli italiani ed i nazisti che volevano "polonizzare" l'Italia. L'anche mio si riferisce al concetto di Bosworth: "Chi ha avuto il potere non lo cede così facilmente anche a costo di governare uno Stato fatiscente. E' il connaturato ed intrinseco voler a tutti i costi restare sulla cresta dell'onda"
4)Ha detto giustamente Norberto Bobbio: "Se Mussolini fosse sopravvissuto e l'avessero processato gli italiani, nel dopoguerra l'avremmo trovato seduto tra i banchi delle file del MSI". Al massimo avrebbe potuto coagulare intorno alla sua persone quello che era sopravvissuto dopo Salò. Certamente non una forza politica che incuteva timore o che poteva ostacolare lo sviluppo "democratico" postbellico.
Io credo che, come ha più volte affermato Renzo De Felice, Mussolini sia morto per esplicito volere dei comunisti che sono stati sollecitati a far presto dagli imput dell'Intelligence Service che rispondeva agli ordini di Churchill. Gli Americani hanno chiuso ambedue gli occhi e le orecchie. Si sono scherniti dicendo che volevano processare Mussolini, ma non hanno fatto più di tanto per catturarlo. Il capitano Daddario giunto a Como per ordine del capo OSS Max Corvo non ha saputo fare di meglio che andare a catturare Badoglio che si era rifugiato da Wolff a Cernobbio. Il generale Bolty, giunto a Como il 28 mattino, ha subito preso un'altra direzione ed è andato verso l'autostrada che porta a Milano. Alessandro De Felice, uno storico ben preparato, mi ha detto che il fiduciario americano Allen Dulles era la mano longa degli inglesi nell'OSS. Era più filobritannico lui di Churchill in persona.
Alberto Bertotto.



Martin Bormann
Arcore , maggio 22, 2008 20:06

Avete sentito?

Hitler non s'è suicidato, è morto di vecchiaia a Jerushalaim e il terzo giorno è risorto, con Stalin e Benito.

Adesso fanno la Trinità.

Claretta invece è stata assunta in cielo con Eva... Braun.

Rachele invece è restata in purgatorio, con le altre...

Lo giuro sul Talmud!



alberto bertotto
perugia , maggio 23, 2008 05:39

Gentile Direttore, per disasprire la crudezza delle immagini riportate nel mio articolo pertinente la balistica autoptica di Mussolini, mi consenta di fare un commento da "erudito" che forse richiamerà l'attenzione degli studiosi invocati da Maurizio Barozzi.
Al buon Alessiani, se fosse ancora vivo, gli direi: CORRUPTIO OPTIMI PESSIMA (ciò che è ottimo, una volta corrotto, diventa pessimo).
Al dott. F. Andriola, che ha divulgato la notizia dei due fori addominali aggiuntivi, potrei indirizzare la sentenza:
SIC TRANSIT GLORIA EFFIGIEI (così si dilegua la fama delle effigi).
Al prof. Pierucci, che sotto sotto approva il fatto che Mussolini avesse le mani legate dietro alla schiena al momento della fucilazione, con ciò assecondando la tesi avallata dal Pisanò, vorrei dire: PACTA SUNT SERVANDA (bisogna rispettare i patti).
Al prof. Baima Bollone, l'ultimo sostenitore della vulgata comunista che prevede la fucilazione del Duce davanti al cancello di villa Belmonte, desidero rivolgere l'ammirata invettiva che Sofocle scaglia in un crudo passo dell'Antigone: TU HAI TROPPO CORAGGIO PER UNO CHE SI TROVA IN DISGRAZIA. O forse, per lui, è più appropriato il detto: FALLACIA ALIA ALIAM TRUDIT (un inganno tira l'altro).
A Mussolini, la cui morte aleggia ancora su di noi, potrei dire: MORS FUGACEM PERSEQUITUR VIRUM (la morte raggiunge anche l'uomo che fugge).
A me stesso ho sempre ribadito: QUOT HOMINES TOT SENTENTIAE (tanti uomini, tanti modi di pensare).
Saluti e grazie per l'ospitalità
Alberto Bertotto.



Mario Galletti
Johannesburg , giugno 18, 2008 13:06

Queste crude immagine del Duce che riportano le sevizie subite mi fanno preferire di gran lunga che sia finito cosi' piuttosto che come imputato davanti ad un tribunale straniero o anche solo italiano, anche perche' il comportamento bestiale della vandea partigiana e della plebe (non nel senso di proletariato) al giudizio della storia, si e' rivoltato contro di loro.






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