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Gaza 2024: Fine reale del Sionismo durante un trionfo apparente?
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È uscito nel 2005, tradotto dall’originale in lingua inglese (2004), un interessante libro, di Yakov M. Rabkin[1].

Una delle sorprese che ci riserva il professore canadese di origine russo-israelita, e quindi non accusabile di antisemitismo, è quella secondo cui «tra i sostenitori incondizionati di Israele ci sono più ‘cristiani’ che ebrei»[2]. Secondo «il predicatore ‘evangelista’ Jerry Falwell […], la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 è “la prova che il ritorno di Gesù Cristo è vicino”» [3]. Tale tentativo è portato avanti non solo dagli ebrei sionisti, ma soprattutto dai “cristiani evangelisti[4].

Nel suo libro Rabkin spiega tale apparente contraddizione, grazie all’opposizione al sionismo e allo Stato d’Israele espressa dai rabbini ortodossi, dagli ebrei religiosi[5] e anche da quelli liberali in nome della Torah per i primi due e del pacifismo o difesa dei diritti umani, in specie dei Palestinesi, per gli ultimi. Invece tra noi goyjm si equipara antisionismo ad antisemitismo.

L’attualità del libro del Rabkin oltrepassa la querelle tra ebrei religiosi, liberal-pacifisti e nazional-sionisti, per mostrare «quanto grave sia la posta in gioco per l’insieme del popolo ebraico, ancor più oggi che lo Stato sionista cerca di imporre la propria egemonia politica e militare sulla regione, configurando una minaccia per gli ebrei ancor più fondamentale dell’ostilità araba e palestinese»[6].

Lettura “ebraica non-sionista” della shoah

La shoah è vista dagli ebrei religiosi come una sorta di ripetizione della distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio nel 70 da parte di Tito[7]. Per gli ebrei religiosi e a-sionisti, la causa di tale “catastrofe” (traduzione esatta di shoah”, che non significa assolutamente “olocausto”) è stata l’infedeltà a Dio da parte del popolo ebraico, nel 70 e 135 (distruzione del Tempio, di Gerusalemme da parte di Tito e della Giudea da parte di Adriano), 1492 (espulsione degli ebrei dalla Spagna), 1942-45 la “shoah” degli ebrei dell’Europa nord-orientale dopo la dichiarazione di guerra del giudaismo sionista al III Reich germanico nel 1933. Anche il gran rabbino sefardita di Gerusalemme, Ovàdia Yosèf, ha dichiarato: «Le vittime della shoah sono le anime dei peccatori askenaziti reincarnate e castigate dai Tedeschi» (La Stampa, 7 agosto 2000, p. 11). Egli è un noto cabalista e crede cabalisticamente alla reincarnazione delle anime. Sempre La Stampa di Torino nel medesimo articolo commenta: «Oltre a rendere i nazisti strumento divino, Yosèf avalla il concetto della responsabilità degli ebrei nella propria persecuzione». Interviene anche il gran rabbino askenazita di Gerusalemme, Meir Lau, (intervistato sul medesimo quotidiano, lo stesso giorno, nell’articolo succitato) e pur non entrando una disputa teologica anti-cabalistico/sefardita sulla reincarnazione afferma: «Il concetto sefardita nelle sue conclusioni è simile a quello che usava la Chiesa quando sosteneva che gli ebrei erano destinati a espiare il Deicidio». Due giorni dopo, il 9 agosto del 2000, il rabbino capo di Torino Alberto Somèk, sefardita, rilascia una lunga ed autorevole intervista a La Stampa, pagina 21, in cui spiega che: «Le dichiarazioni di Ovàdia Yosèf lungi dall’aver legami con la politica mediorientale, riflettono un dibattito tutto interno all’ebraismo come religione. Sul piano teologico la reincarnazione ha solide basi (Talmud di Babilonia, Kiddushin 72a) soprattutto dopo l’espulsione degli ebrei dalla Spagna. Le parole di Yosèf suscitano scandalo perché attaccano una teologia alternativa: “Il silenzio di Dio”, che porta alla negazione della sua onnipotenza o anche della sua esistenza, la quale riprende le teorie filosofiche moderne e laiciste della “Morte di Dio”. Rav Yosèf vuol gettare le basi teologicamente ortodosse della shoah simile alla distruzione del Tempio e all’espulsione dalla Spagna». Il 15 agosto è la volta del rabbino sefardita Sholòmo Benzìri, il quale asserisce: «Durante l’olocausto i pionieri sionisti [askenaziti] si interessavano più alle proprie vacche che non al salvataggio delle Comunità ebraiche ortodosse in Europa. I Padri del sionismo le abbandonarono al proprio destino. Commisero un crimine imperdonabile» (La Stampa, p. 1).

La Germania aggredita dal sionismo

L’Autore confessa onestamente che è stata per prima «l’ala più combattiva del sionismo a tenere un discorso aggressivo nei confronti del nuovo [1933] governo tedesco. Jabotinsky agisce come se fosse il comandante supremo delle forze armate ebraiche. Egli attacca la Germania dalla radio ufficiale polacca»[8]. Il “Daily Express” del 24 marzo 1933 in prima pagina intitola: “Judea declares war on Germany. Jews of all the world unite in action. Boycott of german goods”. Hitler era appena andato al potere (gennaio 1933). Lo stesso Rabkin, che non è certamente un nazista o antisemita, scrive: «I sionisti avrebbero dichiarato guerra a Hitler e al suo Paese molto prima della seconda guerra mondiale, avrebbero chiamato a un boicottaggio economico della Germania, scatenando la rabbia del dittatore. […] Sono questi “uomini di Stato” che nel 1933 hanno organizzato l’irresponsabile boicottaggio contro la Germania […], che ha portato la disgrazia sugli ebrei d’Europa»[9]. Rabkin continua: «Tutti i critici accusano i leader sionisti di essersi occupati più di un futuro Stato che della sorte degli ebrei […], così molti tentativi di salvare degli ebrei in Ungheria e altrove, avrebbero trovato una resistenza da parte dei dirigenti sionisti»[10]. Addirittura ci spiega che non gli antisemiti, ma «gli haredim e coloro che provengono dall’ambiente ebraico liberale, sono stati forse i primi a paragonare i sionisti ai nazisti […] per il culto della forza e l’adorazione dello Stato. Questi paragoni, all’epoca abbastanza frequenti, […] sono stati ripresi dopo dalla propaganda sovietica e, più tardi, da molti media arabi»[11]. Le Leggi razziali di Norimberga sono del 1935, due anni dopo la dichiarazione di guerra del giudaismo sionista alla Germania.

Pericolosità apocalittica del sionismo

Secondo molti pensatori haredim «la shoah e lo Stato d’Israele non costituiscono affatto degli avvenimenti antitetici - distruzione e ricostruzione -, ma piuttosto un processo continuo: l’eruzione finale delle forze del male […]. La tradizione giudaica considera rischiosa ogni concentrazione di ebrei in uno stesso luogo. I critici odierni fanno osservare che le previsioni più gravi sembrano realizzarsi, perché lo Stato d’Israele è diventato “l’ebreo tra le Nazioni” e il Paese più pericoloso per un ebreo»[12]. Nel capitolo VII del suo libro Rabkin continua e approfondisce questo stesso tema. «Lo Stato d’Israele è in pericolo […]. Quello che veniva presentato come un rifugio, addirittura il rifugio per eccellenza, sarebbe diventato il luogo più pericoloso per gli ebrei. Sono sempre più numerosi gli israeliani che si sentono presi in una “trappola sanguinaria”. […] E cresce il numero di quanti esprimono dubbi circa la sopravvivenza di uno Stato d’Israele creato in Medio Oriente, in quella “zona pericolosa” […]. I teorici dell’antisionismo rabbinico sostengono […] che la shoah sia solo l’inizio di un lungo processo di distruzione, che l’esistenza dello Stato d’Israele non fa che aggravare. […] Concentrare [5-6] milioni di ebrei in un luogo così pericoloso sfiora la follia suicida»[13]. Analogamente a quanto successe a Masada nel 73. Ma, la storia non sembra essere più “magistra vitae”.

Conclusione

  1. a) Mentre in “occidente” i goyjm sono ossessionati dalla shoah, come da “un passato che non passa” (Sergio Romano),
  2. b) in Israele si comincia a capire che la shoah è l’inizio di un lungo processo di distruzione. Infatti, essa è la trappola rischiosamente cruenta per i circa sei milioni di ebrei concentrati in un medesimo luogo.
  3. c) Quello che poteva sembrare inizialmente un magnifico trionfo o un bellissimo sogno, si sta rivelando sempre di più un terribile scacco e un tremendo processo di auto-distruzione. Giustamente il Rabkin vede in Israele un pericolo per l’intera umanità, che potrebbe portare ad una ‘catastrofe’ di proporzioni mondiali.
Don Curzio Nitoglia


[1] Yakov M. Rabin, Una minaccia interna. Storia dell’opposizione ebraica al sionismo, [2004] Verona, Ombre corte, 2005.

Sin dalla “Introduzione” al suo libro, l’Autore rifiuta ogni tentativo di far passare per antisemita colui il quale rigetta il sionismo in nome della Torah. Infatti, lo Stato d’Israele non corrisponde ai canoni religiosi dei rabbini talmudisti, ma è piuttosto «un’entità nazionale nel senso europeo del termine» (p. 216). Secondo i religiosi ebrei, invece, «il Tempio può scendere dal cielo in qualsiasi momento […], affinché nessuno creda che il Tempio sia stato ricostruito da uomini […]. L’intera città di Gerusalemme può solo scendere dal cielo e non può derivare da sforzo umano» (ivi).

[2] Y. M. Rabkin, cit., retro copertina.

[3] Cfr. Id., p. 168.

[4] Id., ivi.

[5] Fiamma Nirenstein racconta che un piccolo ebreo haredi o religioso “di stretta osservanza”, istigato dai genitori e dai rabbini, abbia urinato sul piede del generale Moshè Dayàn, che entrato a Gerusalemme est nel 1967 non aveva voluto invaderne anche la parte occidentale.

[6] Id, ivi.

[7] Cfr. Id., p. 187.

[8] Id., p. 195.

[9] Id., p. 196.

[10] Id., p. 198.

[11] Id., p. 202.

[12] Id., pp. 210-211.

[13] Id., pp. 213-215.

Per quanto riguarda la questione suesposta Giorgio Israel su Il Giornale (29 gennaio 2010, p. 1) scrive: «È l’Iran il vero erede dei nazisti» asserisce che Alì Khamenei, Alì Larjiani e Mamohud Ahmadinejead vogliono la distruzione di Israele e degli ebrei come Hitler. Invece il professore di “Studi iraniani” alla Sorbonne Nouvelle di Parigi, Yann Richard (espulso dall’Iran in quanto antikhomeinista) nel suo ultimo libro L’Iran de 1800 à nos jours, (Parigi, Flammarion, 2009) spiega, con dovizia di riferimenti, che lo Scià di Persia defenestrato nel 1978-79 da Khomeini era un monarca manipolato da interessi stranieri e soprattutto anglo-americani, in funzione petrolifera e anti sovietica/pan-araba. Quindi quella di Khomeini (+ 1989) fu una vera rivoluzione che instaurò una repubblica islamica al posto di una monarchia corrotta e asservita agli stranieri. Proprio per questo gli Usa finanziarono Saddam Hussein nella guerra contro l’Iran (1980-1988). Certamente l’islam è il valore dominante della repubblica iraniana, ma si tratta di un islam moderno, progressista, aperto alle forme parlamentari, antimperialista e filo-palestinese. Uno dei nemici dell’Iran è l’Afghanistan dei Talebani islamici wahabiti e ferocemente anti-sciiti. In Afghanistan sono stati massacrati circa quindici diplomatici iraniani sciiti dai Talebani wahabiti a Mazar-i-Sharif, nel nord del Paese. Il professor Richard spiega che il vero radicalismo islamico non è quello sannita dell’Iraq di Saddam, né quello sciita dell’Iran di Ahamdihejead, ma quello wahabita afgano. L’Iran si è schiarato per primo tra i Paesi musulmani con il Presidente anti-talebano Hamid Karzai in Afghanistan. Ha lottato contro Saddam anche nel 2003, mentre ha sostenuto gli sciiti libanesi di Hezbollah e i Palestinesi di Hamas. Addirittura l’antigiudaismo non ha nessun peso in Iran dove gli ebrei continuano a vivere con diritto di cittadinanza. I discorsi contro lo Stato d’Israele di Ahmadinejead sono antisionisti e non antisemiti o antiebraici. Essi sono amplificati dai media occidentali mentre l’Iran non ha la forza bellica sufficiente a distruggere Israele. La minaccia nucleare iraniana è più un deterrente che il Paese potrebbe sviluppare in caso di un nuovo conflitto, stile quello del 1980-1988 e non un’arma offensiva pronta ad essere utilizzata eventualmente contro Israele. Certamente sin dall’inizio della rivoluzione khomeinista il potere in Iran è oscillato tra “democrazia” (rispetto alla vecchia monarchia dello Scià) e legge islamica, il problema è stato risolto con una specie di compromesso tra “Repubblica” e “islamica”, che è l’attuale denominazione dell’Iran. I religiosi hanno la guida del Paese, ma hanno accettato le regole parlamentari. Essi si fanno paladini della lotta contro il comunismo, l’imperialismo supercapitalista occidentale (anglo-americano) e dell’appoggio al nazionalismo arabo. Contro Ahmadinejad è in atto una specie di “rivoluzione vellutata” condotta da Moussavi, Karroubi e Khatami come quelle suscitate dagli Usa in Georgia e Ucraina contro Putin.

«Anche alcuni intellettuali laici si chiedono se lo Stato d’Israele non stia andando diritto verso il suicidio collettivo» come successe a Masada il 15 aprile del 73 (Rabikin, cit., p. 228). «Il tema del pericolo apocalittico che lo Stato d’Israele rappresenta per il mondo intero torna regolarmente nei discorsi antisionisti: la diffusione del terrorismo suicida del Medio Oriente ai quattro angoli della Terra  […]. Alcuni rabbini haredim si sono preoccupati per il pericolo universale costituito dallo Stato d’Israele per l’intera umanità […], la creazione di Israele […] porterebbe a una ‘catastrofe’ [in ebraico “shoah”] di proporzioni mondiali» (p. 229).

 
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