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L’amore di Israele per Silvio? Lui sfida il politically correct |
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Fiamma Nirenstein
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05 febbraio 2010
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Fiamma d'amore: l’interpretazione corretta della Nirenstein
«Ma perché non resta da noi, cosa ha da fare in Italia?» ha esclamato
il conduttore del telegiornale del Canale statale tv dopo aver parlato
ieri di Berlusconi. «Dopo tre giorni con lui devo dirlo: è uno charmeur
irresistibile» ha ripetuto il giornalista del secondo canale. Ma
addirittura Shimon Peres lo ha definito Shimshì, solare, nel discorso
alla colazione in cui ha anche suggerito in maniera semplice e diretta
al leader italiano che «la stampa chiacchiera ma gli elettori
scelgono».
«Lei ci ha scaldato il cuore» ha sorriso Peres durante la
colazione di saluto di ieri, e non si riferiva alla indubbia simpatia
che il Premier italiano ha suscitato, ne alla storiella che ha
raccontato, ma soprattutto alle prese di posizione sostanziali e
coraggiose di Berlusconi in tutte le occasioni in cui si è espresso, e
in particolare durante l’intervento alla Knesset. Berlusconi è stato
diverso da tutti i leader europei, non ha cercato di insegnare niente a
nessuno ma ha offerto la sua stima e la sua mediazione a un Paese che,
ha detto, «bisogna ringraziare per il solo fatto di esistere».
Non ha
lasciato che restasse un esercizio retorico il titolo di «migliore
amico di Israele» e la vicenda commovente della madre Rosa che salvò
una donna ebrea, parte del discorso di benvenuto di Bibi Netanyahu: in
una giornata in cui i nemici si sono fatti vivi in tutti i modi, con
minacce di guerra da parte della Siria e con grosse bombe affidate al
mare, probabilmente da Hamas, per esplodere sulle spiagge e sulle navi
israeliane facendo stragi, ha fornito a Israele svariati motivi per
sperare di essere compreso e di poter trovare sostegno alla ricerca di
una pace che non sia tutta sulle sue spalle, in più condita da
riprovazione come spesso fanno i leader europei.
Berlusconi ha aperto
una strada seria, ha fornito un esempio innovativo all’atteggiamento
europeo, perché mentre ha lodato Netanyahu per aver scelto la strada di
«due Stati per due popoli», nel contempo ha anche scelto di pronunciare
cinque volte l’espressione di pieno riconoscimento di Israele,
denominandolo con affetto per quello che è, «lo Stato ebraico», ciò che
non lascia spazio alle ambiguità per cui in genere molti europei
lasciano aperta, con molti palestinesi che sognano in un futuro in cui
la demografia o lo scontro cancellino Israele, la vera soluzione
definitiva.
Berlusconi l’ha detto chiaramente: uno Stato Palestinese
accanto a uno Stato Ebraico, in cui cioè vive la Nazione, non solo la
religione ebraica. E di fatto i religiosi in Israele sono circa il 15
per cento. Il riconoscimento di Israele come Stato Ebraico fu nel
discorso di Netanyahu a Bar Ilan sui «due Stati» la condizione per
arrivare a concessioni territoriali decisive, e per ora nessun leader
arabo ha mai pronunciato l’espressione. È evidente la scelta pedagogica
di Berlusconi verso i palestinesi e i Paesi arabi insieme alla promessa
di aiutare ogni iniziativa che renda migliore la vita dei palestinesi.
Altro tema fondamentale su cui Berlusconi ha detto cose decise e
concrete: l’Iran. Berlusconi ha collegato l’impegno dell’Italia contro
il programma atomico dell’Iran alla evidente intenzione genocida di
Ahmadinejad, si è identificato senza esitazione con la preoccupazione
fatale di Israele e ne ha dimostrato l’evidenza nel negazionismo
iraniano, di cui ha parlato con orrore. Le scelte pratiche sono state
enunciate in modo concreto: sanzioni molto dure, progressiva
restrizione del business con l’Iran che ha assicurato essere già
diminuito di un terzo e l’apertura di un lavoro per mettere nella lista
Ue delle organizzazioni terroriste le Guardie della Rivoluzione.
Di grande importanza per l’opinione pubblica israeliana è che l’Italia
abbia un curriculum speciale nell’aver preso posizione senza paura
contro i più terribili momenti di aggressività ideologica, di
diffamazione autentica nei confronti di Israele. Berlusconi ne ha
elencato i momenti più importanti: l’Israel Day quando Israele era
tartassata da un terrorismo micidiale, il «no» alla partecipazione alla
conferenza detta di Durban 2 «inaccettabile» ha detto il premier nelle
sue calunnie di Israele, e di nuovo il «no» al rapporto Goldstone, che
di fatto impedisce a Israele di esercitare ogni diritto all’autodifesa.
È stato molto importante e innovativo, nessun Paese aveva mai tanto
aiutato Israele a sentirsi un Paese normale di fronte all’opinione
pubblica, a una logica degna di questo nome, quella che ti consente di
difenderti se ti vogliono uccidere. Israele è ossessionato dalla
continua fioritura di calunnie e d accuse insensate nei suoi confronti:
Stato di apartheid, razzista, sterminatore di civili, uccisore di
bambini... Berlusconi ha fatto piazza pulita dei luoghi comuni
antisemiti che in genere vengono ignorati per convenienza politica e
per compiacere le maggioranze automatiche dell’Onu. Berlusconi ha
insomma rifiutato il politically correct che impone di dare un colpo al
cerchio e uno alla botte, che pretende sempre di tirare qualche
stilettata a Israele per affibbiarle tutte le responsabilità mentre i
palestinesi vengono assolti. A loro ha promesso un piano Marshall e ha
chiesto di rinunciare alla violenza, oltre che di sedersi di nuovo al
tavolo delle trattative.
E ha insistito nel riproporre un suo sogno che potrebbe finalmente
fornire a Israele il suo naturale ambiente culturale, quello delle
democrazie partorite dalle civiltà giudaico cristiana: la Comunità
Europea. Berlusconi pensa che Israele se lo meriti. Il problema è se lo
merita l’Europa. Ma questo Berlusconi non l’ha detto.
Fiamma Nirenstein
Fonte > Il Giornale | 4 febbraio
Link a questo articolo : http://www.effedieffe.com/content/view/9489/183/
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