
E’ chiaro che Obama sta
coprendo la passata amministrazione, la «dark side» di Bush, e probabilmente
non può fare altro, minacciato dalle forze interne di cui è ostaggio: il
Congresso e i democratici, la lobby ebraica e lo stesso Paese, sull'orlo di una
bancarotta morale epocale che lo renderebbe ingovernabile. Obama,
costretto a recitare la parte di Chamberlain del 21° secolo, pagherà per tutte
le colpe di Bush.
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Il Chamberlain abbronzato |
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Il presidente Obama sta per incontrare Benjamin Netanyahu, il capo del governo israeliano (il 18 maggio); e tutti gli analisti (da Walt e Mearsheimer fino, incredibile, al New York Times) gli raccomandano di «essere duro con Israele». Di far capire al suo interlocutore che gli otto anni di servilismo del suo predecessore George Bush sono finiti, che gli USA non sosterranno più il regime sionista in tutte le sue follie feroci.
Effettivamente, qualche vocalismo in questo senso è venuto, ma non direttamente da Obama. E’ stato mandato alla sbaraglio il vicepresidente Joen Biden, che è stato mandato alla conferenza dell’AIPAC (the Lobby) a invocare di farla finita con gli insediamenti illegali in Giudea, di smantellare i posti di blocco, di consentire più «libertà di movimento» ai palestinesi almeno in Cisgiordania, dove non domina Hamas ma il povero, pieghevole Abu Mazen( L'articolo completo e' disponibile solo per gli abbonati )
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