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Il “Caso Alvaro Obregon /José Toral”, la tirannide & il tirannicidio
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Il sacerdote professor Luigi Ziliani, ha scritto un bel libretto di 120 densissime pagine sulla Cristiada, intitolato Cristeros: Messico Martire. Storia della persecuzione (Bergamo, Società Editrice Sant’Alessandro, 1929), in cui si sofferma su «l’affare Obregon/Toral», che torna oggi alla ribalta in maniera più attuale che mai.

La storia del castigo di obregon

Il 17 luglio del 1928, José de Leon Toral uccise il generale Alvaro Obregon (1880-1928), che era appena stato eletto (per la seconda volta) Presidente del Messico, dopo aver sconfitto - il 2 luglio 1928 - Plutarco Elias Calles (1877-1945), che era stato nominato Presidente nelle precedenti elezioni del 6 luglio 1924.

La dottrina cattolica sul tirannicidio

I - Il tiranno temporale

Nell’XI sec., Manegold da Lautenbach[1], equiparava il tiranno temporale “a un guardiano di porci; se il pastore, invece di far pascere i porci, li ruba, li uccide o li smarrisce, è giusto rifiutargli di pagargli il salario e scacciarlo ignominiosamente”[2].

Nel XIII secolo, S. Tommaso d’Aquino, nel De regimine principum, insegnava che “se appartiene di diritto alla moltitudine di darsi un capo, essa può, senza ingiustizia condannare il principe a disparire, o può mettere freno al suo potere se ne usa tirannicamente”[3].

Infine, proprio in occasione delle vicende messicane, Pio XI, nell’Enciclica Firmissimam constantiam del 28 marzo 1937, appoggiando i Cristeros ricordava all’Episcopato messicano che, se i poteri costituiti ²attaccano apertamente la giustizia […], non si vede nessuna ragione di rimproverare i cittadini, che si uniscono per la loro difesa e a salvaguardia della nazione”, ossia secondo il Magistero è lecita una resistenza attiva ed anche armata che usi mezzi leciti per espellere il tiranno.

I moralisti recenti insegnano che “quando manca il diritto di comandare o quando l’ordine si oppone alla ragione, alla legge eterna e a quella divina, allora il disobbedire agli uomini, per obbedire a Dio, diviene un dovere (v. Atti degli Apostoli, V, 29; Leone XIII, Enciclica Libertas, 20 giugno 1888)” (F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di teologia Morale, Roma, Studium, IV ed., 1968, II vol., p. 1417)[4].

Infatti, la legge è un “ordine ragionevole, promulgato dall’autorità, per il bene dei sudditi” (S. Th., I-II, q. 90, aa. 1-2). Quindi «la natura della legge e la sua forza obbligante consistono: 1°) nella legittimità, se procede dall’autorità legittima; 2°) nella ragionevolezza, che è richiesta dalla natura dell’uomo “animale razionale”[5]; perciò, una legge irragionevole sarebbe immorale e comune, infatti la razionalità è coessenziale alla natura dell’uomo che è anche “animale socievole” e deve servire al bene o fine ultimo (temporale naturale/spirituale soprannaturale) di tutti i sudditi» (F. Roberti – P. Palazzini, cit., I vol., p. 884).

II - Il tiranno spirituale

Per quanto riguarda l’autorità spirituale o ecclesiastica, scrivendo di San Cirillo di Alessandria, insigne avversario del Nestorianesimo, dom Prospero Guéranger, verso la fine del XIX secolo, insegnava: «Quando il pastore si cambia in lupo, tocca anzitutto al gregge difendersi. Di regola, senza dubbio, la dottrina discende dai vescovi ai fedeli; e i sudditi non devono giudicare nel campo della fede i loro capi. Ma nel tesoro della Rivelazione vi sono dei punti essenziali dei quali ogni cristiano, per il fatto stesso di essere cristiano, ha la necessaria conoscenza e la custodia obbligatoria»[6].

Il Dottore Angelico, in diverse sue opere, insegna che in casi estremi è lecito resistere pubblicamente persino ad una decisione papale, come San Paolo resistette in faccia a San Pietro: «Essendovi un pericolo prossimo per la Fede, i Prelati devono essere ripresi, perfino pubblicamente, da parte dei loro soggetti. Così San Paolo, che era soggetto a San Pietro, lo riprese pubblicamente, a motivo di un pericolo imminente di scandalo in materia di Fede. E, come dice il commento di Sant’Agostino, “lo stesso San Pietro diede l’esempio a coloro che governano, affinché essi, se mai si allontanassero dalla retta strada, non rifiutino come indebita una correzione venuta anche dai loro soggetti” (ad Gal. 2, 14)»[7].

San Tommaso aggiunge anche che questo episodio della Scrittura contiene insegnamenti tanto per i Prelati quanto per i loro sudditi: «Ai Prelati fu dato esempio di umiltà,  perché non rifiutino i richiami dei loro inferiori e soggetti; e ai soggetti fu dato esempio di zelo e di libertà, perché non temano di correggere i loro Prelati, soprattutto quando la colpa è pubblica e costituisce un pericolo per molti»[8].

Francisco De Vitoria († 1546) scrive: «Secondo la legge naturale è lecito respingere la violenza con la violenza. Ora, con ordini e dispense abusive, il Papa esercita una violenza giuridica, perché agisce contro la legge e la vìola. Perciò, è lecito resistergli. Come osserva il cardinal Tommaso de Vio detto il Gaetano († 1534), non facciamo quest’affermazione perché qualcuno abbia diritto di giudicare canonicamente e deporre il Papa o abbia autorità su di lui, “prima Sede a nemine judicatur”, ma perché è lecito difendersi. Chiunque, infatti, ha il diritto di resistere a un atto ingiusto, di cercare di impedirlo e di difendersi»[9].

Francisco Suarez († 1617) scrive: «Se il Prelato emana un ordine contrario ai buoni costumi, non gli si deve ubbidire: se tenta di fare qualcosa di manifestamente contrario alla giustizia e al bene comune, sarà lecito resistergli; se attaccherà con la forza [fisica/giuridica], potrà essere respinto con la forza [fisica/giuridica], con quella moderazione propria della legittima difesa»[10].

San Roberto Bellarmino († 1621): «Com’è lecito resistere al Pontefice che aggredisce il corpo, così pure è lecito resistere a quello che aggredisce le anime, con ordini illeciti, o perturba l’ordine civile, o, soprattutto, a quello che tenta di distruggere la Chiesa governandola malamente. Dico che è lecito resistergli non facendo quello che ordina e impedendo l’esecuzione della sua volontà: non è però lecito giudicarlo canonicamente, punirlo e deporlo, poiché questi atti sono propri di un superiore»[11].

Il Séguito della storia di “Obregon & Toral”

In realtà, Calles era un “portaborse” nelle mani di Obregon, che dirigeva Calles da “dietro le quinte” ed era stato eletto (un po’ come era successo circa 1900 anni prima con Caifa Sommo Sacerdote in carica e il suocero Anna ex Sommo Sacerdote, che dirigeva anche il genero Anna[12]), affinché Obregon potesse ritornare in sella dopo 4 anni di interregno e così andarono le cose, ma… “l’uomo propone e Dio dispone”… infatti, il 17 luglio, appena 15 giorni dopo, “ei fu…”.

Addirittura, Obregon, sùbito dopo la sua elezione (2 luglio) aveva fatto una nuova legge “pro domo sua”, che prolungava la Presidenza della Repubblica messicana da quattro a sei anni, come se l’uomo potesse allungare la sua vita di un solo istante; è l’illusione dei trans/umanisti di ogni epoca, soprattutto della nostra “nuova era post covid19”.

Eppure, il giovane José de Leon Toral era un ragazzo molto ben educato, sportivo, lavoratore, religioso, pio e anche un po’ timido e taciturno, che, dato il suo carattere, non si era neppure arruolato con i suoi amici i Cristeros - nel 1926/1929 - nella Crociata (la Cristiada) contro la Massoneria messicana, la quale era eterodiretta dagli Stati Uniti d’America e veniva spinta verso un’aperta persecuzione nei confronti della Chiesa cattolica e verso un certo abbandono dei Messicani e della loro Patria, sempre più impoveriti, a tutto vantaggio dell’economia statunitense.

Come mai, allora, un gesto così estremo da parte di un ragazzo così moderato, misurato ed equilibrato?

Per poter abbozzare una risposta bisogna conoscere la vita del giovane José.

Egli fu educato dai padri Maristi e avendo letto la storia di Giuditta e del generale assiro Oloferne (Libro di Giuditta, II, 21-28; IV, 6-7), delegato del Re babilonese Nabucodonosor che assediava la città di Betulia nella Giudea, attorno al 587 avanti Cristo, ne rimase fortemente impressionato.

Fu così che decise, spinto dalla grazia del Signore, di imitare l’Eroina dell’Antico Testamento, che aveva tagliato la testa all’empio tiranno, diventato - perciò - una figura proverbiale della superbia punita da Dio.

José aveva chiesto lumi ai religiosi Maristi sul caso di Giuditta e Oloferne e aveva concluso che Obregon era un tiranno il quale, al pari di Oloferne, andava fermato a tutti i costi; siccome, i mezzi legali per fermarlo non esistevano, decise di passare all’azione come la giovane Giuditta.

Non è esagerato paragonare Obregon a Oloferne; infatti, il 2 luglio Alvaro Obregon aveva vinto le elezioni presidenziali messicane; ma egli era animato da sentimenti fortemente anticristiani e anti/messicani, ispiratigli dalla Frammassoneria cui doveva la sua carriera prima agraria, poi finanziaria e infine anche “militare”.

Alvaro Obregon - in realtà - era un contadinotto, che era diventato, poi, man mano, un piccolo proprietario terriero, un “plutocrate”, un banchiere, persino un “filantropo” e - infine - aveva fatto carriera “militare”, a partire dal 1913 con il vecchio Presidente messicano, Venustiano Carranza (1859-1920), facendo eliminare, poco a poco, fisicamente quasi tutti i suoi rivali più importanti, i quali vennero uccisi dai suoi sostenitori, lasciandogli così libero il campo.

Anche Carranza era un empio tiranno animato da un odio satanico contro Cristo e la Sua Chiesa e aveva fatto persino mettere una bomba per distruggere o almeno danneggiare il monumento a Cristo Re, solo Obregon riusciva a superarlo nell’odio contro Dio e le cose sacre.

Durante la Cristiada, Obregon, si era distinto per la grande ferocia con cui aveva portato avanti la persecuzione anticristiana e anti/messicana; per esempio, dopo aver occupato la città di Guadalajara, aveva spinto e incitato le sue truppe a saccheggiare le chiese, dietro laute ricompense pecuniarie; inoltre, dopo il saccheggio, lo si vedeva puntualmente profanare pubblicamente le cose sacre, sputare nei vasi sacri e nei calici, profanare le ostie rimaste nei tabernacoli.

Insomma, le orribili scene che circa 20 anni dopo - nel 1936/1939 - si vedranno anche in Spagna, quando si fucilavano i crocifissi, le statue delle Madonna, si disseppellivano i corpi dei Santi canonizzati per darli alle fiamme e si uccidevano migliaia di cristiani, preti, frati, suore e anche vescovi.

Tuttavia, come in Spagna, il 18 luglio 1936, vi fu il “Levantamiento/Sollevamento” capitanato da José Antonio Primo de Rivera († 20 novembre 1936) e dal Generalissimo Francisco Franco († 20 novembre 1975), il quale riuscì a sconfiggere l’esercito rosso e a ridare alla Spagna e alla Chiesa iberica un lungo periodo di pace e di prosperità; così in Messico (che è un po’ più lontano dall’Italia e quindi meno conosciuto da noi), il 2 agosto 1926, i Cristeros si sollevarono al grido di “Viva Cristo Re!” e iniziarono la Cristiada o Crociata messicana di “Cristo Re” contro le forze della giudeo/massoneria del “Principe di questo mondo”.

Nel 1920, Obregon, fece uccidere anche Carranza al quale pur doveva la sua ascesa, ma che oramai gli faceva ombra per prendere lui stesso il suo posto di Presidente del Messico dal 1920 al 1924.

Così Obregon, dal 1920 al 1924, svendette la sua Patria agli Usa in cambio di “trenta dollari” per lui e di spoliazioni di ogni bene da parte degli Americani nei riguardi dei Messicani (un po’ come sta succedendo in Italia, a partire dal 2012).

Nel 1920 Obregon nominò Plutarco Elia Calles (che lo avrebbe poi sostituito ad interim alla Presidenza della Repubblica dal 1924 al 1928) Ministro degli Interni, ordinandogli, ma non ce ne era troppo bisogno, dato il carattere ferocemente antireligioso di quest’ultimo, di far sganciare delle bombe contro l’Episcopio di Guadaljara.

La goccia che fece traboccare il vaso, poiché Dio lascia fare ma non strafare, fu il discorso che Obregon pronunciò alla radio messicana il giorno della sua vittoria, il 2 luglio, che fu anche il giorno della sua sconfitta definitiva.

Il tirannello disse, con somma arroganza: “Se una formica mi morde, non perdo tempo a cercare questa singola formichina, ma prendo un secchio di acque bollente e lo verso tutt’intero sul nido delle formiche per ucciderle tutte quante e così anche la colpevole del morso; così farò con i Cattolici messicani …”.

José capì che era troppo, che non si poteva tollerare ancora a lungo uno spirito talmente sanguinario e pieno di odio contro Dio e la Sua Chiesa. Fu così che la formica schiacciò il gigante. I Cattolici vivono ancora in Messico, mentre Obregon sta sottoterra; pace e riposo!

Come il piccolo pastorello David prese con sé un sasso, una fionda e soprattutto la preghiera a Dio onnipotente (I Samuele, XVII, 1-58), così José, con un sano “aggiornamento” prese un revolver e uscì di casa per liberare la sua Patria e la Chiesa da un  novello Oloferne, asserragliato nel ristorante “La Bombilla

Il tirannicidio messo in pratica

da Giuditta (587 a. C.) a José Toral (1928)

Il 17 luglio, José vide un corteo di automobili di rappresentanza uscire in colona dall’abitazione del neo/eletto Presidente Obregon e dirigersi verso il lussuoso ristorante “La Bombilla” (la cannuccia che si utilizza in America latina per bere l’infuso di tè di mate), a San Angel, per un banchetto politico stile Rotary offerto in onore del Presidente dai suoi “grandi elettori”.

José Toral era molto bravo nel disegno e, con il pretesto di dipingere la vittoria di Obregon, seguì il corteo degli invitati, riuniti a festa, sin dentro la sala del banchetto. Entrato nella sala da pranzo degli ospiti presidenziali del ristorante “La Bombilla”, José, si mise tranquillamente a far degli “schizzi” su alcuni fogli da disegno riportando in essi le figure degli invitati più famosi e soprattutto del Presidente, che molto compiaciuto pieno di sé lo notò e lo invitò ad avvicinarsi per fargli vedere i suoi “schizzi”.

José, con la massima calma, si avvicinò al Presidente; gli mostrò il suo disegno, che era in realtà molto bello e, mentre Obregon si pavoneggiava narcisisticamente nello “specchio” del suo ritratto, estrasse fulmineamente un revolver dal panciotto e gli esplose ben quattro colpi in pieno viso, uccidendolo sull’istante.

Il cadavere di Obregon rovinò a terra in un mare di vino, che era stato versato lungo il pavimento della sala da pranzo per la caduta di numerose bottiglie, che, l’oramai povero disgraziatissimo cadavere (un secondo prima Presidente del Messico e persecutore della Chiesa), aveva trascinato a terra con sé: “Sic transit gloria mundi…”.

I “convitati” erano rimasti letteralmente “di pietra”, nessuno aveva cercato di fermare il giovane José; anzi, mezzi brilli, costoro iniziarono a sparare a casaccio a destra e a manca, ma uccidendosi l’uno con l’altro, causando così la morte di circa una quindicina di persone.

José, che avrebbe potuto fuggire e raggiungere i Cristeros, rimase tranquillamente fermo al suo posto, in piedi, dopo ave gettato a terra la pistola che teneva in mano e si lasciò arrestare dopo un po’ di tempo di confusione e di concitazione.

Dopo essere stato interrogato dal Presidente uscente, Plutarco Elia Calles in persona, e torturato ferocemente - durante 24 ore ininterrottamente - per fargli confessare di essere stato inviato come sicario dalla Chiesa messicana, il Nostro José fu fucilato il 9 febbraio del 1928, circa mezz’anno dopo il tirannicidio.

Plutarco Calles chiedeva, rabbiosamente, a José: “Chi, ti ha spinto? Chi, ti ha mandato? Chi, ti ha armato?”. Egli avrebbe voluto sentirsi rispondere: “La Chiesa, i Vescovi, i Preti”, ma invano.

Plutarco Elia avrebbe voluto incolpare l’intero Episcopato messicano, naturalmente al servizio di una Potenza estera (il Vaticano), di aver ordito un complotto (quando sono i Cattolici ad agire, allora e solo allora il “complotto” non è un delirio di alcune menti malate, ma esiste realmente).

Tuttavia, José rispondeva con molta calma: “Ho fatto tutto da solo” e non mentiva! Aveva fatto tutto da solo, aiutato soltanto dalla grazia onnipotente del Signore.

José disse candidamente a Plutarco che avrebbe dovuto rendere ragione al Signore per tutto quello che aveva fatto contro la sua Patria e il suo Dio.

Come mai, ci siamo chiesti poche righe sopra, José che era un ragazzo timido e mansueto sino al punto di non aver voluto partecipare alla Cristiada, ossia la guerra di difesa dei Cattolici messicani contro il governo massonico del Messico (che il 1° agosto del 1926 aveva iniziato a promulgare delle “leggi” le quali proibivano il culto cattolico anche nelle chiese), era arrivato a porre in atto un gesto talmente grave?

La risposta non è difficile. Infatti, innanzitutto il giovane José era amico della famiglia del padre gesuita Miguel Pro, fucilato il 23 novembre 1927, con l’accusa di aver partecipato a una sedizione antigovernativa e addirittura di aver progettato un attentato contro Obregon nel 1927: quando costui non era ancora stato rieletto Presidente, ma era pur sempre in prima fila per le elezioni del 1928. Quest’ingiustizia ferì profondamente l’animo delicato del giovane José.

Inoltre, Obregon aveva detto, sùbito dopo esser stato eletto, in un discorso pubblico alla Nazione che avrebbe fatto erigere una statua pubblica al diavolo e, addirittura, che l’avrebbe fatta porre sopra il monumento dedicato a Cristo Re dall’Episcopato messicano.

In effetti, nel 1923, oltre trenta Vescovi messicani, sotto la direzione del Nunzio Apostolico, inaugurarono, intronizzarono e benedissero una statua di Cristo Re a Cerro Cubilète. Obregon fece, allora, espellere il Nunzio Apostolico accusandolo di attività sovversiva e antigovernativa.

Inoltre, fece gettare una bomba nel Santuario della Madonna di Guadalupe, che - nonostante fosse scoppiata davanti all’immagine miracolosa della Madonna, Patrona del Messico - non la danneggiò affatto.

Nel 1921 aveva già fatto sparare dalla Polizia sui Cattolici che protestavano pacificamente per la persecuzione antireligiosa scoppiata in quei tristissimi anni in Messico.

Nel 1924 vietò lo svolgimento del Congresso Eucaristico Nazionale Messicano.

“Morale della favola”…

Cosa ci insegna questa tristissima storia, che si ripete dall’Antico al Nuovo Testamento e così sarà sino alla fine del mondo?

Mi sembra che essa ci aiuti a capire (e, dunque, a poter reagire adeguatamente) che ci stiamo avvicinando a passi da gigante al “Regno dell’Anticristo finale”, di cui Oloferne († 587 a. C. c.ca), Antioco IV Epifane († 164 a. C. c.ca), Obregon († 1928) sono delle figure, ossia degli Anticristi iniziali e intermedi.

Purtroppo, una tirannia spietata è nata “democraticamente” e, almeno in Italia, “farmacologicamente” già a partire dal 1978 (con la legalizzazione dell’infanticidio); poi, è maturata o, meglio, è scoppiata virulentemente in tutto l’Universo, nel 2020 (con la legalizzazione della guerra batteriologico/farmaceutica); infine, essa in pochi giorni, sotto il pretesto di garantire la buona salute di tutti gli uomini di tutto il mondo contro il Covid19 ha stravolto la faccia della terra e la mente di miliardi di esseri umani.

Molti si sono lasciati sedurre ed hanno invocato l’intervento “in/dolorosamente armato”, in maniera “dignitosamente sanitaria” degli Stati per essere liberati dal Coronavirus.

Il fine ultimo dell’uomo, a partire dal 2019, non è più il Paradiso, ma la salute del corpo. Oramai siamo entrati in una “nuova era”: non più “avanti o dopo Cristo”, ma “avanti o dopo il Covid19”.

Dal 2019 ci ritroviamo privati delle nostre libertà più necessarie e persino di poter vivere come “animali sociali e razionali” quali siamo per natura. Inoltre, dal punto di vista spirituale, la Messa pubblica è stata proibita non solo dallo Stato, ma anche dal Pastore (Bergoglio e CEI).

Di fronte ad un male così vasto, universale, profondo e preternaturale, cosa possiamo fare? Umanamente, molto poco, ma quel poco che possiamo cerchiamo di farlo. Infatti, noi siamo soltanto come una piccola goccia d’acqua, ma tante piccole gocce formano un oceano. Se rinunciassimo a muoverci, dicendo che siamo troppo piccoli (come una sola goccia) per combinare qualcosa di valido, non riusciremo mai a unirci ad altre tante piccole gocce e a formare, così, un mare. Perciò, diamoci da fare e con l’aiuto di Dio operiamo quel poco che possiamo, il resto lasciamolo alla Provvidenza divina.

Tuttavia penso che solo l’Onnipotenza di Dio, tramite la Sua Giustizia e la Sua Misericordia, potrà porre un rimedio efficace a un così grave disordine.

Si va verso il castigo predetto dalle Scritture e riconfermato dalla Madonna a Fatima in Portogallo nel 1917 e ad Akita in Giappone nel 1973 e infine nell’estate del 2020.

È dall’Umanesimo che il mondo va verso la sua rovina. Dopo secoli d’Idealismo filosofico (è il pensiero dell’uomo che crea la realtà) non si poteva non arrivare a una simile follia, molto bene logicamente congegnata.

Infatti «l’età moderna, iniziatasi con l’Umanesimo, è una marcia verso la conquista dell’Io, che il Medio Evo aveva mortificato in omaggio a Dio. Per riconquistare questo Io, mortificato da Dio, l’uomo si mise a percorrere freneticamente le vie dell’emancipazione. Venne Lutero col Protestantesimo, e si ebbe l’emancipazione dell’Io dall’autorità religiosa. Venne Cartesio e col suo famoso metodo filosofico segnò l’emancipazione dell’Io dalla filosofia tradizionale, ossia dalla filosofia perenne che è l’unica vera; emancipazione filosofica poi agli ultimi termini da Kant, da Hegel, ecc… Venne Rousseau e con i suoi principi sociali rivoluzionari segnò l’emancipazione dell’Io dall’autorità civile. Questa continua, progressiva emancipazione dell’Io ha poi culminato nella divinizzazione dell'io medesimo e nella conseguente umanizzazione, o meglio, distruzione di Dio. Si è avuta così l’uccisione nicciana di Dio in omaggio all’Io. Tolto di mezzo Dio, si son tolti di mezzo la luce, l’amore e la letizia; e si è avuto tutto l’opposto, vale a dire: tenebre, odio, tristezza. Si è avuto, così, l’uomo finito, ossia un cadavere ambulante, cui quadra a pennello l’epitaffio che aveva preparato il Papini per se stesso, prima che fosse risollevato dalla fede di Cristo: “L’ascensione metafisica di me stesso è fallita. Sono una cosa e non un uomo. Toccatemi! Sono freddo come una pietra, freddo come un sepolcro. Qui è sotterrato un uomo che non ha potuto diventare Dio”.  La conquista dell’Io si è mutata in disfatta»[13].

Il rimedio e la terapia

Sempre padre Roschini ci porge il rimedio: «Chi potrà far uscire dalla tomba questo Lazzaro, che è l’uomo moderno, il quale vi giace da quattro giorni et jam foetet, per ridargli la luce, l’amore, la letizia e la gioia di vivere? Nessun altro all’infuori di Colui che è la Via, la Verità, la Vita, ossia Cristo crocifisso, assieme a Maria Addolorata, indissolubilmente congiunta a Lui nell’opera della Redenzione. Solo un’adesione e un ritorno pieno, incondizionato al Crocifisso e all’Addolorata può liberarci dalle tenebre, dall’odio e dalla tristezza; può ridarci la luce, l’amore e la gioia. È necessario ricondurre il mondo ai piedi del Calvario. Ora i raggi salvifici del Crocifisso e dell’Addolorata sono concentrati nella S. Messa, che è un ponte tra il mondo e Dio, e raggiungono tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi. […]. Cristo e l’Addolorata, nell’opera della nostra Redenzione costituiscono una sola persona morale, come insegna papa Benedetto XV: “l’Addolorata patì talmente e quasi morì assieme al Figlio (“commortua est”) che pativa e moriva e immolò talmente il suo Figlio alla giustizia divina da placarsi, per ciò che le spettava, da potersi dire giustamente che Ella ha “corredento” con Cristo e sotto Cristo il genere umano (Lettera Inter Sodalicia, 22 marzo 1918, AAS, X, 1918, p. 182)”»[14].

Padre Roschini, conclude così, il suo aureo libretto: “Sarà questo (Maria Addolorata e la Croce nella Messa) il mezzo più efficace per salvare l’uomo moderno, arrestandolo efficacemente nella sua folle e rovinosa corsa alla conquista dell’Io, e spronandolo non meno efficacemente alla sapientissima conquista dell’Io a Dio[15].

d. Curzio Nitoglia



[1] Cfr. O. Capitani, Papato e Impero nei secoli XI e XII, in «Storia delle idee politiche economico e sociali», diretto da L. Firpo, vol. 2, tomo II, Il Medioevo, Utet, Torino, 1983, pp. 141-165.

[2] Liber ad Gebehardum, cap. XXX.

[3] De regimine principum, Lib. I , cap. 6.

[4] P. Guidi, La legge ingiusta, Roma, 1948.

[5] San Tommaso d’Aquino, Summa c. Gent., lib. IV, cap. 35, n. 3725; S. Th., I, q. 28, a. 3; III, q. 2, a. 2, ad 2.

[6] Dom Prosper Guèranger, L’Année Liturgique, Mame, Tours, 1922, XV ediz., pp. 340-341.

[7] San Tommaso d’Aquino,  Summa Theologiae, II-II, q. 33, a. 4, ad 2.

[8] Ivi.

[9] Franciscus De Vitoria, Obras de Francisco de Vitoria, Madrid, BAC, 1960, pp. 486-487.

[10] Franciscus Suarez, De Fide, in Opera omnia, cit., Parigi 1858, tomo XII, disp. X, sect. VI, n. 16.

[11] San Roberto Bellarmino, De Romano Pontifice, in Opera omnia, Milano, Battezzati, 1857, vol. I, lib. II, c. 29.

[12] Gli esegeti spiegano che il vero comandante delle operazioni volte all’eliminazione fisica di Gesù fu Anna o Anania (in ebraico Anano), che pontificò dal 6 al 15 dopo Cristo, mentre Caifa (in ebraico Caiàfa) era una sorta di fantoccio nelle sue mani e fu nominato Sommo Sacerdote dal 18 al 37, quando venne destituito da Roma (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, libro XX, cap. 10; Eusebio da Cesarea, Storia Ecclesiastica, libro X, cap. 4-6; Mt., XXVI, 3-57; Gv., XI, 49; XVIII, 13-14; XXIV, 28; Lc., III, 2; Atti, IV, 6).

[13] La Santa Messa. Breve esposizione dogmatica, II ed., Frigento (AV), CME, 2010, p. 11-13.

[14] La Santa Messa, cit., p. 11-16 e 47.

[15] La Santa Messa, cit., p. 59.


 
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