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Se la Francia stampa euro
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L’eurocrazia ha concesso alla Francia ( e Spagna e Portogallo) due anni di proroga per il rientro dal deficit entro il 3% del Pil, e ha negato lo stesso sollievo all’Italia. Enrico Letta va da Angela Merkel a Berlino ad implorare il favore (il ministro Schauble aveva detto no ancor pochi giorni fa). Ma Berlino ha fatto a Parigi un favore più grande, alla chetichella: in pratica, ha permesso alla sua Banca Centrale di stampare euro.

Lo ha scritto l’8 aprile scorso addirittura Paul Krugman sul suo blog presso New York Times, con un titolo più che ironico: «La Francia ha di nuovo la sua divisa» (France Has Its Own Currency Again). Scarne le notizie che Krugman dà. Si limita a notare che gli interessi che la Francia paga per indebitarsi sono crollati. Parigi non è più a corto di soldi, i mercati non sono più preoccupati di un suo fallimento... Un giornale economico online francese, Atlantico, poco dopo ha ipotizzato: i tassi bassi a cui la Francia si indebita sarebbero effetto di una politica «generosa e discreta» da parte della Banque de France (la loro Banca Centrale) di acquisto di attivi discutibili dalle banche francesi. E spiega che se l’Europa ha una moneta unica, non ha un’unica Banca Centrale. Sì, c’è la BCE; ma le banche centrali nazionali esistono ancora «e dispongono di una certa autonomia per aiutare le proprie banche». Possono aiutare le loro banche commerciali, appunto decidendo quali «attivi» accettare come garanzia, ossia quali titoli di credito che le banche vantano, e contro le quali sganciare i fondi liquidi. Crediti andati a male, titoli di Stati in difficoltà eccetera, insomma pretesi «attivi» che il mercato non tocca nemmeno con un dito, che la Banque de France accetta come buoni dalle sue amate banche nazionali. La transazione avverrebbe nel cosiddetto sistema Short Term European Paper (acronimo: STEP): che consente a ciascuna Banca Centrale di rifinanziare le sue banche, ma che è usato soprattutto dalla Francia. Parigi, con quasi 500 miliardi, rappresenta da sola più della metà del mercato europeo STEP, ed è il secondo del mondo dopo quello americano. Inoltre, è in forte aumento: da 300 miliardi di metà 2012, era già a 483 a fine 2012.

Ciò significa non solo che la Banque de France ha il tacito permesso di stampare euro secondo le necessità (insaziabili) delle sue banche; ma che le sue banche maggiori (BNP, Société Générale, Crédit Agricole in prima linea) sarebbero sull’orlo del fallimento per la loro eccessiva esposizione ai rischi, e tenute sotto ossigeno dalla stampante della Banque de France mascherata sotto pagamento di «attivi» che sono equivalenti a vecchie biciclette, abiti di seconda mano e stoviglie usate.

A tutta prima la mezza rivelazione ha fatto strillare di rabbia grossi giornali germanici come e Die Welt e Deutsche Wirtschafts Nachrichten, che hanno accusato Mari Draghi, l’odiato italiano, di lassismo complice. «La BCE ha dato alla Francia la possibilità di stabilizzare le proprie banche, senza che la Germania possa far niente per opporsi (...) Sotto traccia, si gonfia in Francia una gigantesca bolla finanziaria».

Ma dopo queste prime urla, più nulla. Silenzio. Evidentemente, i media sono stati avvertiti discretamente di sorvolare. E ciò, quasi certamente, per il motivo indicato da Krugman: la BCE non può lasciare la Francia al suo destino come una qualunque Grecia (o Spagna), perché senza la Francia «non c’è più euro».

Berlino, che è severissima con noi, con Hollande tace e acconsente, perché ha bisogno della «relazione speciale» con Parigi, secondo pilastro dell’euro e della sua ideologia.

Se l’ipotesi è vera, inutilmente il nostro Letta (e la sinistra italiana) sperano di trovare in Parigi l’alleato e guida dei Paesi mediterranei che dicono basta all’austerità e mettono in minoranza la Merkel: Hollande, la Merkel se l’è comprato col permesso di stampa dissimulata. Il permesso (tedesco) a Francia, Spagna e Portogallo di ritardare di due anni il rientro del deficit, che viene negato a noi, è fatto proprio per spaccare il fronte. L’Italia è isolata. Divide et impera. Anche se Enrico Letta, mettendo all’economia Saccomanni, ossia il servile e strapagato funzionario di Bankitalia, non ha certo dato l’idea di voler andare all’attacco. Bankitalia è nota per la sua subalternità a Francoforte e Berlino.

Questa faccenda, più o meno soppressa, rivela un’altra disfunzione della Babele monetaria che è l’euro (moneta unica con banche centrali «con parziale autonomia», se la prendono), e che i padroni dei nostri destini vanno avanti a forza di pezze, trucchi nascosti, strappi inconfessati alle regole che loro stessi ci hanno imposto, omertà e favoritismi collaterali e severità disumane – come nella Fattoria degli Animali di Orwell, tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

Ché poi, chissà che non ci convenga tacere. Dopotutto, ad ogni asta dei nostri Btp, i tassi d’interesse si abbassano, fra gli applausi dei media: «I tassi tornati ai minimi del 2010! I mercati ci ridanno fiducia!». Oddio, i tassi sono ancora alti: 3,94, anche se in calo rispetto agli orribili 4,66 di un mese prima. Lo spread non cala veramente. Ma perché, di grazia, «i mercati» ci danno fiducia? Non abbiamo fatto le riforme, né tagliato l’enorme spesa pubblica parassitaria, né snellito la burocrazia, né reso rapidi e produttivi i magistrati, né reso competitivo il lavoro, né alleviato o almeno semplificato la tassazione sulle imprese; le nostre ditte produttrici sono strangolate dallo Stato e dalle banche , il credito è azzerato, non circola denaro: viviamo il blocco di liquidità tragico che perpetuò la crisi del 1929 fino al ’39. Perché i mercati ci darebbero fiducia, quando noi italiani di fiducia non ne abbiamo nemmeno un po’, e chi ha soldi ne ha mandati 200 miliardi in Svizzera, per paura del prelievo forzoso alla cipriota? Chi è, insomma, che compra i nostri titoli? E a retribuzione calante per giunta?

Certo, si dice, il mondo è inondato di liquidità dalla Federal Reserve e dalla Bank of Japan che hanno intrapreso il più oltraggioso e svergognato quantitative easing; dei colossali fiumi di dollari e yen devono per forza andare in titoli pubblici del mondo; qualche rivolo si «investe» in Italia, dove ottiene ancora quasi il 4% sicuro. Sarà. Ma magari c’è un aiutino anche ai nostri titoli pubblici da parte della BCE, o di Bankitalia col permesso occulto della BCE? Come la Francia, ma pochino pochino? Con la Germania che fa finta di niente, almeno fino alle elezioni di settembre, perché deve tener nascosto ai suoi cittadini l’enormità del problema e la disonestà dei mezzucci usati per rappezzarlo?

Chissà. Facciamo solo notare questo paradosso: c’è una enorme liquidità globale, e le banche strapiene di titoli pubblici; e alle nostre imprese non arriva un euro. Non pagano i fornitori perché non vengono pagate a loro volta; tutto si paralizza perché manca denaro liquido e il credito è prosciugato, ma altrove scorrono Mississippi di liquidità.

Uno studio della KPMG calcola che le banche della zona euro detengono ormai 1670 miliardi di euro di titoli del debito sovrano (chiamiamolo sovrano) degli Stati europei; un enorme montante sottratto all’economia produttiva. Le banche fanno credito illimitato (non coi soldi loro) ai governi, sotto l’ombrello protettore e complice della BCE, lucrando en passant notevoli interessi senza rischio, e contemporaneamente negano credito a famiglie e imprese. Secondo KPMG negli ultimi 4 anni le banche hanno ridotto di 365 miliardi di euro le loro aperture di credito alle imprese: -7,5%. Sono le colpevoli reali e primarie della recessione diventata depressione, dei disoccupati che crescono e dei suicidi di imprenditori.

Per contro, secondo KPMG, i crediti dubbi delle banche europee ammonterebbero a 1500 miliardi (di cui 600 per le sole banche britanniche, spagnole e irlandesi). Anziché ripulire i loro bilanci vendendo i loro portafogli, esse da anni preferiscono nascondere il problema prorogando i loro prestiti più o meno inesigibili. Gli Stati avrebbero dovuto, fin dall’inizio della crisi, intervenire imponendo ad azionisti e creditori di accollarsi la loro parte di perdite; non l’hanno fatto – come opporsi alla lobby bancaria? – fino al giorno in cui l’hanno fatto per banche e correntisti di Cipro. Allora, non si ebbe il coraggio di assumere le conseguenze sistemiche che ciò avrebbe comportato, con la conseguente rivoluzione del sistema bancario europeo, la scomparsa dei vecchi azionisti e dei banchieri nella latrina della storia, e la ristrutturazione (default parziale) dei debiti sovrani.

I poteri forti e i loro caudatari governativi non hanno voluto. Da allora, si sono susseguiti «salvataggi» di banche che avevano in comune il rimandarne la necessità. Si sono chiusi gli occhi davanti alla crisi finanziaria per non vedere di essa che una giustificazione di più all’ideologia ultra-liberista, «anzi profittando dell’occasione per accelerare brutalmente l’applicazione del programma» (Fançois Leclerc).

Ed oggi siamo a questo: che invece di mettere in discussione la strategia seguita e fallimentare (austerità per chi «ha vissuto al disopra dei propri mezzi») si suggerisce solo di ammorbidirne l’applicazione. La Commissione ha concesso alla Spagna di ritardare il rientro del deficit, stavolta di due anni; poi l’ha concesso al Portogallo, poi alla Francia. L’allungamento del calendario è diventato regola? Ma no, si decide caso per caso – per salvare la faccia – e quindi si dice no a Roma, che conta come il due di picche ed ha ministri tanto tanto europeisti, la Bonino che vuole accelerare gli Stati Uniti d’Europa: a noi, si può fare di tutto, e continuiamo a scodinzolare. (Emma Bonino: Stati Uniti d'Europa o non c'è via d'uscita‎)

Del resto, gli alleviamenti concessi agli altri non solo non risolvono nulla. Sono accompagnati ogni volta da ingiunzioni di nuovi rigori di bilancio, che aggravano la recessione e creano di conseguenza (tramite diminuzione del gettito fiscale) le condizioni di un ulteriore, futuro allungamento della data del fatale rientro del deficit sotto il 3%: cifra peraltro del tutto arbitraria.

«Rigore di bilancio e controllo delle spese non spariranno dal vocabolario del partito socialista», ha annunciato Antonio José Seguro, il segretario del PS portoghese, che spera di tornare al potere e chiede, contemporaneamente, una rinegoziazione del costosissimo piano di salvataggio del Portogallo; le stesse cose più o meno dicono i governanti spettrali a Madrid, a Parigi e il nostro Enrico Letta. «Crescita» accompagnata a «rigore», come sempre. Senza spiegare come fare. Senza mai mettere in discussione i paradigmi adottati una volta per tutte, il pensiero unico eurocratico-globalista. Fino al crack sociale e politico?



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Commenti  

 
# durando 2013-04-30 08:59
Napoli come bush? Qualcuno gli ha passato un biglietto e sussurrato qualcosa durante la cerimonia del giuramento...lui ,napoli, ha assentito appena ...una scena giá vista..bush 2001...torri gemelle...
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# stefano.mc 2013-05-01 21:36
Napoli che??
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# tobia 2013-04-30 09:17
caro direttore ,da ignorante in materia(leggo sempre i suoi articoli riguardanti l'economia,ma mi rendo conto che non è la mia materia...ci capisco ben poco)una domanda:l'Italia ha voluto entrare nell'euro,ma non vuole sottostare alle ferree regole che questo comportava:è così o mi sbaglio?a me pare che l'Italia dal 1945 in poi ha assorbito su di sè la mentalità meridionale la quale è a priori contro qualsiasi regola e pensa che bisogna ridiscutere,pro rogare ,rinegoziatare.La mia è solo una impressione o vi è qualcosa di vero?
inoltre l'Italia è consideratal la nazione traditrice per eccellenza e questo i tedeschi se lo ricordano bene e appena possono fare un pò "soffrire" l'italia lo fanno...anche i francesi non si dimenticano la dichiatazione di guerra del 10 giugno 1940 quando le truppe tedesche erano quasi a Parigi...
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# Nova 2013-04-30 11:13
Anche la Germania tradì il Patto Molotov Ribbentrop, patto di non aggressione con l'URSS di Stalin, e, dopo il volo di Rudolf Hess (nato ebreo ad Alessandria d'Egitto) in Scozia e verosimili accordi segreti demoniaci con Churchill, iniziò inspiegabilment e l'operazione Barbarossa.
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# cangrande 2013-04-30 15:32
Se si leggono i libri di Suvorov, si evince (documenti dell'epoca SOVIETICI alla mano), che la Germania ha solo ANTICIPATO e preso in contropiede l'URSS che stava preparandosi ad invadere la Germania e l'Europa continentale (NON l'Inghilterra, madre del bolscevismo...). Quindi la Germania si è difesa e non ha tradito....
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# cangrande 2013-05-01 00:11
...e aggiungo...: Hitler e il suo Popolo, hanno salvato l'Europa, allora.... Ora però, "quelli", se la stanno riprendendo in toto....
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# OrazioC. 2013-10-30 21:20
Bravo, a molti sarebbe da ricordare che la Russia, era governata da banchieri comunisti (vedere Lenin origini, religione e scopi) e che, una volta appurato come i tedeschi hanno fatto a meno della moneta con i mefo, e operando con i baratti con gli altri stati, l'indirizzo comune era quello di distruggerli. Purtroppo la gente, non segue la traccia della moneta.
Hitler ha attaccato la Russia, come operazione di anticipo,
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# antaratman 2013-04-30 13:11
@tobia

Senza prendere il posto del direttore, le vorrei ricordare che non è l'Italia che volontariamente è entrata nell'euro, ma ce l'ha mandata senza chiedere la nostra opinione, un certo Prodi, le ricorda qualcuno? e per questo abbiamo dovuto pagare una delle tante subdole UNATANTUM, che tra l'altro l'altrettanto subdolo Prodi aveva promesso di restituirci. No comment!
In quanto a prorogare, rinegoziare ecc.
questa non è una prerogativa meridionale
(legga bene l'articolo di Blondet)ma mondiale. Infine piantiamola con la menata traditrice: la storia dell'umanità
è piena di alleanze ballerine, i campioni
sono gli USA ai quali si atta molto bene
il "Chi ha bisogno di nemici avendo amici come voi".Questione solo di rapporto di forze.
Riguardo alla Germania, Hitler, che ha avuto un consenso oceanico da parte dei tedeschi, ha invaso la Polonia nei modi che sappiamo.
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# astrorosa1 2013-04-30 09:26
Mi risulta che le aziende Italiane,
che fanno utili sono quelle che esportano in Russia e Germania,sino a quando?
Per sopravvivere bisognerebbe,
rallentare le importazioni se non bloccarle, se ciò non
avverrà, a causa di ministri tipo Bonino,
non vedo prospettive.
L'Argentina, Islanda e il resto del Mondo
con un pò di buon senso e patriota nei confronti dei propri concittadini agisce
in tal modo.
L'Unione Europea è stata un fallimento
economico quindi è da rivedere eonomicamente esempio con una moneta nazionale ed euro come moneta internazionale.
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# Alexi 2013-04-30 10:16
Dopo la legge sul matrimonio omo anche noi pizza fichi e mandolino potremo stampare un po' di carta straccia in più!
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# gianluigisassu 2013-04-30 10:45
Alla luce di tutto questo, come si può ancora parlare di "mercato"? Come si può avere fiducia nel "mercato" e nel thatcherismo, come mi pare sia il caso di Blondet? Il capitalismo nella sua fase attuale non è altro che un "socialismo reale per ricchi". I soldi si fanno prestando soldfi allo Stato, non alle imprese che lavorano. L'URSS non è scomparsa, è stata inglobata dal famoso "Occidente".
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# Franco_PD 2013-04-30 11:56
Ci voleva proprio questo articolo documentato di Blondet. Che al solito illustra quel che accade nella realtà e nessuno osa dire pubblicamente. Se sui dettagli non mi pronuncio - l'economia non è il mio forte - salto invece sulla sedia nello scoprire qualcosa che ignoravo del tutto, come molti penso (o forse addirittura tutti). Allora: certe cose SI POSSONO fare. La Francia le fa. Se mostri le palle lo spazio te lo puoi prendere. Come se hai gli amici giusti nei posti giusti, nevvero? Riguardo alla Francia è la solita storia: loro vengono qui e comprano quel che vogliono in campo aziendale, ma provati tu ad acquistare da loro!. Diciamocela tutta: qui da noi mancano i coglioni perchè ci sono i coglioni (non penso sia necessario che entri nel dettaglio di questo volgare ma sentito aforisma).
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# SUPERCECCHI 2013-04-30 12:24
Extend and pretend.
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# psanfilippo 2013-04-30 12:27
Abbiamo raggiunto il 3% di deficit su PIL e il pareggio di bilancio strutturale.
Siamo stati gli unici a fare i compiti a casa se la vogliamo mettere cosi'.
E' per questo motivo che dovremmo uscire dalla procedura di deficit eccessivo il che ci impedisce di chiedere proroghe.
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# Indaco 2013-04-30 12:27
Ho l'impressione, correggetemi se sbaglio, che, ormai, siamo in un mondo in cui un paese conta, anche sul piano economico, solo in ragione della potenza delle proprie forze armate.
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# Der Freiherr 2013-04-30 15:37
Citazione Indaco:
Ho l'impressione, correggetemi se sbaglio, che, ormai, siamo in un mondo in cui un paese conta, anche sul piano economico, solo in ragione della potenza delle proprie forze armate.

Guai agli inermi! E' sempre stato così
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# BERTIEBOY 2013-04-30 12:33
Il Letta "politico" è però sincero e determinato ed ecumenico nel suo "Programma di Governo" riassunto dallo slogan:
Crescita e Rigore.
Un ossimoro perfetto
Traduzione.
CRESCITA della povertà, aumento della miseria tale da arrivare dritti al RIGORE ovvero il Rigor Mortis. Il perfetto Rigore del Corpo Elettorale Cadaverico come obiettivo di una folle politica volta al Cupio Dissolvi.

Questi politici marionette non smettono mai di spacciare Favole Allucinate per le Masse fameliche di un segnale di speranza nella Crisi che morde i polpacci.
Quello che ricevono è appunto un messaggio di Crescita e Rigore.
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# Pietro G 2013-04-30 13:02
Prendo atto, quindi, che esistono Paesi europei di serie A, B e C.
Le toppe sistematiche che sono costretti a cucire addosso all'euro, per non farlo crollare, mi ricorda il tipo che cercava di bloccare il crollo della diga mettendo le dita nelle diverse crepe. Come è noto, si può andare avanti così solo se il numero delle crepe non supera quello delle dita, e se le crepe non sono troppo distanti.
Il favoritismo nei confronti della Francia ha la sua ragion d'essere sia nella relazione speciale tra Francia e Germania (su cui si basa l'intera costruzione UE) sia nella situazione economica francese , che è molto peggiore di come viene riportata. Si deve aggiungere poi il nervosismo di gran parte della classe politica francese nei confronto della Germania, esploso di recente con le dichiarazioni del presidente della Assemblée Nationale e il conseguente dibattito, che prosegue oggi sul sito di Le Monde, sulla "germanophobie". I soldi alle banche francesi, però, sono pannicelli caldi che non curano il male profondo che affligge la Francia, l'Europa mediterranea e qualche altro Paese :
-La mancanza di competitività strutturale e la perdita costante di quote di mercato mondiale.
-Un tessuto sociale fragile, costituito in parte da gente che non si è integrata (e che, secondo me, non è possibile integrare), che sopravvive nelle banlieu ai margini della società. Zone del Paese che la disoccupazione di massa potrebbe far esplodere.
-La progressione del FN di Marine Le Pen che innervosisce sia la destra che la sinistra.
-La difficoltà di fare riforme di razionalizzazio ne e di taglio alla spesa a fronte di una clientela elettorale che (come in Italia) vive di spesa pubblica.
La Francia e l'Europa oggi non hanno bisogno di soldi, necessitano di riforme profonde della politica commerciale (i dazi) della politica migratoria e della loro visione del mondo.
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# Giovanni Silvano 2013-04-30 17:34
Pietro la Francia ha la AA, è un paese enormemente più solido dell'Italia, L'econonia francese è un po grigia ma solida.
Certamente ci sono paesi di serie ABC e lo sanno tutti quali sono.
Serie A: Germania, Olanda, Lussenburgo, Finlandia,... la Francia è A/B
Poi ci sono i paesi B come Beglio, Irlanda
I paesi quasi C come l'Italia
infine i C senza appello: Grecia, Cipro, Portogallo, Spagna ecc.
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# Pietro G 2013-04-30 23:13
La Francia sta ovviamente meglio di noi, ma la sua situazione economica si sta deteriorando rapidamente. Oggi Marine Le Pen in un dibattito (postato sul sito del FN) ha mostrato una carta geografica con la crescita economica delle varie zone del mondo in codice colore. Ebbene, l'Europa è in fondo alla scala insieme all'Iran!. Ricordo che quest'ultimo è soggetto a sanzioni economiche feroci da anni.
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# Giovanni Silvano 2013-05-02 08:18
Pietro io non intendo dire che la Francia va meglio di noi in questa contingenza (anche se negli ultimi 10 anni è cresciuta mentre noi siamo stati fermi)
La Francia è strutturalmente più solida di noi per vari motivi, è grande quasi il doppio dell'Italia, dal punto di vista agroalimentare (un settore strategico) non solo è indipendente ma ne è un grande esportatore, ha incomparabilmen te più tecnologia di noi.
La Francia è un paese un pò grigio ma solido, l'Italia è più debole: è più piccola e montuosa, dal punto di vista alimentare dipende dall'estero, e poi diciamolo chiaramente tecnologicament e siamo complessivament e scarsi, secondo uno studio fatto in Germania, non siamo tra i paesi di punta come tecnologia, ci mettono appaiati a paesi come l'Argentina, il Brasile.
Come paesi di punta tecnologicament e parlando in questo studio vengono catalogati: Germania, Francia, Inghilterra, tutti i paesi del nord Europa, U.S.A., Canada e Giappone, noi non ci siamo, detto per inciso non c'è nemmeno la Cina, la Cina è catalogata tra i paesi fornitori di manodopera a basso costo, ma di scarsa tecnologia.
Il nostro guaio è che siamo un paese di scarsa tecnologia e non possiamo nemmeno fornire manodopera a basso costo come fanno i paesi emergenti, questo è il nostro guaio serio.
Lo so che i Media italiani queste cose le censurano, ma è così ed almeno qui possiamo dirlo liberamente.
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# Scipio emiliano 2013-05-01 10:17
Non riesco proprio ad essere in accordo con te, ogni singola volta. Ma il problema e' che non so dove vai a prendere i dati che non stanno ne' in cielo ne' in terra.
La Francia ha seri problemi di disavanzo pubblico e grossi problemi di debito privato (molto piu' importante di quello privato). Ha un rating molto alto perche' alla fine ha un esercito potente ed una politica tedesca da sempre amica.
In Olanda sta per scoppiare (ha incominciato in realta')una bolla immobiliare colossale.
L'Italia sta meglio di queste realta' in molti parametri fondamentali ma ha un bildeberg (il parente) come primo ministro ed una classe politica che si e' genuflessa all'asse franco-tedesco.
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# Giovanni Silvano 2013-05-03 15:06
L'Olanda ha AAA, la Francia AA.......

Pensa che stamane ad "Omnibus" ho sentito un sedicente giornalista con spiccato accento del Regno Delle Due Sicilie, dire che il debito pubblico tedesco tra quello ufficiale e quello occultato è il triplo del nostro.
E' evidente che le agenzie di Rating e i famosi "Mercati" hanno gli occhi bendati, quando anche i sassi sanno che l'Italia è il paese più virtuoso dell'Eurozona.
Oppure c'è sotto il solito complotto massone-plutocratico-giudaico, perche a regola dovrebbe essere la Merkel a venire a Roma con il cappello in mano, perche è l'Italia il paese più solido ed avanzato d'Europa, l'Italia è un paese che funziona, tutti lo sanno........forse adesso sei d'accordo.
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# Scipio emiliano 2013-05-09 21:38
Il debito pubblico tedesco supera il 100% con quello occultato e cmq non e' un buon valore per chi crede alle pubblicazioni con i foglietti excel fatti male.
Vuoi forse negare che Enrichetto Letta e' un bildeberg? Ma d'altronde bisogna credere a voti di quella gente che dava A+ alla Lemahn brothers fino al giorno in cui e' collassata...
Aspetta aspetta il botto della bolla immobiliare olandese ed il botto francese: ti ricordo che il problema e' il debito privato delle nazioni che si riversa sul debito pubblico.
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# Luigi 2013-04-30 14:39
30 aprile 2013

Nuovo governo e rigore da allentare

Si gioca in Europa la partita decisiva
Sui limiti del circolo vizioso prodotto dall’eccessiva stretta di bilancio e sul fallimento della teoria del rigore di per sé espansivo il coro è ormai assordante anche se molti commentatori sono saliti sul carro con un certo ritardo. I dati forniti dai "saggi" scelti dal Quirinale sono inequivocabili. Nell’ultimo anno, il crollo della domanda interna ha contribuito con una riduzione del 4 per cento del Prodotto interno lordo, controbilanciat a solo in parte dall’aumento del 2 per cento prodotto dalla buona dinamica delle esportazioni.

Questo significa che è quantomeno improbabile uscire dalla recessione senza rilanciare la componente interna dei consumi. Il nuovo governo si trova pertanto davanti all’urgenza di far ripartire un Paese economicamente in ginocchio per arginare la mancanza di speranza che rischia di trasformarsi in disperazione. Da questo punto di vista non mancano tanto le ricette più volte presentate e discusse in numerose sedi quanto le risorse economiche per realizzarle. Facendo rapidi conti sulle proposte condivise dalla coalizione di governo, ci vogliono 10-15 miliardi per evitare lo scoglio fiscale prossimo venturo: quasi 2 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva, 1 miliardo per schivare la stangata della tassa sui rifiuti di fine anno, addirittura 8 miliardi per cancellare l’Imu di quest’anno e restituire quella dell’anno scorso. Tra i 2 e i 3 miliardi sono poi necessari per rifinanziare la cassa integrazione in deroga ed evitare che il lavoro precario della pubblica amministrazione si traduca in altra disoccupazione.

Altri soldi ancora sarebbero necessari per sgravare fiscalmente le nuove assunzioni di giovani e investire sull’istruzione e sulla Rete. La questione dunque è una sola. Perché l’Olanda può avere un deficit del 4,1 per cento, la Spagna ha negoziato e ottenuto di posticipare il rientro al 2016 e noi (ci) siamo costretti a rispettare il 3 per cento quest’anno ? Ci basterebbe un punto in più di deficit per ottenere le risorse necessarie per finanziare gli interventi descritti e probabilmente evitare quanto meno un ennesimo avvitamento della domanda interna, che peggiorerebbe ulteriormente il nostro rapporto debito/Pil.

Come è ormai ben noto, Stati Uniti e Giappone hanno preso tutt’altra strada, ritenendo che il modo per controllare tale rapporto è agire aggressivamente per il rilancio della crescita (anche con la spesa pubblica e la politica monetaria espansiva) e non attraverso un arcigno rigore. C’è un solo compito urgente e prioritario per il nostro governo: possiamo e dobbiamo certo cercare anche in casa nostra (prima di tutto con un uso saggio della spesa pubblica) le risorse per finanziare i provvedimenti urgenti. Poiché però ulteriori tagli lineari non potranno che avere effetti depressivi sulla domanda, la strada maestra è rinegoziare gli impegni con l’Unione Europea e spingere affinché le sue politiche macro-economiche siano molto più espansive. La partita più importante di questo governo, sul piano economico-sociale, si gioca davvero in Europa.

Leonardo Becchetti

da Avvenire
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# antaratman 2013-04-30 14:47
Il casinò della Mafia bancaria giudaico-massonica ha ordinato al croupier di fermare la pallina su un certo numero della roulette. Ordine eseguito e il cliente esce con il malloppo. Il pizzo
lo aveva già anticipato facendo finta di voler tassare i grandi industriali, i gran commis d'Etat, les amis des amis e infine con la benedizione delle nozze gay e conseguenti adozioni. Ma è stato solo un anticipo. (continua)....

Veniamo alle nostre ruote della fortuna inceppate: dopo il compito in classe
recitato da Letta davanti ai nuovi
eletti in Parlamento, l'economista Alberto Quadrio Curzio, anche lui Aspen, Bilderberg ecc.,ha commentato che noi,
cioè italiani,"abbiamo un avanzo primario sul deficit che nessuno in Europa ha e che la Germania pur guadagnando dalla crisi,può vantare in assoluto il più grande debito pubblico, inoltre esporta verso la Spagna più di quanto esporti verso la Cina".Essendo un insider, deve sapere.
Quindi Schaeuble:Schna uze, in italiano chiuda il becco, e cerchi di ricordare che l'Italia ha pagato QUANTO la Germania per il FSS, quella nefandezza uscita dai vostri cervelli bacati in combutta con la Mafia di cui sopra. Inoltre i grandi Deutsch sono da sempre
evasori di grandi capitali(ricord a la faccenduola del dischetto con centinaia di nomi con il cc.in Svizzera? e che il
suo governo ha acquistato pagandolo fior di quattrini? e l'ultima lista degli industriali, quindi capitali fatti con il lavoro, con i loro cc. off-shore?
La Merkel sicuramente si sarà sentita a suo agio a Ischia tra i bagni e i fanghi
sulfurei, la prossima volta ci vada anche lei, anzi portatevi tutto il bordello europeo, noi siamo generosi come solo i nobili divenuti pezzenti sanno essere: prezzi stracciati per comitiva.
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# gjovi 2013-04-30 15:24
La possibilità di regolare la stampa di moneta ( da parte della b.c.e. ) è come una sorta di frusta ( meno si stampa più forte è la frustata ), quando si rendono conto che lo schiavo ( noi ) è in procinto di soccombere o di ribellarsi allentano la frustata. Il gioco continua sino a quando lo schiavo non diventa ( se mai diventerà)un "bravo schiavo" a discrezione di lor signori.I politici che governano sono l'equivalente del guardiano diretto degli schiavi, sono loro i primi responsabili "della rendita".
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# tobia 2013-04-30 15:27
prodi fu eletto dagli italiani...
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# cgdv 2013-04-30 15:33
Crescita accompagnata a rigore? Noi siamo a posto grazie.
La crescita è nelle mani di Flavio Zanonato già direttore del settore immigrazione ed emigrazione del PCI, poi sindaco di Padova (chiedere i risultati al lettore Franco_PD) oggi Ministro dello Sviluppo Economico.
Il rigore è nelle mani di Fabrizio Saccomanni bocconiano legato alla BCE ed a Draghi, già direttore generale della Banca d'Italia ed imposto da Napolitano come Ministro dell'Economia e delle Finanze. Di lui forse dovremo dire nomen omen (vedi etimologia di saccomanno).
Giuliano
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# Franco_PD 2013-04-30 16:48
CGDV TI ODIO. Proprio ora che qui tutto il quartiere attorno a me spera che Zanonato giunto a Roma non ritorni mai più tu me lo riproponi e mi ci fai ripensare?. Scherzi a parte il personaggio è paradigmatico (come quell'altra neo-ministra del PDL che si accompagna al sinistro: ma l'avete sentita parlare almeno?) dell'incapacità elevata a sistema e a governo. E non si tratta di pregiudizi politici: Zanonato è il classico federale PCI vecchia scuola. Punto. E' riuscito a farsi eleggere e rieleggere sindaco per la crassa incapacità delle destre, litigiose e personaliste. La cosa scandalosa - di questi giorni - è che Zanonato, con una stampa corriva al suo seguito, riesce addirittura ad accreditarsi come uomo d'ordine. Un sindaco-sceriffo! Se legge gli articoli Gentilini a Treviso ci fa uno schioppone! Il riferimento è al famoso in tutto il mondo "Muro di via Anelli" che lui fece erigere. Una serie di palazzine divenute una sintesi di Filibusta e corte dei Miracoli completamente extraterritoria li. Il risultato fu quello del medico pazzo che non asporta il tumore, ma lo fa a pezzettini distribuendolo per tutto l'organismo. Ora Padova ha Vie Anelli in quantità (Borgomagno, Arcella, Stazione, Corso del Popolo, piazza Mazzini, ex area Siamic ecc...). Al punto che interi stabili una volta destinati ad uffici - specialmente banche - per quanto moderni sono stati abbandonati. Invivibili per chi ci doveva andare (o tornare). Nuove zone franche dove accade di tutto. A parte i miei piagnistei perchè qui vivo, di portata nazionale è il fatto che l'autore di tale scempio sia stato premiato con un ministero. Se poi affrontate il discorso con i suoi compagni di merende questi vi diranno che la colpa è tutta della Bossi-Fini!. Ma da Treviso, Vicenza, Verona la maraglia scappa tutta appena può...per venire qui! La cosa avrà - penso - un senso...
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# raff 2013-04-30 16:51
Citazione tobia:
caro direttore ,da ignorante in materia(leggo sempre i suoi articoli riguardanti l'economia,ma mi rendo conto che non è la mia materia...ci capisco ben poco)una domanda:l'Italia ha voluto entrare nell'euro,ma non vuole sottostare alle ferree regole che questo comportava:è così o mi sbaglio?


La ricostruzione che segue può forse aiutarla a comprendere meglio il processo politico ed economico che ha portato l'Italia ad entrare nell'euro (contro i propri interessi):

ALLE ORIGINI DELL'EURO (LO SME)

Enrico Berlinguer e Giorgio Napolitano
Quale fu la posizione del Partito Comunista Italiano?

di Marino Badiale e Fabrizio Tringali*

Scrivevamo un anno fa che le politiche impostate per salvare l'euro avrebbero lentamente avviato l'Italia a diventare un paese del Terzo Mondo [M.Badiale, F. Tringali, L'euro non è un dogma, Alfabeta2, dicembre 2011]. Gli eventi di quest'ultimo periodo confermano quel giudizio: la crisi economica prosegue, così come la distruzione dei diritti dei lavoratori e l'attacco ai redditi dei ceti subalterni, mentre l'adozione di misure come il Fiscal Compact determina, in sostanza, la cessione della sovranità degli Stati nazionali a lontane strutture oligarchiche e la conseguente cancellazione di quel poco di democrazia ancora rimasta in questo Paese.
Non intendiamo qui dilungarci su questi temi, né su quelli relativi alla irriformabilità dell'Unione Europea in senso democratico e alla necessità di uscire da essa e dalla moneta unica, perché li abbiamo trattati dettagliatament e in un libro uscito da poco (M.Badiale, F. Tringali, “La trappola dell'euro”, Asterios editore), al quale rimandiamo per approfondimenti .

Ci sembra utile, invece, ripercorrere in questa sede alcune delle discussioni che hanno accompagnato il passaggio dell'Italia a un sistema monetario europeo a cambi fissi e poi all'euro. È importante infatti sapere che l'esistenza di un rapporto consequenziale fra la rinuncia alla flessibilità del cambio valutario e la realizzazione di una vera e propria macelleria sociale in termini di aggressione ai diritti e ai redditi dei ceti medi e popolari, era stata chiaramente prevista già tre decenni fa.

Agganciare la valuta della Germania a quella di Paesi economicamente più deboli e con inflazione più alta, senza prevedere meccanismi certi ed automatici di riequilibrio fra i Paesi in surplus e quelli in deficit, non poteva non determinare la costruzione di un rapporto asimmetrico: da una parte la Germania e i Paesi forti nel ruolo di leaders, dall'altra i Paesi più deboli nel ruolo di followers, impossibilitati a recuperare competitività e sostanzialmente costretti a riprodurre le politiche economiche e sociali tedesche, con le conseguenze che vediamo oggi, dopo dieci anni di moneta unica (la quale rappresenta il caso “estremo” di sistema valutario a cambi fissi): deflazione, spinta al ribasso dei diritti e dei salari dei ceti medi e popolari, innalzamento della disoccupazione, politiche di rigore destinate a portare il Paese ad avvitarsi in spirali recessive.

Ma vediamo allora alcune delle discussioni svoltesi negli anni Settanta.

Dopo la fine del sistema di Bretton Woods, i Paesi forti dell'Europa, come la Francia e soprattutto la Germania Ovest, iniziano a spingere per la creazione di un sistema a cambi fissi tra i Paesi del vecchio continente. Il primo esperimento, il cosiddetto “serpente monetario” non ottiene grande successo.

Agli inizi del 1978 inizia ad essere progettato il Sistema Monetario Europeo. A gestire i confronti fra i Paesi europei, e l'eventuale ingresso dell'Italia nel nuovo sistema, è il governo Andreotti IV, un monocolore DC tenuto in vita dall'appoggio esterno del PCI. In quella fase, il partito di Berlinguer è quindi un interlocutore importante per i ministri che partecipano alle fasi di preparazione dei vertici europei che porteranno alla nascita dello SME.
All'interno del PCI vi sono posizioni diverse, ma in sostanza il partito esprime ben presto la propria netta adesione ad un sistema europeo che porti a cambi fissi tra le valute. Lo stesso fa la CGIL di Lama, nonostante siano chiare le conseguenze per i lavoratori che tale scelta comporta.

Il PCI tenta di mitigare i prevedibilissim i effetti nefasti del “vincolo esterno” costituito dall'appartenenza allo SME, ponendo alcune condizioni, che inizialmente lo stesso governo democristiano assume come proprie. Esse sono riassunte nel discorso tenuto alla Camera dal ministro Pandolfi il 10 ottobre 1978. In sintesi la richiesta è quella di far precedere l'instaurazione della fissità dei cambi da un periodo di transizione meno rigido, e poi accompagnare il regime a cambi bloccati con misure a favore delle economie meno prospere e, soprattutto, con regole capaci di «stabilire, nel caso di deviazione degli andamenti di cambio, una equilibrata distribuzione degli oneri di aggiustamento tra paesi in disavanzo esterno e paesi in avanzo». [virgolettato tratto dal discorso del ministro Pandolfi alla Camera, 10/10/1978].


La ragione di queste richieste è semplice: se un gruppo di Stati rinuncia alla flessibilità del cambio valutario, e quindi alla possibilità di operare svalutazioni/rivalutazioni, senza introdurre meccanismi di riequilibrio fra le economie in surplus e quelle in deficit strutturale, gli oneri dei necessari “aggiustamenti” ricadono tutti sui lavoratori degli Stati più deboli, chiamati ad accettare minori diritti, maggiore fatica e diminuzione del salario, al fine di tentare il recupero della competitività perduta in favore degli Stati più forti —si noti che la “virtù” degli Stati forti consiste molto spesso nella loro maggior capacità, rispetto ai partner più deboli, di mantenere bassa l'inflazione contenendo i salari e comprimendo la domanda interna, esattamente come fa ora la Germania.

Tutto ciò era già perfettamente chiaro a tutti i principali attori politici che discutevano l'eventuale adesione dell'Italia allo SME.

Ma il vertice di Bruxelles del dicembre 1978 vede la sconfitta della posizione italiana. Francia e Germania spingono per dar vita immediatamente al sistema a cambi fissi, e non accettano le proposte della delegazione italiana, limitandosi ad accordare al nostro Paese una banda di oscillazione maggiore rispetto a quella prevista per gli altri (6% invece che 2,5%).

Poco dopo il suddetto vertice, nell'aula della Camera dei deputati si svolge la discussione sulla proposta di adesione immediata dell'Italia allo SME.

La linea che il PCI aveva tenuto era stata completamente sconfitta, le condizioni poste non erano state accolte, e il partito non può non trarne delle conseguenze. Infatti, nella discussione parlamentare gli esponenti del PCI espongono in modo chiaro i rischi che l'Italia stava correndo. L'intervento più autorevole, quello del membro della segreteria nazionale, si spinge a sostenere che dal vertice di Bruxelles arrivava la «conferma di una sostanziale resistenza dei paesi a moneta più forte, della Repubblica federale di Germania, e in modo particolare della banca centrale tedesca, ad assumere impegni effettivi ed a sostenere oneri adeguati per un maggiore equilibrio tra gli andamenti delle monete e delle economie di paesi della Comunità», aggiungendo che
«... è così venuto alla luce un equivoco di fondo, di cui le enunciazioni del consiglio di Brema sembravano promettere lo scioglimento in senso positivo e di cui, invece, l’accordo di Bruxelles ha ribadito la gravità: se cioè il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire a garantire il paese a moneta più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania federale e spingendo un paese come l’Italia alla deflazione».
È facile notare come i problemi indicati in quel lontano dibattito parlamentare siano esattamente gli stessi con cui ci confrontiamo oggi: infatti il punto è che in regime di cambi fissi, la politica non espansiva della Germania costringe le economie più deboli alla deflazione, cioè all'attacco ai salari. Ed è interessante sottolineare che l'esponente della segreteria nazionale del PCI che dimostrò di aver così chiari i problemi legati all'adozione di un sistema di cambi fissi, rispondeva al nome di Giorgio Napolitano. Non si tratta di un caso di omonimia: è proprio la stessa persona che oggi, dall'alto del Colle, difende a spada tratta l'euro.

La diversità di questi comportamenti, seppur a distanza di oltre trent'anni l'uno dall'altro, potrebbe stupire. Tuttavia uno sguardo più attento alle vicende del 1978 può farci comprendere che la diversità non è poi così ampia. Infatti, va detto che è sbagliato sostenere, come fanno in molti, che il PCI votò contro lo SME. Il comportamento del partito fu molto meno netto, e ciò rappresentò un chiaro messaggio ai ceti dominanti.
Il gruppo comunista, infatti, chiese, ed ottenne, lo spezzettamento in tre parti della mozione in votazione, e votò contro solo sulla seconda parte (quella che conteneva l'impegno per l'adesione immediata dell'Italia allo SME). Sulla prima e sulla terza parte il PCI si astenne. Non solo: il PCI non aprì immediatamente una crisi di governo (anche se l'esecutivo cadde comunque il mese successivo).

Era chiaro che né il PCI, né la CGIL intendevano fare le barricate contro lo SME, così come iniziava ad apparire evidente che tentare di “mitigarne” gli effetti era impossibile: i Paesi più forti non avevano nessuna intenzione di concedere meccanismi di riequilibrio fra gli Stati in surplus e quelli in disavanzo (esattamente come oggi), ed i ceti dirigenti dei Paesi più deboli non avevano nessuna intenzione di insistere, perché sapevano che la rigidità del sistema avrebbe aperto loro la possibilità di distruggere i diritti del lavoro, abbassare i salari, privatizzare ogni cosa (appunto quello che succede oggi).

Tutto divenne ancora più nitido nel periodo successivo: in primo luogo, il PCI fu allontanato dall'area di governo. In secondo luogo nel 1981 avvenne il “divorzio” fra Tesoro e Banca d'Italia, che privò il nostro Paese dell'effetto calmierante sui tassi di interesse sul debito costituito dall'acquisto dei titoli stessi da parte della Banca Centrale, con l'ovvio effetto di imbrigliare ancora di più la nostra economia e di obbligare il nostro Paese ad affidarsi totalmente al mercato per finanziarsi, costringendolo a seguire le scelte dei Paesi più forti dell'area SME, cosa che porterà alla crisi del 1992. In terzo luogo venne attaccata con successo la “scala mobile” al fine di abbattere le barriere alla moderazione salariale.

Il risultato del referendum sulla “scala mobile” del 1985 sancì la totale sconfitta della linea del PCI e della maggiore confederazione sindacale: non era più possibile realizzare forme di opposizione “collaborativa” con i ceti dominanti, come quelle realizzate nel “trentennio dorato”, che temperassero le scelte del governo in modo da ottenere risultati positivi per i ceti subalterni.

I ceti dirigenti italiani ed europei si avviavano sulla strada dell'attacco totale ai lavoratori, ai diritti conquistati, allo stato sociale, al settore pubblico dell'economia.

Il PCI e la CGIL si trovarono quindi di fronte ad un bivio storico: difendere gli interessi dei ceti medi e popolari assumendo posizioni nettamente contrarie al processo di unificazione europeo (che vedeva proprio nello SME il suo fulcro), e avviare così uno scontro molto duro (e dagli esiti imprevedibili) con i ceti dominanti, oppure accettare supinamente le scelte dei ceti dominanti stessi, accantonando le condizioni poste al tempo della discussione sull'ingresso dell'Italia nello SME e proponendosi come forze di governo “responsabili” ed “europeiste”.
Sappiamo bene quale strada hanno scelto."

I politici di allora erano perfettamente coscienti delle scelte e delle conseguenze che imponevano al Paese e ai ceti popolari, NON sono innocenti.
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# Andrea V. 2013-04-30 19:55
Mi sembra logico che la Francia sia più "uguale" degli altri paesi europei, e che la Germania chiuda un occhio, la storia d'Europa è segnata dalle bizze di queste due potenze, l'Italia no è neanche una nazione ma uno stato scalcinato e privo di senso, nessuno si offenda, e poi la situazione fuori controllo di mezzo territorio e la ridicolaggine della classe politica e statale immagino la conoscano bene anche all'estero, ci si può fidare? io dico no.

Così come sono convinto che la BCE stia comprando titoli pubblici per un barlume residuo di pazienza, per vedere se succede il miracolo e ristrutturano lo stato.

La cosa non avverrà e dal prossimo anno per me si incomincerà a parlare di euro di serie A e euro di serie B.
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# Franco_PD 2013-04-30 20:09
Appena vista la slinguazzata stereofonica sul TG2 a Zanonato. Esattamente come da mio post precedente (giuro, non li ho imbeccati io!). Il sindaco sceriffo.... MA DE CHE. Da tenere d'occhio i pennivendoli del regime. Basterebbe che mandassero uno dei loro mezzibusti qui a intervistare il primo passante (no mau mau) per avere una visione delle cose mooolto diversa. Non accadrà mai. Destra e sinistra sono entrambe alleate al governo. Chi si assumerebbe la responsabilità di un onesto reportage del genere. La disoccupazione - anche da giornalista - deve essere una brutta bestia. Basta chiederlo a Barnard, direi.
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# farouq 2013-04-30 20:30
Per poter stampare denaro è necessario raccogliere il denaro stampato attraverso le tasse e questo per far girare la ruota quindi più si stampa più aumentano le tasse ma sopratutto si controlla la società. Gli americani stampano dollari ma per non saturare il mercato mondiale ricorrono al debito e agli interessi è una forma di dominio e controllo.
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# bizza 2013-04-30 21:45
bravo Tobia, bravo Cangrade, condivido in pieno. L'Italia schifosa, cento anni fa ha tradito l'Europa decretandone il suicidio. A Roma da qualche decennio giuda iscariota aveva preso stabilmente dimora lì, spostandosi da Torino e Firenze. Lo sapevate che la Mole che veniva costruita in omaggio all'aiuto dei giudei per l'unità d'italia era una sinagoga?
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# Dany Zenobi 2013-05-01 00:18
Il paradosso cui si riferisce il direttore (enorme liquidità da quantitative easing e bassa liquidità a cittadini e imprese) è una sotrutra dei mercati ben conosciuta dall'economia: si chiama "effetto spiazzamento", in questo caso dei titoli di stato, ultra garantiti dai governi e dalla violenta sovratassazione delle genti, nei confronti dell'iniziativa privata, penalizzata invece dalla crisi. In sostanza chi ha liquidità preferisce conodamente inverstirla nei titoli di stato piuttosto che nelle aziende e per le famiglie indebolite dalla crisi. E' noto anche agli economisti più sinceri che ogni effetto di spiazzamento finisce col creare gravi disordini, vi lascio solo immaginare cosa potrà fare uno dalle dimensioni globali!

Voglio farvi riflettere inoltre su una distorsione macroeconomica ancora più grande e alla lunga più deleteria, che non trova alcuna spiegazione in qualsivoglia teoria economica, e cioè la presenza in contemporanea sulla scena mondiale di un area in piena recessione da 5 anni (l'Europa) con la moneta più sopravvalutata e molto vicina ai massimi della sua storia.

Vale la pena ricordare che l'Euro alla sua nascita valeva più o meno come il dollaro. Oggi, con queste condizioni economiche, 1 euro dovrebbe valere assai meno di un dollaro, 0,90 $ sarebbe un valore corretto probabilmente. Siamo invece a 1,30 $. Quel politico che sa dare la spiegazione corretta di questo assurdo fenomeno saprebbe immediatamente cosa deve essere fatto e cosa accadrà se invece non si controbatte a questa sciagurata manipolazione dei cambi.
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# Giovanni Silvano 2013-05-01 00:37
Indubbiamente la Francia è un partner molto importante per la Germania, la Francia è comunque un paese molto solido, uno dei più solidi al mondo, nemmeno lontanamente paragonabile all'Italia e non ha bisogno di questi grandi aiuti per tirare avanti.
Premesso tutto questo, l'ipotesi che i tedeschi abbiano segretamente dato licenza alla Banca di Francia di stampare tutti gli Euro che vogliono la ritengo fantastica, ovvero frutto di fantasia.
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# Alfio200 2013-05-01 10:03
In effetti, come spiega bene il nostro Direttore, unico insieme a Wall Street Italia ad aver dato la notizia (mi occupo di trading e queste cose le seguo), non è che la Francia "possa stampare euro".

Diciamo che può "convertire la spazzatura in euro", cioè accettare titoli di serie C o D e dare in cambio euro. Il risultato è simile (per le banche, però), ma non è proprio la stessa cosa.

Il problema della Francia resta comunque l'enorme spesa per lo stato sociale a causa di un numero altissimo di extracomunitari che figliano a tutto spiano e non hanno lavoro. Il costo della società multirazziale in Francia (dimostrato) è più o meno pari a quello del nostro Mezzogiorno(!!) .

Quindi noi, con la smania della cittadinanza immediata che sta pervadendo i media, nel giro di qualche anno ci troveremo ad avere due Mezzogiorni sul groppone: Sud Italia ed extracomunitari .
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