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Psichiatria e guarigione
Stefano Maria Chiari    13 settembre 2008
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«Circa 4 anni fa mi é stata diagnosticata una depressione post-partum curata per un anno con lo zoloft 100. All’interruzione del farmaco sembrava fossi guarita ma la stessa cosa è accaduta alla nascita del secondo bimbo; ho nuovamente effettuato per un anno lo stesso iter farmacologico, dopo qualche mese dall’interruzione (ovvero un mese fa) i disturbi sono ricominciati (in concomitanza del ciclo mestruale) ho cambiato medico per 20 giorni, la terapia é stata il seropram come antidepressivo (gradualmente sono arrivata ad assumerne 10 gocce) prese dopo colazione e lo xanax come ansiolitico. Per 20 giorni la cura sembrava funzionare ma poi tutto é iniziato (sempre con l’arrivo del ciclo). Adesso assumo 15 gocce di seropram e lo stesso quantitativo di xanax ma le cose non sembrano migliorare. Ho paura di restare da sola, soprattutto con i bimbi ed un senso di irrequietezza che non mi abbandona» (1).

La depressione è un termine relativamente recente, almeno nell’accezione maggiormente diffusa nella cultura dominante.
Il male oscuro viene identificato come una sorta di patologia dell’umore in grado di avere ripercussioni su tutta la vita della persona affetta.
In realtà in psicologia si distingue la comune depressione (intesa come passeggero senso di malessere) dalla «depressione clinica», caratterizzata, ad un esame diagnostico, da una maggiore durata temporale e nei confronti della quale, per ciò che attiene l’aspetto terapeutico, è necessario operare sia dal punto di vista psicologico sia da quello farmaceutico.
La testimonianza sopra riportata è tuttavia preoccupante sintomo di quanto non di rado si riscontri a seguito di terapie farmacologiche.

La psichiatria, in particolare, propone (e non soltanto per i casi di «depressione») le proprie «cure» a base di farmaci, bombardando chimicamente il sistema nervoso centrale del malcapitato, il quale, nel migliore dei casi, resterà una specie di «letargo energetico» tale da non consentirgli di percepire il proprio malessere o di divenire «pericoloso» nei casi di nevrosi e manie caratterizzate da forte aggressività.
Ma la psichiatria cura qualcosa?
Possiamo dubitarne.
Interrotti i noti trattamenti, i sintomi riappariranno col passar del tempo; così è molto spesso.

Ma dove e come nasce la psichiatria, che pretese ha?
La stessa capacità diagnostica della psichiatria o della psicologia (anche se accomunare troppo queste discipline potrebbe essere eccessivamente banalizzante) sono da mettere in dubbio.
Leggiamo per esempio quel che scrive l’Associazione di Psicologia Cognitiva a proposito della succitata depressione clinica:    «In generale, chi ha la depressione clinica può soffrire quotidianamente dei seguenti sintomi: umore depresso; perdita di piacere e di interesse per quasi tutte le attività; mancanza di energie, affaticamento, stanchezza; aumento o diminuzione significative dell’appetito e quindi del peso corporeo; disturbi del sonno (dorme di più o di meno o si sveglia spesso durante la notte); rallentamento o agitazione; difficoltà a concentrarsi; sensazione di essere inutile, negativo o continuamente colpevole; pensieri di morte o di suicidio» (2).
Il lettore attento saprà scorgere come in realtà non esista uno solo dei succitati sintomi che non possa scaturire da un qualunque malessere fisico (dall’indigestione alla tenia) assolutamente non assimilabile ad alcuna definita infermità mentale.
E’ un po’ come la storia dell’AIDS; che esista o no, non sta a noi dirlo, certamente però i sintomi che presenta sono accomunabili a quelli di molte altre malattie, senza necessità di codificarne una nuova e specifica.
Che non sia un gioco delle case farmaceutiche per vendere di più l‘antidepressivo di turno?
Chissà!?

Quel che è certo è che la psichiatria, come la psicologia, non è munita di riscontri clinici oggettivi e sperimentabili e di protocolli univoci, che consentano di identificare un certo accadimento (o un complesso di accadimenti) in maniera inequivocabile come una data infermità piuttosto che un’altra (3), ma stabilisce convenzionalmente (e quanto possono pesare le note lobby in tal senso è palese, si ricordi ad esempio il caso dell’omosessualità e quello ancora peggiore della pedofilia!) cosa debba considerarsi malattia o disturbo mentale (questo succede nella classificazione di tali disturbi, come riportati nel DSM, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), a prescindere da qualunque evidenza sperimentale.

All’obiezione che in questo campo le evidenze non possano pretendersi, come invece succede per il resto della medicina ufficiale, si risponde che è la medesima psichiatria ad aver sdoganato l’uomo dallo spirito, dandone una spiegazione meramente «cosificata», materialistica, collocando la persona fuori da ogni prospettiva trascendente e relegandola al mero campo di impulsi biochimici e di reazioni biologiche ed organiche; l’uomo è un animale, forse un po’ più evoluto, ma nulla più (lo disse Wilhelm Wundt, padre della cosiddetta psicologia sperimentale, che definiva l’anima «uno spreco di energia»)!

Non vorremmo essere fraintesi: non stiamo affermando che non esistono persone malate o malattie specifiche dell’anima e del corpo (mai solo della mente), ma soltanto che forse la loro indagine diagnostica ed il relativo rimedio terapeutico debbano necessariamente superare i confini di una scienza automutilata (perché scientista e materialista), per aprirsi al trascendente, al fine di comprendere con più luce e sapienza non soltanto i perché, ma anche il come intervenire in maniera davvero efficace.
Malauguratamente la psichiatria rifiuta a priori questo approccio, perché (con alterigia) pretende di saperne di più, di essere completamente sufficiente a se stessa.
L’uomo deve essere liberato dalle pastoie di un pensiero arcaico e bigotto e deve librarsi libero nelle voluttà della ragione (non più ragionevole e completamente assoggettata alle correnti coinvolgenti delle proprie pulsioni).

La stessa denominazione assunta, psichiatria (termine coniato da Christian Reil), etimologicamente assume proprio il significato sotteso allo scopo prefisso: curare l’anima scientificamente, prescindendo da ogni riferimento e visione soprannaturale.
Il tentativo neanche nascosto, ma palese, degli psichiatri fu proprio quello di collocare il problema del malessere esistenziale da un piano spirituale ed onnicomprensivo della persona (come fa il cristianesimo) ad uno soltanto (e meramente) materiale e fisico: l’inquietudine esistenziale che sorge fondamentalmente da una vita di peccato diviene malattia mentale; squilibrio di apporti chimici all’interno del cervello.
Del resto anche le recenti ricerche (di cui scrivemmo questa estate) sul determinismo sessuale, pretendono di agire allo stesso modo, dimenticando però, che l’impulso chimico potrebbe essere la manifestazione organica, l’evento causato e non causante di un atteggiamento dello spirito; del resto chi ci dice che non sia così?
Non vi sono prove che possano dimostrare il contrario!
Tutto dipende dal punto di osservazione prescelto.

Ma purtroppo per chi ci accusa di complottismo facciamo notare che le intenzioni dei padri fondatori di questa pseudoscienza ebbero ben chiaro il loro primario obiettivo: demolire la fede nel trascendente, abbattere ogni etica ed ogni valore morale, vera causa delle nevrosi (a loro vedere).
Pavlov, come Freud, padre della psicanalisi (di cui tratteremo un’altra volta) del resto cercheranno di spostare la visione teocentrica del «problema uomo» (tipica di una prospettiva trascendente) ad un riduzionismo (perché necessariamente questo è) antropocentrico; Freud, in particolare, riteneva che la fede potesse essere superata dalla vera conoscenza, dalla cultura che estingue la superstizione: il mondo di oggi conferma la superficialità di tale analisi.

John Dewey, seguace di Wundt, pubblicherà (in duplice edizione, la prima risale al 1933, la seconda al 1973) un Manifesto Umanista, nel quale saranno palesate le idee della psichiatria nei confronti della religione; quest’ultima, additata come un retaggio del passato assolutamente incapace di risolvere «il problema del vivere umano», fonte di infelicità per l’uomo, doveva essere sostituita dalla «via dell’igiene sociale e mentale», cioè la «pulizia» dalle vetustà degli obblighi morali e spirituali.
Non è un caso se la causa del disturbo ossessivo-compulsivo è stata identificata da alcuni studiosi (4) proprio nelle «imposizioni morali» eccessivamente rigorose, che sorgono dall’obbedienza alla fede; come dire: «seguire dei principi etici genera ossessioni patologiche che creano disagi tali da dover essere superati attraverso comportamenti o azioni mentali distonici, irrazionali e ripetitivi che l’individuo si sente obbligato a eseguire per porre un rimedio all’imbarazzo vissuto»!
Tradotto in parole povere: la fede (e la morale che ne discende) è potenziale causa di patologie mentali.

Questo l’obiettivo della WFMH (World Federation Mental Health), che pretende di superare le categorie di «giusto e sbagliato», prescindendo da ogni morale oggettiva.
Alcuni psichiatri hanno addirittura additato Gesù stesso come personaggio infermo mentalmente, che avrebbe avuto bisogno dei loro trattamenti (5); siamo al delirio!
Inquietanti in tal senso, furono le dichiarazioni dello psicologo (cattolico) William Coulson, il quale, dopo essersi ravveduto, svelò che (insieme a Carl R. Rogers) riuscì letteralmente a corrompere (negli anni ‘60) molti degli ordini religiosi della costa orientale degli USA sottoposti a psicoterapia (particolarmente danneggiato l’ordine delle suore dell’Immacolato Cuore di Maria, che subì una perdita di vocazioni, nel giro di un anno, pari ad oltre la metà: 300 su 560 chiesero la dispensa a Roma)!

Molti dei temi legati alla psicoterapia vertono infatti sull’educazione sessuale, che, sempre secondo il parere di Coulson a null’altro esito porta se non ad una «maggiore esperienza sessuale».
Pensate il danno morale che ne ricevono studenti giovani e non ancora maturi psicologicamente e perfino seminaristi, che, ahimè!, sono costretti a studiare panzane psicologiche per comprendere meglio, per esempio, la vita di coppia!!!
In questo non poca responsabilità hanno i pastori e coloro che consentirono a tale pessimo costume, dimenticando il dono del discernimento degli spiriti e quello di intelletto, che se impetrati da Dio possono essere concessi convenientemente (insieme alla comunque sufficiente «grazia di stato») per guidare con luce soprannaturale ed infallibile le anime affidate alla pastorale dei sacerdoti.
Non ci si lamenti poi dei «preti pedofili» od «omosessuali»!

Lo studio delle false scienze, secolarizzate e subdole, può far perdere spiritualità autentica e soprattutto il contatto intimo con Dio, fonte di ogni bene e sapienza vera.
Il problema non sarebbe lo «studio» in sé, quanto piuttosto l’importanza e l’evidenza che a tale studio dovesse accordarsi; l’uomo che vive davvero dello spirito saprebbe discernere ciò che è buono da ciò che non lo è, come ciò che è vero da ciò che è falso; lo schiavo delle proprie passioni, invece, si vedrebbe impedito a decidere oggettivamente e liberamente.
Il vero problema quindi è che mancando l’adesione incondizionata alla fede nell’animo delle persone (seminaristi o vescovi che siano), si sviluppa anche una tendenza al rilassamento morale, che può divenire legaccio mortale; e questo indebolimento nella fede, purtroppo c’è stato!
Già l’idea che la Sacra Scrittura e la Santa Tradizione possano essere insufficienti a rispondere ad ogni problematica dell’uomo, ad ogni suo malessere, rappresenta un cedimento forte nella vita dello spirito e la porta aperta alla secolarizzazione!
Cosa può insegnare la scienza umana di uno scienziato deliberatamente e volutamente laico ed ateo?

Le conclusioni che possiamo trarre sono quelle che ci rimandano ad un più serio esame dei contenuti della nostra spiritualità; conoscerla di più (attraverso il Magistero, la Bibbia e la vita e le opere dei Santi) approfondire l’incontro quotidiano con Cristo (attraverso lunghi momenti di preghiera), entrare in «Cristoterapia» (per usare l’espressione del professor Morabito) ci consentirebbe di risolvere tutti (e non esagero!) i problemi esistenziali del nostro quotidiano vivere.
Abituarsi a vincere e dominare le pulsioni del nostro essere, restando signori e mai schiavi delle passioni che si muovono nelle mostre membra; chiedere a Dio il dono di ogni cosa, piccola e grande che sia, per essere veramente completi e felici.

Del resto lo facciamo già tutti i giorni nel «Padre nostro» (ma con quanta fede?): «dacci oggi il nostro pane che ci dà l’essere» (6), il pane quotidiano, sovrasostanziale che è capace di colmare ogni nostra necessità fisica, mentale, spirituale e materiale, Gesù stesso.

Stefano Maria Chiari



1) Da http://www.aipsimed.org/?q=node/2109
2) Da http://www.apc.it/depressione.asp
3) Si veda «La psicologia smitizzata» di Lisa Bazler e «Perché i cristiani non possono credere alla psicologia» di Ed Blukley.
4) K. White, S. Quay, G. Stetekee, «Religion and Guilt in OCD Patients», 1989.
5) Non è uno scherzo; è (parafrasando) quanto affermato da Charles Binet Sangle in «La Follia di Gesù» (1910) e da William Hirsch in «Conclusioni di uno psichiatra» nel 1912, nonchè da William Sargant, che ebbe addirittura a dichiarare che Gesù, sotto trattamento, sarebbe tornato
tranquillamente a fare il falegname! Semplicemente blasfemi!
6) Traduzione possibile dal greco epiousion.


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Commenti : (8)
Michele Antonelli
Damasco , settembre 17, 2008 19:03

Ottimo articolo.

Grazie!



Mitrandir
Valinor , settembre 17, 2008 21:04

Concordo pienamente che l' impostazione della psicologia corrente risenta di un grave pregiudizio materialista. E purtroppo la pretesa di "scientificità" inganna molti credenti, che si bevono in buona fede un sacco di panzane.

In particolare vorrei sottolineare la rozzezza dell' operare psichiatrico confrontandolo con quello della medicina (che a sua volta è più simile ad un' arte che a una scienza). Mentre la medicina conosce bene l' anatomia e la fisiologia e sa distinguere con certezza un funzionamento vitale da uno dannoso, lo psichiatra neppure sa definire cosa siano la vita o la morte della psiche e quindi manca di un' autentica finalità nel proprio operare. Tant' è che la psichiatria avrebbe identificato delle malattie, ma non sa descrivere in modo oggettivo una psiche che funziona correttamente e dunque deve rifarsi a un concetto, quello di "normalità", che è quanto mai frutto di giudizi soggettivi e relativistici.
La pretesa, poi, di un determinismo psichico, che significherebbe la negazione di un'autentica libertà dell' uomo, è smentita da insigni e numerosi esempi: i santi che stanno lì a ricordarci che "noi possiamo" (altroché Obama)



plo
... , settembre 19, 2008 00:44

Caro SMC,

articolo molto interessante, anche per l'argomento molto spesso sottaciuto o trattato approssimativamente (non è questo il caso).

Non sono un estimatore della psicologia in sè, sia ben chiaro (secondo me, è impossibile cercare di imbrigliare i comportamenti umani secondo stereotipi - ma è un discorso da trattarsi a parte), però trovo estremamente forzato il giustificare i comportamenti dei preti pedofili e omosessuali perchè hanno (anche per dovere) studiato psicologia.

Trovo estremamente forzato, poi, l'abbinare pedofilia (con il suo carico greve di a/moralità) all'omosessualità.

Quest'ultima, piaccia o non piaccia, è un orientamento (altrochè l'idea tanto suggestiva, quanto erronea di una lobby in senso all'OMS).



Rogerus
... , settembre 19, 2008 01:08

Anche io, che per tanti anni ho esercitato la psicoterapia, sono - come Lei - assai critico nei riguardi delle pretese e della natura stessa della moderna psicologia ( rimando al libro di Sorokin )e il mio approccio è quello di "fare anima", cioè ho visto che ogni guarigione psicologica è la conseguenza di una crescita morale. Nondimeno, pur con tutta la venerazione e l' amore per la Tradizione, la filosofia Tomistica ( che conosco bene) e le Scritture, non potrei certo condividere la Sua opinione Che Scrittura e Tradizione possano essere sufficienti a rispondere ad ogni problematica dell' uomo. Ci vuol altro che le storie della Bibbia e tutti i racconti fantastici!


sanbernardino
bergamo , settembre 19, 2008 06:15

La ringrazio per aver introdotto un argomento che, da psichiatra cattolico, ritengo assolutamente importante.
La psichiatria e' una disciplina interessantassima perche' si colloca a meta' tra scienze umane e scienze biologiche o meglio, e' contesa tra queste due aree del sapere. La teologia invece, sembra non avere alcun peso rilevante,
Questa situazione, se ci pensiamo, non e' certo un eccezione. Rispecchia esattamente cio' che accade in tutte le altre sfere del sapere e della cultura: la secolarizzazione impera e il treascendente e' messo da parte. Nulla di nuovo dunque.
Drammatico e' invece constatare l'assoluta mancanza di iniziativa culturale, di spirito evangelizzatore, da parte di quelle istituzioni cattoliche, soprattutto le universita', che avrebbero le opportunita' e i mezzi per sviluppare una sana psichiatra basata su presupposti antropologici cattolici: non ci vorrebbe molto ma manca totalmente la coscienza del compito che deve essere svolto, manca un analisi storica sul tipo di quella da lei accennata, con la consegunza di un assoluto appiattimento culturale e una rincorsa ad emulare i paradigmi dominanti, siano essi psichiatria biologica, psicoanalisi o psicoterapia cognitiva.
Il patrimonio bimillenario della antropologia e della spiritualita' cattolica non viene nemmeno considerato, tanto meno si pensa di proporre modelli originali di concettualizzazione del disturbi psichiatrici. L'antropologia di San Tommaso d'Aquino, solo per citare un esempio, potrebbe fornire infiniti spunti per una riformulazione del disagio psichico su nuove basi, in grado di spiegare la ricca fenomenologia psichiatrica
in modo piu' esaustivo e aprire nuove vie terapeutiche.
La storia della psichiatria potrebbe svelare che durante i secoli in cui la Cristianita' regno' in Europa non esistette mai un vero problema malati di mente, forse perche' il tessuto sociale era cosi' coeso e solidale da garantire un sano sviluppo psicologico o perche' gli uomini erano in grado di soddisfare i propri bisogni di interiorita' con una spiritualita' diffusa che informava ogni aspetto della vita. Guarda caso il problema dei "matti", molto spesso confusi con i poveri e gli emarginati, esplose solo nel XVIII sec. insieme alla poverta' e allo sradicamento sociale di milioni di persone generati dalla rivoluzione industriale e alla dissoluzione di una vita comunitaria che si era sedimentata nei secoli sulle solide basi de Vangelo.

Purtroppo i cattolici, anche in psichiatria, abbandonato l'"Instaurare omnia in Cristo", sembrano piu' impegnati a inverare dall'interno cio' che altri propongono piuttosto che a evangelizzare la cultura con iniziative originali e creative.
Come risolvere, o tentare di risolvere, il problema?
Coagulare in Italia quanti nell'ambito psichiatrico hanno consapevolezza della situazione e non aver paura di cominciare, sulle tracce della "Fides et ratio", un percorso di missionarieta' culturale.



irtimood
Roma , settembre 21, 2008 07:07

Parlo da studente in psicologia clinica.

A mio avviso l'articolo del dott. Chiari ha il suo difetto nel dogma secondo cui la Verità è nel Cristo, eliminando così a priori la possibilità di uno scambio costruttivo: se non si condivide il presupposto non si troverà mai una sintesi.

Questo difetto finisce per porre l'intero articolo sullo stesso piano della posizione criticata: si contrappone il dogma della rivelazione attraverso il Cristo al dogma materialistico su cui si fonda la psichiatria moderna.

Che senso può avere allora un tale articolo se non quello di riproporre un punto di vista già radicato e conosciuto? nessuno.

Questo difetto originario porta poi ad un altro grave difetto: la psicologia è una disciplina che abbraccia al suo interno una miriade di correnti diverse, nell'articolo sono state prese in esame solo alcune di queste, in particolare alcune affermazioni di autori specifici.

Infine tali affermazioni sono state utilizzate per arrivare alla conclusione che l'intera psicologia è un fenomeno che ha portato alla corruzione dell'animo umano e che quindi si starebbe tanto meglio senza.

L'argomentazione mi pare un pò fiacca.

Detto ciò, la mia idea sul concetto di salute mentale corrisponde al concetto di coerenza: penso di poter affermare che un individuo che svolga una vita regolare fondata su una visione del mondo semplice e lineare, priva quindi di controsensi e ambiguità, possa essere definita "felice".

Questa definizione fa si che sia molto più facile essere felici in una società lenta nei cambiamenti (se non statica) in cui le aspettative del mondo esterno verso l'individuo e dell'individuo verso se stesso siano minime e comunque non legate ad obiettivi irrealizzabili: l'esatto contrario di ciò che la società occidentale sta diventando.

Ora, la psicologia ha a che fare con individui il cui problema è mantenere una coerenza interna rispetto ad un contesto estremamente mutevole e complesso e da questo status quo deve partire per intervenire in favore della riduzione del disagio e della reintroduzione di coerenza.

In tal senso l'adesione ad una fede, inclusa quella cattolica, mi sembra un'ottima terapia.

A pensarci bene in quest'ottica la religione stessa (qualsiasi sia la confessione) sarebbe nient'altro che una forma di autoterapia sociale, attraverso cui le varie culture hanno creato risposte "credibili" a problemi che sono totalemente al di la delle umane possibilità di comprensione.

Ultimo tassello che manca alla mia argomentazione è il seguente: il modello sociale occidentale, totalmente sconveniente dal punto di vista dell'equilibrio psicologico e della raggiungibilità della felicità è il primo modello nella storia che si appresta ad egemonizzare il mondo.
Popoli come quello cinese hanno mandato al macero una tradizione millenaria per abbracciare questa nuova fede, certo dopo la delusione del comunismo maoista.

Insomma, questo "inferno" sembra decisamente attraente per l'uomo benchè sia appunto la sua dannazione esattamente come la conoscenza: eppure l'uomo tende naturalmente verso questa "dannazione".

E' qui che ogni pretesa di salvare l'uomo fallisce: di fronte alla sua natura.
Non è colpa della psicologia se calano le vocazioni: è colpa dell'invincibile tentazione che per l'uomo è la conoscenza di fronte alla fede.

Insomma salvarsi significa abbandonare la propia umana necessità di conoscere per accontantarsi serenamente di una spiegazione che non pretende di essere scoperta attraverso la logica poichè rivelata.

Alla fine c'è poco da inventarsi, cercate coerenza dove vi pare di poterla trovare: una religione va bene, un'ideale è la stessa cosa, l'importante è trovare qualcosa che possa di per se dare senso al mondo.

E se per quacuno può essere il cattolicesimo, per un altro può essere il sionismo: l'adesione ad una visione del mondo soddisfa semplicemente la propria necessità di coerenza immanente, è un processo culturalmente mediato di soddisfazione di un bisogno fondamentale dell'uomo.

E adesso vaglielo a spiegare che abbiamo ragione noi e non hanno ragione loro :)

Se quindi una fede può andare bene per il singolo, in quanto lo integra con la piccola porzione di mondo che può compartecipare, ovvero il suo contesto, d'altro canto diverse visioni cui aderiscono gruppi diversi di persone possono portare a scontri tra questi gruppi.

Non esiste una soluzione a tale problema se non l'isolamento geografico dele diverse visioni del mondo, un tempo ci pensava la storia, ma ormai... siamo in pieno sincretismo.
Insomma, non è mica detto che ci sia una soluzione.

Forse il ruolo della psicologia può essere semplicemente quello di aiuare ad aiutarsi a cercare la propria soluzione, finchè c'è da vivere una vita su questa terra. E' forse sbagliato?



Elisabetta
... , settembre 26, 2008 20:57

Il ruolo della psychologia e di farsi dei soldi sulle spalle della miseria umana . Se non ci fossero tutte queste professsione del sociale che ingrassano tutti quelli che non cercano da fare cambiare l'ordine "disordine" della nostra democrazia, allora commincerebero a cercare di piu le vere risposte . In Italia per esempio nei dormitori di San Francesco d'assise per donne in difficolta, l'assistente sociale faceva venire su ordine di chi, non lo so un psychologo allora tante donne finivano per accetare di parlare con lui ma dopo si sentivano ancora piu male e poi dovevano continuare a cercarsi un lavoro. Il fatto è che come e di piu in piu difficile di trovare un lavoro tutti quelli che lavorano per la chiesa accetano piu o meno di patologizare la poverta per aiutarli forse a percepire una pensione ? ma io mi chiedo quale è il loro senso di salvezza delle anime quando incitano a credere che una persona e malata alora che soffre soprattutto della disisperanza di non avere un lavoro sano che gli permette di vivere dignamente ? E con le mensongne che si salvano le anime ? Se tanti ambienti di lavoro puzzano il sesso allora meglio rimanere povero ma pero la chiesa deve tornare a ridiventare chiesa di Gesu Cristo e no chiesa di Giuda e dunque aiutare veramente i poveri senza toglierci completamente la loro dignita. Per conclure direi a irtimood che per cercare la propria soluzione, la psychologia e da mettere da parte, perchè aiuta sopratutto a non aiutarsi piu se stesso. Eco dove ne e arrivata la chiesa "catolica" con il suo spirito eucumenico . A lasciato entrare nella chiesa di Gesu-Cristo tutte le scienze dei suoi nemici e stano devorando le nostre anime. I centri di ascolto dovrebbero tornare a ridiventare centri di aiuto per chi cerca lavoro e non centri di violazione mentale perchè non e normale di approfitarsi della poverta della gente chiedendoci di contare tutta la loro storia. Pero nelle chiese catoliche della tradizione hanno dimenticato che San Pio X aiutava la gente a trovare un lavoro quando lo poteva. Ricomminciare a pregare in Latino e gia un gran passo in avante per riavicinarsi di Dio e trovare per ognuno le nostre soluzione anche se siamo incatenati in un sistema sociale da rovesciare. Scusate se non scrivo cosi bene in italiana.


temenos
... , ottobre 09, 2008 10:37

Ipostatizzare la psichiatria sia criticandola oppure innalzandola non chiarisce il problema sostanziale che è l'oggetto della psichiatria: il malato di mente. Davanti a questa realtà che mette in scacco chiunque e fa dubitare della stessa esistenza di Dio certamente la psicologia si è rivelata un inutile vaneggiamento a più voci, per quanto riguarda invece la psichiatria, essa si pone con gli strumenti che ha, che sono la relazione terapeutica, il buon senso ed i farmaci. Tutto questo in un mondo in cui premono interessi politici (specialmente in Italia) ed economici e l'idea che ciò che è scientifico è di per sè buono.
Non dobbiamo dimenticare che esiste un numero infinito di persone gravemente disturbate che infelicitano la loro vita e quella dei loro familiari. Poichè sono nostri fratelli si è deciso che la società dovesse curarli e che a farlo dovessero essere dei medici o degli infermieri. Può darsi che la psichiatria non sia idonea a prendersi adeguatamente cura di queste persone, ma di fatto accade la preghiera non sia sufficiente a guarirli altrimenti negli istituti religiosi non sarebbero ospitati tanti pazzi e non vi sarebbero psichiatri a somministrare loro dei farmaci. Il problema è che il confronto con la sofferenza ci lascia basiti. La sofferenza grave sia fisica che mentale rappresentano il vero mistero. Perchè un giovane adolescente intelligente, educato e magari anche pio perda completamente il senno e si riduca nel giro di pochi anni all'imbecillità è un mistero davanti al quale gli psichiatri si pongono con gli strumenti che hanno: la loro cultura, la loro umanità, la loro soggettività.
Esattamente come tutti. Mi chiedo: l'autore ha mai conosciuto un vero malato di mente? Ha mai osservato cosa si compie in persone buone ed innocenti contro la loro stessa volontà? Lo sa che la malattia mentale è come un cancro che erode dentro un individuo sino a distruggerne la vitalità e la fiducia, fino a fargli desiserare ardentemente la morte? Forse la preghiera aiuta lo psichiatra che anche se vacilla può riprendere il suo faticoso lavoro ogni giorno sostenuto dalla fede di un Dio che appare di tanto in tanto imperscrutabile. E mi sembra che nelle situazioni estreme Dio volutamente taccia.




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