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Disneyland a Baghdad, finalmente!
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«Ci sono molte opportunità d’investimento in Iraq, e mica tutte per il petrolio. Per esempio, metà della popolazione irachena ha meno di 15 anni»: così parlò al Times un certo mister Brinkley, capo di una fantomatica ditta di Los Angeles chiamata «C3», e che pare una filiazione del Pentagono.

Detto fatto: un parco di divertimenti Disneyland sorgerà a Baghdad, a poca distanza dalla Zona Verde. Sorgerà nel parco Al Zawra, creato da Saddam e fornito di laghetti, palme, fontane, sculture e scivoli per i bambini, ma oggi in via di privatizzazione (come tutto a Baghdad). Vi sorgeva anche lo zoo, saccheggiato dai liberatori - o liberalizzatori che dir si voglia (1).

Gli iracheni «lo accoglieranno a braccia aperte», assicura lo sponsor  del nuovo business, tale Llewellyn Werner: «Lo vedranno come un’opportunità per i bambini, che siano sunniti o sciiti. Diranno: i nostri bambini meritano un posto dove giocare in pace».

Il parco sarà progettato dalla Ride and Show Engineering, la ditta fondata da Edward Feuers e William Watkins, che sono stati i fondatori di Imagineering, l’impresa consociata alla Walt Disney Company che costruisce i parchi di divertimento un po’ in tutto il mondo. Mister Werner, il «developer» immobiliare, conta di edificare attorno alla Disneyland irachena una quantità di alberghi di lusso, condomini sfarzosi e shopping center.

Ma tutta la magia del luogo sarà garantita dalla «Ride and Show Engineering», specialista in «simulazioni in movimento» (motion based simulation) e in «attrezzature da divertimento ad alta tecnologia»: effetti speciali alla Hollywood, con Paperino e Aladino, suoni e luci e fuochi artificiali, il misterioso Oriente visibile in gallerie percorse da trenini guidati da Topolino. La ditta si fa un punto d’onore - è il suo motto - di «superare le barriere tra la realtà e il sogno».

Ai bambini iracheni sarà dato un mondo dei sogni, così necessario per superare la realtà che si vedono intorno: luce ed acqua razionate, miseria e attentati-strage, cibo scarso, irruzioni di soldati USA nelle case a trascinare via il papà e i fratelli, e bombardamenti periodicamente in corso a Sadr City con bombe a frammentazione.

La speranza del Pentagono è che così, gli iracheni assorbiranno «i valori culturali americani», come già assorbono la polvere di uranio impoverito: senza accorgersene, anzi divertendosi.

E difatti, nonostante tutte le spese che l’America sostiene per liberare continuamente  gli iracheni,  la generosa nazione ha deciso di distribuire ai bambini iracheni qualcosa di cui hanno veramente  bisogno: 200 mila skateboard.

E’ il virtuale che vuole trionfare sul reale. In fondo, con il pubblico americano, ed anche europeo, ha funzionato benissimo. Il  «controllo mentale»  delle masse è una specialità ben studiata dal potere americano, come strumento ausiliario della democrazia.

Già nel 1928 lo psicologo Edward Bernay, un  parente di Freud, scriveva: «La manipolazione cosciente e intelligente delle abitudini e delle opinioni della masse è un elemento importante nella società democratica. Coloro che manipolano questi meccanismi inavvertiti della società costituiscono un governo invisibile che è il vero padrone del nostro Paese».

Bernay non criticava il sistema: tant’è vero che già nel 1916 era stato assunto, insieme al giornalista  ebreo Walter Lippman, nella Creel Commission, un organismo creato per «vendere» agli americani l’entrata nella grande guerra europea, cosa che fu fatta - a furor di popolo - nel 1917 (2).

Ma non si deve pensare a chissà quali mezzi sofisticati, a droghe sciolte nell’acqua potabile o lavaggi dei cervelli (anche se furono tentati in passato esperimenti con l’LSD e peggio, nel programma MK-Ultra).

Il metodo è più semplice e a portata di mano: la «immersione totale» delle cosiddette masse nel mondo fantastico radio-tv. L’Idea venne, probabilmente, dal catastrofico successo della trasmissione radiofonica «La guerra dei mondi», dove Orson Welles inscenò un finto reportage in cui fingeva di descrivere in diretta l’atterraggio di marziani distruttori.

Il panico fu immenso e reale: era già stata superata la barriera fra sogno e realtà, e ciò preparava benissimo l’opinione pubblica a combattere contro i prossimi marziani, i tedeschi.

Difatti subito dopo uno psicologo di nome Hadley Cantril pubblicò uno studio sugli effetti della falsa trasmissione-verità - «The invasion from Mars: a study in the psychology of Panic» - dove proponeva la messa a frutto propagandistica della paura indotta. Cantril era membro del Radio Research Project, creato a finanziato alla università di Princeton dalla Rockefeller Foundation un anno prima, nel 1937.

Frank Stanton, il direttore della CBS (che aveva trasmesso la Guerra dei Mondi) era anch’egli membro di quell’istituto, oltre che membro del Council on Foreign Relations di Rockefeller; più tardi sarebbe diventato presidente della RAND Corporation, il think-tank del settore militare-industriale.

Nel 1939, coi fondi Rockefeller, Cantril invece fondò, sempre a Princeton, l’Office of Public Opinion Research: giusto in tempo per la guerra. Quando l’Office si dedicò a controllare ed affinare le «psycho-political operations» (guerra psicologica) via via escogitate dall’OSS, l’organizzazione-madre da cui nacque la CIA.

Mentre la guerra procedeva, Cantril e il giornalista della CBS Edward R. Murrow (membro del Council on Foreign Relations) allestirono a Princeton - sempre con fondi dei Rockefeller - il «Princeton Listening Center», che ascoltava le trasmissioni naziste per apprendere le tecniche di propaganda di cui il Terzo Reich era ritenuto maestro, onde applicarle alle operazioni dell’OSS e al fronte interno.

Da questo progetto nacque un  ente pubblico, Foreign Broadcast Intelligence Service, il quale alla fine diventa  lo «United states Information service», ossia l’USIS, che aveva sedi in tutto il mondo  «liberato» e  diffondeva «i valori culturali americani» tra le popolazioni.

Ma molte delle scoperte fatte durante la guerra furono impiegate massicciamente ad uso interno, per manipolare la propria opinione pubblica. Il cinema fu lo strumento ideale.

Come scrive David Robb, autore di «Operation Hollywood», «Hollywood e il Pentagono hanno una lunga storia di coproduzione cinematografica, che cominciò dal cinema muto e continua anche oggi. I produttori di Hollywood ottengono la disponibilità di materiali militari da miliardi di dollari - cingolati, caccia, sottomarini atomici e portaerei - e i generali ottengono quello che vogliono - film che ritraggono i militari sotto una luce positiva, il che aiuta - fra l’altro - nel reclutamento.  Ma il Pentagono non è passivo: se una sceneggiatura non gli piace, suggerisce cambiamenti che ‘facilitano l’approvazione  dei comandi’. A volte cambiano i dialoghi, a volte le figure della storia, a volte la storia stessa».

Oggi, tutto è ancora più facile, perchè la gente si immerge totalmente e di sua volontà nella fiction - verità (e chi può dirlo?) della TV.

E’ ben noto agli psicologi militari-industriali che quando una persona passa ore davanti alla TV, sia che guardi un TG o una telenovela, l’attività cerebrale passa dall’emisfero sinistro (dove ha sede la capacità di analisi logico-critica) all’emisfero destro, dove l’informazione-disinformazione (chi può dire cosa è?)  viene accolta come un «tutto» e suscita risposte emotive anzichè ragionate. Tutto questo, il Pentagono lo chiama «disinfotainment».

I mega-attentati dell’11 settembre possono essere stati il miglior «disinfotainment» mai prodotto, con i più grandi mezzi e i più costosi effetti speciali disponibili alla scienza della «rottura delle barriere fra realtà e sogno». E con successo assicurato, visto che  l’America tutta ha chiesto, poi, l’invasione di Afghanistan e Iraq.

Il lato spiacevole è che il «disinfotainment» non solo pare diventato la sola attività bellica di successo del Pentagono; è che ha «troppo» successo, nel senso che anche i generali USA finiscono per credere alla propria guerra virtuale.

Torniamo a Baghdad, dove - accanto alla futura Disneyland - già torreggia un esempio straordinario di «rottura fra realtà e sogno». La creatura ha persino un nome, Qassem Suleimani. E un grado, generale delle Forze Quds, ossia dei commandos iraniani delle Guardie della Rivoluzione.

Ebbene: tutti gli attentati, i disordini, le battaglie di Muktada Al Sadr, gli armistizi tra fazioni sciite che occorrono in Iraq dopo 5 anni d’occupazione, vengono attribuite a questo personaggio. Insomma all’Iran, che ha la colpa della incapacità dei generali USA di pacificare l’Iraq, e quindi va bombardato.

Secondo i giornali USA, il generale Suleimani sta andando su e giù per l’Iraq a suo piacimento, e «fornisce aiuto finanziario e militare alle fazioni irachene, frustrando gli sforzi USA di costruire una democrazia pro-occidentale».

E’ lui che «ha diretto e addestrato milizie sciite fornendole di denaro ed armamento, compresi i mortai e i razzi che hanno sparato nella Zona Verde, nonchè gli esplosivi conformati per la penetrazione che hanno causato centinaia di feriti e morti fra le truppe americane» (3). Fa tutto lui, Suleimani.  Tutto quello che mostra gli occupanti americani come  incapaci o scemi, è opera sua.

E’ persino più bravo di Osama bin Laden, l’altra nota figura del «disnfotainment» strategico, ormai alquanto dimenticata. Vedrete, presto cominceranno a parlarne anche Fede, Mentana, la Nirenstein e Magdi Allam.

La conclusione cui spontaneamente giungeremo noi spettatori sarà una sola: l’America deve attaccare l’Iran, e stavolta con le atomiche. Il sogno, finalmente, ridiventa realtà.




1) Michel Chossudovsky, «War propaganda: Disneyland goes to war-torn Iraq», GlobalResearch,  28 aprile 2008.
2) Alex Ansari, «Mass mind control through network Television: are your thoughts your own?»,  InformationLiberation.com, 21 aprile 2008.
3) Hannah Allam, Jonathan S. Landay and Warren P. Strobel, «Iranian outmaneuvers US in Iraq», McClatchy Newspaper, Washington Bureau, 29 aprile 2008.


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