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Il principe cristiano
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Il Principe cristiano, capolavoro del gesuita e braccio destro di Sant’Ignazio, Pedro Ortiz de Cisneros de Ribadeneyra (1527-1611), è un classico cattolico; un testo che nonostante la sua composizione tardo cinquecentesca è ancora molto attuale perché integralmente basato sui primi princìpi (o leggi necessarie della realtà) compendiati da San Tommaso. L’opera di Ribadeneyra degli insegnamenti di San Tommaso d’Aquino rappresenta l’applicazione naturale in campo politico ed economico così come il suo opposto, Il Principe di Machiavelli, incarnò quelli della corrente nominalista ispiratrice della riforma protestante.

È la storia umana che qui si agita, sempre dinamizzata da due poli contrari: quello dello spirito e quello della carne, quello di Dio e quello di Satana, la progenie della donna e quella del serpente, quello della Chiesa e quello dei giudei. Per Ribadeneyra, non a caso, esistono solamente due ragioni di Stato: una falsa ed apparente, un’altra solida e veritiera; una ingannevole e diabolica, l’altra certa e divina, una che dello Stato fa religione, l’altra che della religione fa Stato. Non esiste via di mezzo, come la verità si oppone interamente all’errore. Questo è un principio fondamentale del cattolicesimo integrale adottato prepotentemente dal Ribadeneyra, poiché ogni cedimento in tal senso avvicina progressivamente all’errore cabalistico, per cui il bene ed il male, in Dio, si sovrappongono.

Ristampiamo quest’opera forte, oggi, perché nella sua immutabilità è un testo bello ed utile. Ma soprattutto perché l’origine dei mali contemporanei affonda le sue radici là dove Il Principe cristiano attacca perentoriamente, con un linguaggio degno di una battaglia politico-religiosa, e lavora al fine di indicare una via costantemente percorribile di ricostruzione dottrinale, in sede cattolica, delle norme del vivere civile.

«Non pretendo, in questo trattato — scrive il Ribadeneyra —, di dar leggi del governo politico ai prìncipi, ma insegnare loro come debbono governare e conservare i propri Stati secondo le leggi di Dio, respingendo gli errori e gli inganni di quelli che insegnano il contrario».

Tale tendenza contraria — già presente in Duns Scoto (sec. XIII) — troverà la propria conclusione nel nominalismo di Ockham (sec. XIV), che sarà il vero artefice dello sgretolamento teologico dell’unità medievale. Per Ockham le cose sono solo conoscibili per la loro esistenza reale. Non esiste relazione tra la conoscenza dell’universo e la conoscenza di Dio. La natura non è né essenza, né potenza, né inclinazione: la natura è come essa si presenta. Qualcosa che ha valore solo di per sé. La sintesi tomista conoscitiva viene così spezzata, restando soltanto l’aspetto puramente sensitivo della conoscenza. L’universale appartiene soltanto alla mente, è solo un signum, un’astrazione attraverso la quale definiamo le cose, un segno meramente convenzionale e fittizio che ci serve per definire la cosa significata. Ne consegue che l’unica cosa che realmente conosciamo è l’individuale ed il particolare, in quanto il particolare è l’unica cosa realmente esistente. Con un sol colpo, l’intera architettura costruita da San Tommaso — quell’analogismo tra la creatura e il suo Creatore che permette all’uomo di conoscere la Causa prima (Dio) a partire dalla realtà visibile che lo circonda — viene spazzata via.

Lo sfaldamento della concezione tomista e l’eclisse della sintesi medievale trovano in Ockham il profeta, in Lutero la proiezione teologico-ereticale, in Machiavelli il codificatore delle norme pragmatiche e sperimentali dell’agire politico. Tutto ciò che in Machiavelli è implicito e spesse volte manifesto, assumerà forme esplicite e radicali nei trattatisti politici del Cinquecento e diventerà norma quasi generale dell’agire politico per i secoli a venire.

Le conseguenze del nominalismo furono gravissime su tutti i piani. Su quello delle istituzioni il nominalismo determina la rottura della società terrena con l’ordinamento universale. La cristianità, l’impero, il diritto naturale, la società non sono delle idee universali con manifestazioni nel reale, ma astrazioni fittizie slegate dalla realtà. Viene così negata l’universalità della Chiesa a vantaggio delle sètte ereticali, viene negata l’universalità dell’Impero a vantaggio dei nascenti poteri nazionali, viene negato il diritto naturale che si riduce a diritto positivo.

“La società — scrisse P. Caucci nella nota introduttiva alla prima traduzione italiana al Ribadeneyra — abbandonata a sé stessa precipita nel disordine politico (alla crociata missionaria si sostituisce la guerra fratricida tra città e città, tra popolo e popolo), nel disordine morale (il nascente umanesimo recupera tutti i vizi del più deteriore paganesimo), nel disordine sociale (alla società organica  e gerarchica, indirizzata a Dio, si oppone la società del disordine interiore, dell’egoismo particolaristico, della lotta tra i vari livelli corporativi, preludio della lotta di classe)”.

Il nominalismo, prima teorico, quindi pratico (con Machiavelli e Lutero), sconvolse quell’ordine che faticosamente, di conquista in conquista, era stato risuggellato tra uomo e uomo, e che a partire dalla caduta originale non aveva mai raggiunto un vertice tanto elevato quale si manifestò nell’ecumene medioevale.

La Chiesa, raggiunto il suo splendore nel secolo XVI°, inizia a cedere, seppur a piccolissimi passi, nel suo amore per Cristo; l’uomo comincia a voltare nuovamente le spalle al suo Creatore dopo che l’opera del Redentore, nella sua umiltà obbedienziale, aveva segnato il rinnovamento e la restaurazione della salvezza perduta. Vi è da riflettere sul fatto che l’economia salvifica soprannaturale innalza l’uomo su un nuovo piano ontologico e vitale, perché a questa nuova realtà è pure ordinata una nuova conoscenza secondo la restaurazione voluta da Dio, quando la prima rivelazione, che Dio aveva concesso all’uomo unitamente alla creazione, fu perduta con il primo peccato. Nel XVI° sec. l’uomo diventa protagonista di una nuova ribellione, una seconda caduta per così dire, un nuovo albero del bene e del male lo tenta; è la gnosi, che fa la sua prepotente ricomparsa dopo secoli di nascondimento (seppur mai inattivo). Questa brama di conoscenza, opposta e distaccata da quella voluta da Dio, per la Cristianità rappresenta un enorme sconvolgimento capace di alterare nuovamente il corso della storia. L’uomo vuol tornare a farsi da sé, seguendo nuovamente il sibilo serpentiforme; l’uomo regola per l’uomo. L’ordine soprannaturale come dipendente dalla creatura. Con il Rinascimento si iniziano il naturalismo e l’umanesimo tipici dell’età moderna. È un audace tradimento, ancor più grave perché portato contro il sangue messianico, e che scandirà le tappe del cammino generale dell’umanità sempre più lontana dal vero Dio, il cui termine è predetto per gli ultimi tempi, ma il cui avvio vien dato già agli albori della storia.

Porrò inimicizia fra te e la donna, e fra il tuo seme e il seme di lei. Essa [la stirpe di Cristo] schiaccerà la tua testa e tu insidierai al calcagno di lei” (Gen., cap. III).

Al principio della storia del genere umano è promessa una grande battaglia (insidierai al calcagno di lei, dice Dio al Serpente) che verrà combattuta «usque ad consummationem saeculi» e che, nel preannunciare grandi vittorie (il seme di lei schiaccerà la tua testa), non domanda in contraccambio che umile fedeltà ed amore per il Creatore (l’esempio è sempre Cristo). Da una parte si schiereranno i (pochi) fedeli, dall’altra i (molti) traditori.

Lutero e Machiavelli, la paganità rinascimentale e lo sviluppo del pensiero laico, non saranno fenomeni casuali, ma i frutti conseguenziali di una evoluzione voluta e pianificata nei centri sinagogali, che inizia con la critica dell’unità e della globalità dell’ordine fisico e metafisico della visione tomista. Da questo momento i giudei penetrano, a poco a poco, nella società europea. È il periodo della Cábala (cristiana). Raimundo Lullo predispone il cammino. Pico della Mirandola e i rinascentisti cabalisti cristiani accolgono e fanno proseguire.

È un attacco formidabile, degno del principe della tenebre, che viene condotto su due fronti: da un lato si fa sentire lo scetticismo critico della filosofia agnostica, che preclude ogni accesso al trascendente; si nega ogni analogia tra Dio e la creatura, per contestare o rendere inefficace ogni conoscenza naturale di Dio; i concetti tratti dalla creazione non si adattano ad essere veicoli di comunicazioni divine. Il secondo fronte di aggressione è addirittura opposto al primo (che nega Dio mentre il secondo lo stravolge), e portato per mezzo della Cábala, che in sostanza è il falsamento del deposito divino, una concezione falsa e perniciosa della rivelazione, e che inizia in questo periodo a lentamente giudaizzare la società cristiana per distruggerla dal suo interno; i risultati si conosceranno solamente dopo alcuni secoli anche grazie all’aiuto di numerosi altri fattori, sia interni che esterni (anche alla Chiesa). Il mondo comincia a giudaizzarsi, a cabalizzarsi (torneremo sull’argomento in future iniziative editoriali). I giudei inventeranno, poco tempo dopo, la massoneria al fine di reclutare cristiani che distruggano la Chiesa dal di dentro.

Lutero giocò un ruolo fondamentale in questo nefasto disegno ordito contro il Regno di Cristo, attribuendo il supremo potere episcopale al principe secolare, ricorrendo a mezzi esterni, umani, estranei alla Chiesa, e così sacrificando l’ordine divino sottomettendolo all’umano disordine. Questa soluzione d’arrogante emergenza non portò alla libertà del cristiano pretesa dai riformatori, ma ebbe come risultato una tutela ancora più sensibile di quella che poteva venire dal Papa lontano.

La risposta cattolica a questo epocale disallineamento tra Dio e l’uomo in campo politico e sociale — con una architettura polemica ben precisa e chiaramente riconoscibile, articolata attraverso una sistematica confutazione del machiavellismo, dell’agnosticismo statolatrico, dell’autonomia della politica dall’etica — verrà affidata principalmente agli uomini della Compagnia di Gesù ed all’impulso dato a quella che diventerà una vera e propria battaglia politico-religiosa.

Il combattivo Pedro de Ribadeneyra — idalgo castigliano appartenuto ad una illustre e decaduta famiglia di Toledo, che certamente sarebbe stato un ottimo soldato della cristianità se l’incontro provvidenziale con Sant’Ignazio non lo avesse portato ad una milizia interiore e spirituale che in quegli anni, da quella guerriera, si differenziava soltanto esteriormente, ma non negli obiettivi — sarà tra i principali protagonisti di questa lotta senza frontiere, entrando nel vivo della polemica quando i termini della disputa saranno già ben definiti (1575 ca.).

Il Male era chiaramente entrato in guerra contro il Bene. Non era più tempo di far prigionieri. Al Ribadeneyra non rimarrà allora che ribadire, nel suo Il Principe cristiano opposto a quello di Machiavelli, gli inscindibili legami tra uomo e Dio, tra società e destino celeste, tra libertà individuale e disegno provvidenziale e farà ciò alla luce della più ardente fede cristiana ed avendo in mente come opposto delle pagane virtù del principe toscano, la religione e l’ortodossia di quel campione della cristianità che fu Filippo II.

Chi è artefice delle molte vittorie dei cristiani nel nostro secolo, in Germania, nelle Fiandre, in Francia e quella recente, famosa e memorabile, contro il principe dei turchi Solim a Lepanto, nel 1571, sotto il comando di Giovanni d’Austria nella lega composta da papa Pio V, dal cattolicissimo re di Spagna, Filippo II, e dalla signoria di Venezia?”.

Di esempio in esempio — di martiri e di condottieri, di Santi e di re — il gesuita spagnolo dimostra nel corso dell’opera quanto sia falso questo luogo comune (propaganda assai diffusa durante il Rinascimento come lo sarà in Nietzsche): i cristiani esercitano sì le virtù della mansuetudine e della umiltà per quanto riguarda la vita privata e quali freni degli istinti egoistici, ma non sono affatto dei pusillanimi; essi diventano coraggiosi e valorosissimi quando si tratta di difendere la fede e la religione. Questa confutazione verrà assunta dall’antimachiavellismo gesuitico, specialmente quello ispanico, e la troveremo sostenuta con una vastissima messe di esempi in vari capitoli de Il principe cristiano.

Per Ribadeneyra i «politici» sono una sorta di tecnocrati laici, tra di loro uniti da invisibili ma solidissimi lacci e tutti accomunati dall’unico desiderio di distruggere la Chiesa cattolica, principale ostacolo ai loro progetti. Costoro sono, per il gesuita spagnolo, peggiori degli eretici perché questi, «…pur essendo tizzoni dell’inferno e nemici di ogni religione, professano un tipo di religione che tra i molti errori fa intravedere qualche verità. I politici, discepoli di Machiavelli, non hanno religione alcuna né fanno differenza tra una religione falsa e quella vera, ma solo vedono se essa è utile alla loro ragion di Stato».

L’unica regola costante, per il forte gesuita spagnolo, è quella del «cammino diritto e chiaro che la stessa ragione naturale ci ha indicato e Dio ci ha insegnato e suo Figlio benedettissimo ci ha manifestato e tanti e saggi dottori ci han mostrato». È infatti la tradizione dottrinale cattolica, nella pienezza della sua ortodossia, il metro che egli usa per interpretare e definire le questioni che pone. Così non nega l’esistenza della ragion di Stato, ma indica i lineamenti di quella vera, di quella fondata sulla religione: «Esiste la ragion di Stato e tutti i prìncipi debbono averla sempre davanti agli occhi se vogliono saper governare e conservare i propri Stati. Ma occorre ricordare che non esiste una sola ragion di Stato, ma due: una falsa ed apparente, un’altra solida e veritiera; una ingannevole e diabolica, l’altra certa e divina, (…) una insegnata dai politici e fondata sulla vana prudenza e su mezzi umani e vili, l’altra insegnata da Dio...».

È questo il metodo usato dal Ribadeneyra ed è questa la prospettiva nella quale va inquadrata la sua opera. La tradizione dottrinale cattolica è la misura di ogni problema, così come gli esempi portati a sostegno delle tesi dibattute provengono dalle storie della cristianità o dalla Sacra Scrittura.

Molto interessante — e forse molto attuale — il fatto che se il vero e legittimo re è immagine di Dio sulla terra e come tale va onorato e rispettato, il tiranno di Machiavelli, figura che anticipa nel suo ideale il dominio giudaico, è il suo opposto, la negazione di ogni valore morale, il capovolgimento della funzione stessa del sovrano che da massimo interprete delle necessità del suo popolo ne diviene, per motivi egoistici, suo oppressore e sfruttatore.

In questo punto può essere inserito il parallelismo tra il tiranno usurpatore dell’ordine sociale descritto dal Ribadeneyra con l’Anticristo finale. Sant’Ippolito martire raffigura l’Anticristo come ipocrita e maestro di siffatta genìa di politici. Dice che quando si mostrerà al mondo sarà clemente, umano, religioso, amico della giustizia e nemico di corruzioni e regalìe; che non consentirà l’idolatria, onorerà i vecchi e gli uomini canuti e odierà le persone disoneste, i dissipatori e i mormoratori; accoglierà i poveri, proteggerà le vedove e i fanciulli, si comporterà da pacificatore e appianerà le discordie; elargirà regali e ricchezze fingendo in modo così stupefacente che, pur facendo tutto ciò per conquistare il favore popolare e divenire monarca del mondo, quando il popolo stesso verrà a supplicarlo di diventare tale, si farà pregare e darà ad intendere che non vuole e non stima il comando e gli onori, fino a che non si lascerà convincere accettando scettro e corona per sopraffare il mondo. Lascio al lettore ogni attuale interpretazione di questo passo, di cui peraltro avremo certamente occasione di riparlare.

Concludo la piccola esposizione precisando che Il Principe di Ribadeneyra è diviso in due parti (contenute nell’edizione EFFEDIEFFE in un unico volume) : la prima riguarda ciò che devono fare i prìncipi con la religione, come tutori, difensori e figli, quali sono, della Chiesa. La seconda, quello che devono fare per la direzione politica e temporale dei propri regni e le vere perfette virtù delle quali, per bene amministrarli e conservarli, debbono essere adorni.

Il principe cristiano, in definitiva, è un libro bello, edificante e di pregevole cultura; soprattutto, però, è un testo veramente cattolico. Lo ripubblichiamo, quasi per provocazione, in un’epoca durante la quale la politica e gli uomini che la animano non potrebbero essere maggiormente distanti dall’uomo vero, principe e sovrano anzitutto nel suo animo, voluto ed indicato dal Ribadeneyra; ciononostante il lettore scoprirà nel Principe cristiano un’opera eccezionale, da tanti anni non più disponibile; e chissà che in un giorno benedetto, un testo di questo tipo non possa tornare ad animare ed ispirare nuovi capipopolo; nel frattempo potrà servire quale soccorso per bravi sacerdoti, seri genitori e gravi insegnanti, figure chiave della nostra società, che tanto hanno bisogno di esempi di buon comando; e con volontà, una restaurazione cristiana potrebbe sorgere anche da ciò che è più piccolo, ma esemplare. A Dio nulla è impossibile.

Nella mano di Dio è la sovranità del Paese: ed Egli a suo tempo vi susciterà un governatore opportuno. Nelle mani di Dio è la prosperità dell’uomo” (Ecclesiastico, X, 4-5). Siccome tutto dipende da Dio, a Lui va chiesto un buon sovrano. Ogni autorità viene da Dio, ed Egli concede ad ogni nazione i sovrani che le convengono. Se talora permette che i popoli siano governati da empi ed insensati, è perché li vuol castigare; come invece per premiarli dà loro dei capi buoni e sapienti.

Nel frattempo invito chi ci segue editorialmente a proseguire nella preparazione intellettuale, che non deve mai arrestarsi e che deve andare di pari passo a quella dello spirito, perché la battaglia qui descritta infiamma, oggi più che mai. Ne riparleremo quando pubblicheremo il nuovo volume dell’Antico Testamento (I Sapienziali).

Un caro saluto a tutti i lettori.

Lorenzo de Vita


(Il prinicpe cristiano, 416 pp. con bandelle)
 
17,00 euro
19,00 euro
(sconto speciale per i lettori EFFEDIEFFE fino al 25 giugno)

 

  EFFEDIEFFE.com  


 
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Commenti  

 
# cgdv 2018-06-13 11:13
Credo non sia possibile illustrare meglio di così il contenuto e la ragione di un'opera che potremmo dire essere stata appositamente nascosta ai più. Infatti, emerge vivacemente già da questa descrizione quanto un tale trattato si opponga a tutte le tematiche che contraddistingu ono il pensiero moderno.
Giuliano
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