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La spinosa questione del “Papa emerito”
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Il 20 maggio del 2016, presso l’Aula Magna dell’università Gregoriana, monsignor Georg Gänswein, segretario di papa Ratzinger, ora prefetto della Casa Pontificia, ha spiegato il vero motivo per il quale Benedetto XVI ha dato le dimissioni.

Secondo Mons. Georg Gänswein la cosa più grande del pontificato di Benedetto XVI è stata l'istituzione del Papa emerito, evento che apre la porta ad un futuro diverso.

Il Papato da collegiale/bipartito a tripartito

Certamente con l’elezione di papa Francesco nella Chiesa di Cristo non ci sono due Papi de jure, ma de facto il ministero petrino è stato allargato collegialmente ed è diventato una sorta di triarchia: il Collegio dei vescovi (Lumen gentium, n. 22), un Papa attivo ed un Papa emerito/contemplativo.

Infatti Benedetto XVI non si è ritirato in un monastero isolato, come avrebbe voluto fare Celestino V, ma vive all’interno del Vaticano. Dunque l'abdicazione di Benedetto XVI con l’istituzione della figura delPapa emerito è l'ennesima innovazione a partire dal Concilio Vaticano II, ed è una innovazione che tocca la struttura della Chiesa come Cristo l’ha voluta e edificata su una sola Persona: San Pietro e i suoi successori sino alla fine del mondo.

Dal vescovo emerito al Papa emerito (1966-2016)

Papa Bergoglio ha detto: «Sessanta o settant’anni fa, il vescovo emerito non esisteva. Venne dopo il Concilio. Oggi è un’istituzione. La stessa cosa deve accadere per il Papa emerito. Benedetto è il primo e forse ce ne saranno altri...».

Ma nella Chiesa non possono esserci due Papi. Essa è monarchica per istituzione divina e neanche il Papa può cambiare ciò che Dio ha stabilito. Infatti l’autorità del Papa è limitata solo da quella di Dio, che ha fondato la sua Chiesa su una sola persona: il Pontefice romano, successore di San Pietro e Vicario di Cristo.

La Chiesa ha un solo capo ed è quindi monarchica per volontà di Dio

“Il potere gerarchico della Chiesa è un potere monarchico, in opposizione ad un potere collegiale o oligarchico/aristocratico; il potere ecclesiastico non è affidato ad una autorità collegiale, ma viene esercitato da un unico titolare del potere” (Albert Lang, Compendio di Apologetica, Torino, Marietti, 1960, p. 260-261).

L’innovazione collegiale fatta dal Vaticano II

Questa dottrina tradizionale è stata innovata, il 21 novembre 1964, dalla Costituzione su “La Chiesa” del Concilio Vaticano II Lumen gentium, n. 22. In essa si ripete parzialmente la dottrina tradizionale, ma si introducono anche delle novità.

Il cardinal Frings e il giovane perito conciliare don Joseph Ratzinger

Per la collegialità episcopale «efficacissimo fu l’intervento del card. Frings, per il quale è legittimo supporre il contributo del suo teologo Ratzinger. Si trattò forse del discorso più incisivo dal punto di vista critico, giacché demoliva lo schema [preparatorio del S. Uffizio]»[1].

Sullo stesso tema della collegialità il cardinal Döpfner, «debitore delle osservazioni di Rahner»[2], tenne un discorso simile a quello di Frings, anche se meno radicale.

Storico è lo scontro (8 novembre 1963) che ebbe Frings con il cardinale Alfredo Ottaviani sulla collegialità.

Ottaviani rispose a Frings che “chi vuol essere una pecora di Cristo deve essere condotto al pascolo da Pietro che è il Pastore, e non sono le pecore [i vescovi] che debbono dirigere Pietro [il Pastore], ma è Pietro che deve guidare la pecore [i vescovi] e gli agnelli [i fedeli]”.

La severa critica della Collegialità fatta dal cardinal Larraona

Il card. Arcadio Maria Larraona il 18 ottobre 1964 inviò una lettera a Paolo VI in cui fra l’altro scrisse: «Lo schema [sulla collegialità, ndr] cambia il volto della Chiesa; infatti la Chiesa diventa da monarchica, episcopale e collegiale. Il Primato papale resta intaccato e svuotato. […]. Il Pontefice romano non è presentato come l’unica Pietra sulla quale poggia tutta la Chiesa di Cristo [episcopato, sacerdoti e fedeli, ndr]; non è descritto come Vicario in terra di Cristo; non è presentato come colui che solo ha il potere delle chiavi. […]. La Gerarchia di Giurisdizione, in quanto distinta dalla Gerarchia di Ordine, viene scardinata. […]. E tutto ciò mentre tutte le fonti, le dichiarazioni dottrinali solenni, tridentine e posteriori, proclamano questa distinzione essere di diritto divino. […] La Chiesa avrebbe vissuto per molti secoli in diretta opposizione al diritto divino […]. Gli ortodossi e in parte i protestanti avrebbero dunque avuto ragione nei loro attacchi contro il Primato»[3].

Sempre sulla collegialità si distinsero per la loro opinione a favore di essa due giovani teologi tedeschi: Karl Rahner e soprattutto Joseph Ratztinger, secondo il quale «si fa parte del collegio “vi consecrationis” e non per la giurisdizione su una Diocesi data dal Papa al neo vescovo consacrando»[4].

Il testo della Lumen gentium

La Lumen gentium (n. 22 a-b) recita: “L’ordine dei Vescovi, che succede al Collegio degli Apostoli nel magistero e nell’impero […] è pure soggetto di suprema [cioè, la più alta, che non ha eguali, ndr] e piena [totale o assoluta, cui non manca nulla nel suo genere e che può tutto da sola, ndr] potestà su tutta la Chiesa[5]”.

La Nota previa

Siccome il testo di Lumen gentium poneva dei seri problemi quanto alla sua ortodossia, Paolo VI vi fece aggiungere una Nota praevia, che tuttavia non cancella le ambiguità e gli errori del testo di Lumen gentium, ma li edulcora, di modo che anche in essa permangono alcune ambiguità. Vediamole.

“Il Collegio dei Vescovi è anch’esso soggetto di supremo e pieno potere sulla Chiesa universale. Il Collegio necessariamente e sempre cointende col suo capo[6].

La Collegialità (Lumen gentium, n. 22) ha mantenuto, nonostante la Nota praevia, l’ambiguità del duplice soggetto adeguato, necessario e permanente del supremo potere di magistero e giurisdizione nella Chiesa universale.

La Collegialità episcopale di Lumen gentium, grazie alla Nota praevia, fa pur sempre del Corpo dei Vescovi un “ceto stabile e necessario” avente “potestà suprema di giurisdizione e di magistero sulla Chiesa universaleper la sola o antecedente consacrazione episcopale senza nessun riferimento alla giurisdizione data al vescovo dal Papa (novità che intacca il Primato di Pietro). La dottrina tradizionale ha sempre parlato di episcopato monarchico (il Papa) e di episcopato subordinato a quello monarchico del Papa quale successore di Pietro e Vicario di Gesù Cristo, e episcopato che è sottomesso a Pietro come il corpo al capo, mentre con Lumen gentium si inizia a parlare di episcopato collegiale, che include anche il Papa come vescovo di Roma.

La Nota explicativa praevia anche se si allontana dalla tesi formalmente ereticale del Conciliarismo ribadendo che i Vescovi devono essere “col Papa e sotto il Papa”, mantiene la novità - in rottura con la Tradizione divino/apostolica e col Magistero costante ecclesiastico - del duplice soggetto stabile (Papa e Corpo dei Vescovi) della somma potestà di magistero e di imperio nella Chiesa universale.

La dottrina del duplice soggetto del supremo e totale potere di magistero e impero nella Chiesa (e quindi di un duplice Capo della Chiesa) era già stata condannata da papa Clemente VI (29 settembre 1325) nella Lettera Super quibusdam ad Mekhithar patriarca degli Armeni (DS 1050-1065, De primatu Romanae Sedis).

Per la teologia tradizionale, infatti, vi è un solo soggetto (per sua natura) del sommo potere di magistero e giurisdizione sulla Chiesa universale e questo è il Papa, il quale, se vuole, senza esserne obbligato, può farne prendere parte il Corpo dei Vescovi (per partecipazione) in maniera transitiva, temporanea e non eguale (inadeguata) alla sua.

Le dimissioni di Benedetto XVI spalancano le porte alla Collegialità papale

Le dimissioni di Benedetto XVI portano alle ultime conseguenze la teologia conciliarista di Lumen gentium, che diminuisce il primato di giurisdizione del Papa e introduce la novità del Papa emerito/contemplativo accanto ad un Papa in funzione attiva. Quindi con Benedetto XVI siamo giunti a tre soggetti del potere supremo: il Papa in atto, il Collegio dei Vescovi e il Papa emerito.

Al Concilio il giovane professore Joseph Ratzinger, teologo del cardinal Frings, è stato uno dei teologi progressisti, che spingevano radicalmente verso la Collegialità ed oggi con l’istituzione del Papa emerito ha immesso nella Chiesa un altro capo oltre il Corpo dei vescovi: il Papa a riposo (ma pur sempre Papa) oltre al Papa in atto. Quindi questo provvedimento di Benedetto XVI oltre a dare il potere supremo al Corpo episcopale (cfr. Lumen gentium, n. 22) introduce un altro capo della Chiesa, ossia il Papa emerito.

Francesco I ha riconosciuto che «sessanta o settant’anni fa, il vescovo emerito non esisteva. Venne dopo il Concilio. Oggi è un’istituzione. La stessa cosa deve accadere per il Papa emerito. Benedetto è il primo e forse ce ne saranno altri...».

Benedetto XVI è il cervello e Francesco I il braccio

Con Francesco I si fanno cambiamenti, che non vengono spiegati teoreticamente, ma operati pragmaticamente. Il primato della prassi sulla teoria è uno dei caratteri distintivi di Francesco I. Il comportamento sempre più pragmatico e rivoluzionario di papa Bergoglio (paragonabile al braccio) sta completando l'opera, iniziata da Giovanni XXIII e Paolo VI, con la complicità di Benedetto XVI (paragonabile alla testa), Papa a riposo, ma pur sempre Papa.

S’aggrava, così, l’equivoco del potere bicefalo nella presenza di un Papa emerito in servizio contemplativo a fianco del Papa in servizio attivo, per cui con il potere del Collegio dei vescovi previsto da Lumen gentium si giunge al potere tricefalo.

L’istituzione delPapa emerito di fatto esprime una nuova concezione del Papato, che si trova in rottura con l’istituzione di esso fatta da Gesù quando disse: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt., XVI, 18).

Con Benedetto XVI inizia una nuova era nella storia della Chiesa

Benedetto XVI ha aperto, così, la porta a una nuova fase senza precedenti nella storia della Chiesa: il soggetto tricefalo del supremo potere nella Chiesa. Infatti sin dai tempi di Pietro, la Chiesa di Cristo ha avuto un unico Papa legittimo. E tuttavia, da tre anni a questa parte, viviamo con due successori di Pietro viventi tra noi, anche se uno è emerito, ma pur sempre Papa anche se a riposo e contemplativo. La Chiesa non è più una Monarchia di diritto divino, ma è diventata una specie di triarchia.

Infatti Benedetto XVI ha deciso di non rinunciare al nome che aveva scelto una volta eletto Papa, come invece fece Celestino V, che ridiventò Pietro dal Morrone.

Perciò dall’undici febbraio 2013 il ministero papale non è più quello di prima, almeno praticamente. Il Papa è il fondamento della Chiesa di Cristo per istituzione divina, ma questo fondamento unico è stato trasformato dal Vaticano II con l’istituzione del Corpo dei vescovi e da Benedetto XVI con l’istituzione del Papa emerito in un primato collegiale fondato su due (Lumen gentium, 22) e tre (Benedetto XVI) soggetti.

Prima e dopo le sue dimissioni Benedetto ha inteso e intende il suo compito come partecipazione a un tale ministero petrino. Egli ha lasciato il Soglio pontificio, ma non ha abbandonato questo ministero. Benedetto XVI ha integrato l’ufficio personale con una dimensione collegiale che è quasi un ministero in comune o a tre.

Dall’elezione del suo successore Francesco I non vi sono due Papi de jure, ma de facto c’è un ministero collegialmente allargato, con un membro attivo (il braccio) e un membro contemplativo emerito (il cervello) oltre al Collegio dei vescovi. Per questo Benedetto XVI non ha rinunciato né al suo nome, né alla talare bianca e per questo, inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano avendo fatto solo un passo indietro per fare spazio al suo successore e a una nuova tappa nella storia del Papato collegialmente inteso.

Il triplice fondamento della Chiesa

Perciò, dall’undici febbraio 2013 il ministero papale non è più quello di prima. Il Papa rimane il fondamento della Chiesa cattolica, ma tuttavia è un fondamento a tre.

Benedetto XVI, con questo passo, ha demitizzato il Papato ed ha compiuto l’opera della Collegialità episcopale introdotta nel 1964 dalla Lumen gentium.

Conclusione


La conclusione mi pare ovvia: non si possono addossare a Francesco I tutte le novità in rottura con la Tradizione apostolica, perché esse sono già state introdotte da Paolo VI (1966: il vescovo emerito), da Benedetto XVI (2013: il Papa emerito), da Giovanni XXIII e Paolo VI (1962/1964: la Collegialità episcopale). Francesco I non fa che portare alle conclusioni ultime ciò che si trova in nuce nel Concilio Vaticano II. Quindi occorre risolvere il problema delle rotture del Vaticano II con la Tradizione apostolica, come aveva chiesto mons. Brunero Gherardini[7], e fare in modo che esse vengano corrette da chi di dovere. Noi non possiamo che esprimere le nostre perplessità; solo il Papa può prendere delle decisioni di una sana contro-riforma rispetto alla rivoluzione conciliare iniziata da Giovanni XXIII.

L’autorità spirituale e temporale viene dall’alto, anche se attualmente è male esercitata dagli uomini che l’hanno ricevuta, non possiamo arrogarcela noi dal basso.

Bisogna evitare due errori: 1°) l’errore per difetto: il servilismo, che obbedisce ad ordini contrari al diritto divino, naturale e positivo; 2°) l’errore per eccesso: l’anarchismo, che, negando ogni potere a chi male esercita l’autorità ricevuta dall’alto, se la arroga dal basso (democratismo).

Con l’aiuto di Dio, quando le membra della Chiesa nella quasi totalità vengono invase dall’errore, dobbiamo continuare a credere ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e a praticare ciò che ha sempre comandato, senza innovare sostanzialmente nulla (S. Vincenzo da Lerino, Commonitorium, III, 5).

L’unione fa la forza. Se non è possibile in “quest’ora del potere delle tenebre” (Lc., XXII, 53) essere canonicamente e giuridicamente incardinati, occorre sostenersi moralmente per mantenere la retta ragione (quanto all’ordine naturale) e la Fede integra e pura (quanto all’ordine soprannaturale). Infatti “la grazia presuppone la natura, non la distrugge, ma la perfeziona” (S. Th., I, q. 1, a. 8, ad 2).

Che Dio ci aiuti a mantenere il retto sentiero senza deviare né da una parte né dall’altra.

d. Curzio Nitoglia




1] G. Alberigo (diretta da), Storia del Concilio Vaticano II. La formazione della coscienza conciliare, ottobre 1962-settembre 1963, Bologna, Il Mulino, 1996, vol. II, p. 361.

2] G. Alberigo (diretta da), Storia del Concilio Vaticano II. La formazione della coscienza conciliare, ottobre 1962-settembre 1963, Bologna, Il Mulino, 1996, vol. II, p. 360.

3] Cit. in M. Lefebvre, J’accuse le Concile, Martigny, Ed. Saint Gabriel, 1976, pp. 89-98.

4] G. Alberigo (diretta da), Storia del Concilio Vaticano II. Il concilio adulto, settembre 1963-settembre 1964, Bologna, Il Mulino, 1998, vol. III, p. 129.

5] Permane la novità di un duplice soggetto del sommo potere di magistero e giurisdizione nella Chiesa: Papa e Episcopato, il quale ultimo anche per la Nota praevia è subiectum supremae ac plenae potestatis in universam Ecclesiam”. Invece il soggetto è uno solo: il Papa, che se vuole fa partecipare l’Episcopato al suo supremo e pieno potere, in maniera temporanea, e non alla pari (in maniera inadeguata) con il Sommo Pontefice, che è la causa del potere di magistero e di giurisdizione per partecipazione dell’Episcopato.

6] Il “Collegio dei Vescovi”, che necessariamente e sempre cointende col suo capo”, è anch’esso “soggetto di supremo e pieno potere sulla Chiesa universale”. Questa è la grande novità della Lumen gentium che permane anche nella Nota praevia. Il Papa non è più l’unico soggetto per sua natura del supremo potere di magistero e imperio nella Chiesa universale e che solo se vuole può farne partecipare, in maniera non adeguata o a alla pari, l’Episcopato riunito in concilio o sparso nel mondo, in maniera temporanea e per partecipazione o subordinatamente. La dottrina tradizionale era chiarissima, quella di Lumen gentium è per lo meno ambigua se non erronea gravemente in alcuni punti che permangono in rottura con l’insegnamento tradizionale anche alla luce della Nota praevia, pur avendo quest’ultima cercato di ribadire alcuni capisaldi della dottrina cattolica.

7] Brunero Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009; Id., Tradidi quod et accepi. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010; Id., Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011; Id., Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Torino, Lindau, 2011; Id., La Cattolica. Lineamenti d’ecclesiologia agostiniana, Torino, Lindau, 2011.

 
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Commenti  

 
# MZ 2016-06-07 11:02
DEUS ULTIONUM LIBERE EGIT
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# Vitoparisi3 2016-06-07 15:51
Per logica discendente, se il papa dà autorità indipendente ai vescovi, questi la daranno ai preti, i quali, a propria volta, conferiranno facoltà decisionali alle comunità parrocchiali. Ma, l'autorità resta; è impossibile che essa venga dal popolo. E, chi la eserciterà? Non il papa. Chi? Dio, Monarca assoluto, è totalizzante. O è si o è no che si sia o a favore o contro Dio, il Quale è Uno ed Unico. Posizioni terze non ce ne sono. Se il potere non l'ha uno certo, a rappresentare Iddio Uno e Certo, Verità, il potere l'avrà il diavolo, occulto e falso. Tertium non datur. Non sono le cellule del corpo a decidere, ma l'anima.
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# cgdv 2016-06-08 18:09
La Chiesa cattolica sembra volersi rendere sempre più vicina a quella ortodossa nel "primus inter pares". Peraltro abbiamo anche il Lezionario Comune Riveduto (sconosciuto ai più) elaborato nel 1983 negli Stati Uniti dal comitato ecumenico, composto da cattolici e denominazioni protestanti, Consultation on Common Texts che regola le letture domenicali. L'ecumenismo viaggia quindi ad alta velocità ed in effetti occorre lasciare a Dio l'ultima parola, restando viceversa fermi.
Giuliano
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# naci56 2016-06-13 11:46
Potrebbe spiegare le vere ragioni dell'abbandono di Benedetto XVI?
Strano che nessuno ne parli..
Grazie
Marcello
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