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Gesell e l’etica monetaria cristiana
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Gli economisti ci hanno abituato a pensare che esistano solo due orientamenti economici: quello capitalista e quello comunista, come se non ne esistessero altri. In ambito cristiano, si è molto parlato di una terza via, e sono sorti diversi movimenti volti a percorrerla, generalmente segnati da una limitazione alla radice: tali movimenti esprimevano un corpus di raccomandazioni (anche buone e sagge) ma non erano strutturati come un’autentica teoria, che spiegasse le ragioni e i meccanismi economici, in modo tale da costituire un modello “scientifico” di questa terza via.

A mio parere è stata sottovalutata e incompresa (o più spesso ignorata) l’opera geselliana, quale base teorica più naturalmente compatibile e simbiotica con la morale della Chiesa e quale autentica alternativa agli ormai logori percorsi da secoli conosciuti e praticati.

Ora intendo mostrare l’affinità tra la “Teoria economica a misura d’uomo” di Gesell e la visione economica cristiana. Tuttavia, trattando di una teoria monetaria ed economica, suscettibile di applicazione pratica, non è sufficiente osservarne la moralità, ma occorre anche assicurarne la funzionalità, per evitare di incorrere in pretese utopistiche.

Per questa ragione condurrò in questa sede entrambe le discussioni, quella etica e quella più schiettamente economica.

La divisione del lavoro e la dialettica merci-denaro

Gesell avvia le sue analisi economiche dalla realtà umana concreta. L’uomo ha dei bisogni materiali, che può soddisfare col proprio lavoro. Finché la società ha un’organizzazione primitiva, quindi su base patriarcale a dimensione familiare o di clan, il lavoro è sostanzialmente individuale e ha una resa bassissima, per cui si vive di stenti. Quando si attua la divisione del lavoro, allora sorge la prosperità, grazie a un circolo virtuoso, per cui la produzione aumenta la resa e diventa sovrabbondante. Grazie a questo agio, parte della forza lavoro può applicarsi allo studio, approntando potenti mezzi di produzione e migliorando i metodi. A questo punto nasce il tempo libero e l’uomo può dedicarsi anche alle cure della persona e alla cultura.

Secondo Gesell, la prosperità nasce solo e unicamente dalla divisione del lavoro e da essa, conseguentemente, nasce persino la civiltà. Tuttavia, la divisione del lavoro sarebbe inattuabile senza un efficace mezzo di scambio, che è il denaro, per cui si può dire che la civiltà sia figlia del denaro.

Fin qui l’economista prussiano parla quasi di ovvietà, riprendendo argomenti in parte già esposti da altri autori, anche se lo fa con una chiarezza e una profondità ammirevoli. Però, proseguendo nella sua analisi, sottolinea alcuni aspetti che in precedenza erano stati trascurati.

Le merci, nota Gesell, hanno una natura deperibile: marciscono, arrugginiscono, diventano obsolete, hanno costi di conservazione, cali e perdite. Inoltre, le merci prodotte industrialmente, cioè con la divisione del lavoro, sono del tutto inutili a chi le fa (cosa se ne fa il tessitore di dieci chilometri di stoffa? O il calzolaio di trecento paia di scarpe? Neppure il piccolo agricoltore riesce a consumare tutto ciò che produce) e nascono destinate allo scambio, fin dall’origine. Se poi non vengono vendute, l’imprenditore non ha i soldi per comprare le materie prime e per pagare gli stipendi (1).

Pertanto esiste una costrizione, insita nella caratteristica merceologica degli articoli detenuti, ad offrirli quotidianamente sul mercato, prescindendo completamente dalla volontà e dagli umori del proprietario. Se piova, nevichi o splenda il sole...o anche quando il prezzo sia insoddisfacente...addirittura in perdita, lofferta è sempre pari allintera quantità di merci presente sul mercato (2).

A questo punto vorrei confrontare l’idea classica della divisione del lavoro con quella geselliana.

Adam Smith scrive: Se tutte le parti di uno spillo dovessero esser fatte da un solo uomo, se la stessa persona dovesse estrarre il minerale dalla miniera... un uomo, con tutta la sua laboriosità potrebbe a stento fare uno spillo in un anno. Il fabbricante di spilli, nel produrre questo piccolo oggetto di poco conto, molto opportunamente si preoccupa di dividere il lavoro tra un gran numero di persone...Se questa piccola operazione viene divisa tra diciotto persone, queste persone, complessivamente, faranno più di trentaseimila spilli al giorno... (in questo modo) ciascuno produce seicentomila volte la quantità di lavoro che sarebbe capace di produrre da solo (3).

Leggendo tra le righe, si evince che la scuola classica vede la divisione del lavoro come crescita dell’efficienza individuale del produttore, mentre il mercato sarebbe lo strumento che consente alla collettività di usufruire dei benefici prodotti da questa accresciuta efficienza.

Gesell mette i puntini sulle “i” e ribalta questo concetto: la divisione del lavoro aumenta sì la produttività del singolo, ma poiché questa produttività, considerata individualmente, è inutile, l’unica efficienza che aumenta davvero è quella collettiva, del sistema. E il mercato ha la funzione, inversa, di trasportare al singolo i risultati di questa accresciuta efficienza generale.

Per capire in quale modo venga distribuita la ricchezza, prodotta dalla divisione del lavoro, occorre procedere analizzando il secondo grande componente del mercato. Ecco come lo descrive Gesell.

La domanda è costituita dal denaro che circola sul mercato per acquisire le merci. Questa ha caratteristiche ben differenti dall’offerta. Infatti il denaro non deperisce come le merci e ha costi di conservazione trascurabili. Per questa ragione la sua presenza sul mercato non è obbligatoria e costante come quella delle merci, ma può dipendere dalla volontà e dagli umori del possessore.

Vero è che anche il denaro in sé sia inutile (e alla fine dovrà pur essere offerto, come di fatto accade) ma il proprietario nella contrattazione ha la facoltà di temporeggiare ed attendere le condizioni più favorevoli per l’acquisto, ben sapendo che l’attesa è invece sfavorevole al venditore.

Questa asimmetria strutturale tra merci e denaro ha la caratteristica di tutelare eccessivamente la domanda a tutto danno dell’offerta.

Gesell a questo punto nota che il denaro, rispetto ai beni reali, detiene una particolare anomalia.

Mentre la presenza sul mercato delle merci è inversamente proporzionale alla velocità con cui vengono distribuite fino al consumatore (dunque alla loro “velocità di circolazione”), permanendo il denaro indefinitamente nella sua qualità di mezzo di scambio che incontra solo utenti-possessori ma nessun consumatore...la sua presenza sul mercato non risulterà inversa, ma invece direttamente proporzionale alla sua velocità di circolazione (4).

Ovvero, descrivendo il processo passo passo: quanto più velocemente il denaro circolerà tanto più velocemente si perfezioneranno gli scambi, ma più scambi avvengono (per unità di tempo) più denaro c’è sul mercato. Ora, più denaro sul mercato significa maggior quantità di merce venduta e perciò prodotta, creando così occupazione, ricchezza, benessere.

Infatti mentre l’offerta di merce è un flusso proveniente dalla divisione del lavoro, che transita una sola volta nel mercato per sparire nelle case dei consumatori con una sosta di tempo variabile nei negozi, la domanda non è un flusso, ma una funzione sinusoidale, per cui il venditore si trasforma tosto in compratore e viceversa, sostenendo in questo modo la divisione del lavoro.

Allora ci aspetteremmo che il sistema economico abbia fatto carte false per potenziare il più possibile quella caratteristica – che inizialmente il denaro deterrebbe già innata – di essere istituzionalmente “respinto in circolazione” (5).

E dato che lo stimolo circuitante del denaro è inversamente proporzionale alla sua bontà, cioè alla gratificazione e alla tranquillità economica offertaci dal suo possesso, con un certo umorismo Gesell aggiunge che un tallero sospetto di essere falso è migliore di un fiordiconio e che per aumentare ulteriormente la velocità di circolazione lo si potrebbe impregnare di maleodorante acido solfidrico.

Prima nota etico-economica

Gesell constata che le persone hanno bisogno di beni e servizi e quindi secondariamente abbiano bisogno di denaro per procurarsi i beni e servizi necessari. Questa riflessione minimale, basata sul più elementare buon senso ha la sua ragione di essere, in quanto abbiamo visto che per ottimizzare il sistema fondato sulla divisione del lavoro, il possesso di denaro deve perdurare il meno possibile, il che equivale alla maggior velocità di circolazione possibile.

Questa prima osservazione serve a rimarcare che il possesso o accumulo di denaro NON è ricchezza (basti pensare agli avari che vivono in condizioni miserabili per non intaccare il capitale), ma lo è disporre dei beni e servizi necessari per condurre una vita dignitosa e soddisfacente.

Ora, se noi analizziamo il comandamento “non rubare” ci accorgiamo che esso consta di una parte soggettiva e di una oggettiva. Dal punto di vista soggettivo, cioè dei soggetti implicati, rubare degrada la dignità di chi compie l’atto e depriva del giusto chi lo subisce.

Ma è più interessante, dal punto di vista economico, osservare l’aspetto oggettivo della norma. Come tutti i comandamenti, esso mette in guardia da un pericolo e contemporaneamente offre un’indicazione per la felicità umana. Ebbene, il settimo comandamento propone un suggerimento per ottenere esattamente la prosperità materiale.

Infatti l’atto di rubare implica che:

a) il ladro non lavori, sprecando la sua intelligenza e le sue energie per appropriarsi di un bene già esistente, quando avrebbe potuto crearne altri nel contempo.
b) il ladro compia dei danni per appropriarsi di ciò che desidera.
c) i beni rubati vengano sotto-utilizzati e deprezzati.

Nel complesso, possiamo concludere che il furto, economicamente parlando, sia un gravissimo spreco o, per meglio dire, una perdita di efficienza del sistema. Ciò verso cui indirizza il comandamento è invece di procurarsi tutto il necessario con il lavoro, che si caratterizza come tale proprio perché crea nuova ricchezza, incrementando così l’abbondanza generale.

Il significato della norma etica, dunque, trova la sua ragione nell’indicare il ben vivere e, nel caso di questa norma etica, quell’aspetto del ben vivere che è il buon funzionamento dell’attività sociale lavorativa (sociale perché tale è la divisione del lavoro, inoltre un uomo solo non avrebbe a chi rubare). Cosicché applicando questo principio, possiamo registrare come valore etico-economico tutto ciò che promuove questo buon funzionamento e come disvalore ciò che lo ostacola.

A questo punto abbiamo tutti gli elementi per risolvere economicamente la questione aristotelica, se cioè il denaro debba essere “sterile”. Con questo termine lo stagirita predicava la necessità di usare il denaro solo per scambiare merci, evitando di “far denaro col denaro”.

Grazie all’analisi di Gesell, possiamo concludere, seppur con ventiquattro secoli di ritardo, che Aristotele aveva ragione, in quanto accrescere il possesso di denaro equivale ad accrescere virtualmente la proprietà dei beni esistenti, ma non a crearne di nuovi. La speculazione finanziaria, rallentando lo scambio merci-denaro e così annullando una quota di nuove produzioni, è dunque un ostacolo all’efficienza del sistema, e proprio per questo (esattamente come l’atto di rubare) cattiva.

Qualcuno potrebbe contestare questa conclusione con la scusa che, pur essendo il denaro un bene strumentale, potrebbe essere utilizzato per realizzare uno strumento di maggiori dimensioni, come con un tornio piccolo se ne può costruire uno più grosso. Fuor di metafora, che l’accumulo di capitale da destinarsi a una grande impresa potrebbe giustificare la temporanea distrazione dal mercato della liquidità che deve costituirlo.

Lo stesso Gesell contempla questa evenienza, portando l’esempio di Carnegie, la cui proverbiale avarizia nei confronti dei lavoratori gli consentì di raccogliere il capitale con cui costruì numerose acciaierie a vantaggio dell’economia generale.

L’economista tedesco sottolinea però diversi elementi che sconfessano questa tesi: innanzitutto non è detto che il capitale debba provenire solo dalle tasche dell’imprenditore: contraendo i salari si è rinunciato alla provenienza proletaria del capitale. In secondo luogo, il denaro che ha mancato di circolare sul mercato ha prodotto delle crisi e ha indotto disoccupazione forzata: con ciò è andata perduta una grandissima ricchezza che poteva essere prodotta con i milioni di ore di lavoro annui che non si sono potuti prestare. Infine, seppure la quota sottratta al risparmio dai possibili aumenti salariali fosse stata spesa dagli operai in beni di consumo, non direttamente, ma indirettamente attraverso un aumento del PIL, essa avrebbe potuto confluire comunque nel capitale d’investimento per via sociale o creditizia, ottenendo la possibilità di realizzare le stesse opere pur avendo offerto ai lavoratori un tenore di vita decisamente più umano (6).

A conti fatti, dunque, si può concludere senza eccezioni che il denaro buono è quello che circola -nell’economia reale- cioè quello che Aristotele chiama “sterile” e che, spiega Gesell, è tanto migliore quanto più circola in fretta.

La proposta di Gesell: licemoney

Denaro di ghiaccio, cioè che si scioglie col tempo: questo è il nome che i posteri hanno attribuito alla “moneta libera” geselliana. L’idea è quella di una valuta che per essere spesa deve pagare una tassa settimanale, di importo pari a un millesimo del suo valore nominale. Quindi si tratta di denaro che perde valore, debolmente ma costantemente, in ragione del 5,2% l’anno.

Il metodo pratico con cui Silvio Gesell ne architettò la realizzazione, consisteva in bollini settimanali dell’importo prefissato da acquistare dallo Stato e da attaccare sulla banconota, affinché questa avesse validità (7). Oggi, grazie al denaro elettronico, i metodi per far “sciogliere” il denaro di ghiaccio sono molto più semplici e veloci.

Che cosa comporta questo accorgimento? La prima conseguenza è che il denaro diventa deperibile come le merci, cosicché le contrattazioni per gli acquisti diventano paritetiche. Se col denaro tradizionale l’acquirente può dire al venditore che gli offre qualcosa: “è troppo caro, tientelo” e questi, che ha necessità di piazzare la sua merce, o abbassa il prezzo o subirà il danno del deperimento, in regime di icemoney il venditore potrà rispondere “e allora tu tienti il tuo denaro”, sapendo che anch’esso deperirà. In questo modo sia la domanda sia l’offerta avranno la motivazione per concludere la transazione e concluderla più velocemente possibile.

Al pari dell’offerta, anche la domanda sarà presente stabilmente sul mercato, nella sua interezza e indipendentemente dalla volontà e dagli umori dei detentori.

Una seconda conseguenza è che il denaro non sarà più oggetto di tesaurizzazione, causando così la sua penuria sul mercato. Da questo punto di vista l’icemoney debella la confusione tra mezzo di scambio e mezzo di accumulo, confusione che inceppa la circolazione in quanto ciò che si accumula non circola e ciò che circola non si accumula.

Talvolta sembra che la gente e persino certi economisti non capiscano l’ovvia impossibilità che tutti guadagnino più di quello che spendono. Se 100 è la massa monetaria totale e la comunità che l’adopera è fatta di due persone che partono con 50 a testa non è possibile che entrambi guadagnino 50 e spendano 40, perché la spesa dell’uno è il guadagno dell’altro. Ancora più impossibile che entrambi guadagnino 60, dato che in questo modo si travalicherebbe il limite della massa monetaria (si pretenderebbe di guadagnare del denaro che non esiste). E ciò che vale per i due soggetti dell’esempio vale per qualunque società, per quanto numerosa sia.

Una terza conseguenza consiste nel preservare l’economia dalle crisi. Queste avvengono normalmente (e ciclicamente) perché la saturazione del sistema produttivo non consente più di remunerare il capitale di investimento, che fugge conseguentemente dal mercato. L’assenza di questo denaro dalla circolazione, cioè dalle tasche della gente che quindi ha meno da spendere, provoca un calo delle vendite. Ma il calo delle vendite provoca un calo di produzione e il calo di produzione provoca dei licenziamenti. In questo modo ci sarà una quota crescente di cittadini poveri che causerà un’asfissia della domanda, in un terribile circolo vizioso, distruttivo di tutto il sistema. Se invece tutto il denaro sarà forzato a restare in circolazione (pena l’evaporazione) non mancherà per le spese. E quand’anche ci fosse una certa saturazione di beni sul mercato (ad esempio tutti hanno la lavatrice e non hanno bisogno di acquistarne una nuova) i cittadini avranno del denaro da spendere in servizi inerenti la cultura, lo sport, la cura della persona e ogni genere di attività che accresca la qualità della vita. Se infine non sapessero come spenderlo, ci penserà lo Stato a investire i proventi della tassa settimanale in opere di pubblica utilità. L’autorità monetaria statale, inoltre, in caso ci fosse bisogno di accrescere la velocità di circolazione, può stimolarla alzando la percentuale della tassa di liquidità: ad esempio passando dal 1 x 1000 al 2 x 1000 alla settimana.

Una quarta conseguenza è che l’autorità governativa potrà regolare in modo efficace il sistema monetario. Infatti il denaro non potrà nascondersi o comparire sul mercato secondo la convenienza o i timori dei possessori, ma resterà stabilmente in circolo. A questa condizione, e solo a questa condizione, sarà possibile aumentare o diminuire la massa monetaria totale con esiti efficaci per l’economia. L’esempio contrario lo forniscono gli interventi della Banca Centrale Europea di questi anni (2015) che pur avendo inondato le banche di nuova liquidità con i suoi Quantitative easyng ipermiliardari, non hanno ottenuto nessun risultato tangibile e concreto nell’economia reale.

Quinta conseguenza è che i prezzi resteranno stabili, potendo mutare solo per il sopravvenire di fattori oggettivi e non per la stagnazione delle vendite. In queste condizioni l’icemoney non solo impedirà le crisi ma anche la speculazione finanziaria, che non avrà più elementi d’appiglio, dato che praticamente tutta la speculazione si basa sulla fluttuazione dei prezzi.

Vi è poi un’altra conseguenza al regime monetario di Gesell, di cui però tratterò più dettagliatamente in un paragrafo apposito, che consiste nella massima disponibilità al credito.

Chi si trovasse con un surplus di denaro, o lo presta o lo vede diminuire inesorabilmente.

In tal caso sarebbe il debitore a dire al prestatore: “vi faccio il piacere di accettare questi soldi (8).

Seconda nota etico-economica

Durante la grande guerra Gesell si trova in Svizzera. Quivi, a Berna, tiene una conferenza analizzando le ragioni economiche delle guerre e le condizioni economiche per la pace (9). Esponendo i motivi di coloro secondo cui la guerra è utile, individua il partito più numeroso in quelli che credono che la guerra sia una panacea per risolvere i problemi economici.

Allora si profonde in una spiegazione dei meccanismi basilari dell’economia, per mostrare come la prosperità indotta da un corretto sistema monetario scongiurerebbe quelle crisi che conducono all’estrema (e controproducente) soluzione bellica.

La sua tesi fondamentale è che l’oro, in qualità di denaro accumulabile e non deperibile, conferisce ai suoi gestori un potere eccessivo, poiché tesaurizzandolo e facendolo conseguentemente mancare dalla circolazione, possono inficiare il processo di divisione del lavoro, tenendo così sotto ricatto tutta la società. Cosicché...loro divise la società in classi: da una parte quelli che sudano, imprecano e lavorano e, dallaltra i gaudenti che vivono a spese altrui, avviando quindi entrambi verso personalità asociali e conflittuali, perché anche i primi aspirano a diventare... (come i secondi, nda)... mentre lo spirito di rivolta serpeggia nei repressi...nei finora vincenti capitalisti aleggia tutta la brutalità della volontà di potenza e di tirannia (10).

Riguardo a questo potere eccessivo il Papa, quattordici anni più tardi, ribadisce lo stesso concetto con una sorprendente affinità di ragionamento: E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma laccumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza delleconomia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento (11).

Anche il meccanismo imputato è il medesimo, infatti scrive il Papa: Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive lorganismo economico, e hanno in mano, per così dire, lanima delleconomia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare (12). Se dunque il denaro è come il sangue, cioè adempie alla funzione di distribuire l’alimento economico nei tessuti sociali, la sua concentrazione in pochi organi provoca il deperimento di vaste zone dell’organismo e a nulla serve a quei tessuti che l’organismo “mangi di più” (cioè produca di più, aumenti il PIL e cose simili) poiché tanto non saranno irrorati, cioè resteranno confinati nella miseria.

Come abbiamo letto sopra, Gesell si preoccupa anche degli effetti educativi (o diseducativi) del denaro deperibile (o indeperibile), sia nei confronti del singolo, sia nei confronti della collettività. Infatti i gravi squilibri di ricchezza alimentano nei possidenti un’assuefazione al potere patologica e alienante dalla realtà (13), mentre sospingono i poveri all’invidia e a un insano desiderio di emulazione.

Simile preoccupazione per l’effetto “educativo” delle ricchezze la ritroviamo nientemeno che nel Vangelo, ad esempio: “Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione” (Luca 6,24) e: “Quantè difficile, per coloro che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio” (Luca 18,24). Quindi tanto a livello personale, quanto a livello sociale, il possesso è buono se commisurato ai bisogni, pur non andando disgiunto dai meriti. Così lo esprime l’economista prussiano: Ci si può evolvere solo non più schiacciati dalle necessità quotidiane da privi di bisogni tra privi di bisogni oltre che da liberi tra liberi; che in una società ben organizzata, ricchezza e povertà sono condizioni limite, opposte e insolite, ma comunque inconciliabili con la pace sociale e civile; che ricchezza e povertà non sono altro che catene, la cui vista deve suscitare in ogni uomo libero, non solo orrore ma anche sorpresa e rivolta; dovunque apparse, esse allora siano sempre e prontamente spezzate! (14)

Infine Gesell enuncia lapidariamente il principio del benessere economico, commisurato alla dignità della persona: Perché pace e libertà sono sinonimi ed è veramente libero solo luomo che possa modificare la sua posizione economica, col suo proprio lavoro ed in funzione dei suoi fabbisogni (15). Anche in questo caso sembra che la concordanza con la Bibbia sia molto stretta, se ad esempio si confronta il salmo 127: Beato luomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie. Vivrai del lavoro delle tue mani, sarai felice e godrai dogni bene (Sal 127,1-2). Gesell, laicamente, chiama “libero” e “in pace” l’uomo che può soddisfare i propri bisogni col proprio lavoro, la Bibbia, con allocuzione più religiosa, descrive tale uomo come “beato”.

La preoccupazione di Gesell è quella di istituire un sistema monetario che consenta a chiunque di mantenersi col proprio lavoro, il che implica automaticamente due obiettivi: la piena occupazione e la possibilità per il lavoratore di appropriarsi di tutto il provento (o del massimo possibile) del proprio lavoro. Il principale nemico di entrambi questi obiettivi sono i profitti da capitale. Non necessariamente le tasse, che possono essere viste come un prezzo anche molto conveniente per tutta una serie di servizi ottenibili in contraccambio (16), ma necessariamente gli interessi, inversamente proporzionali all’occupazione e agenti di erosione delle retribuzioni.

Se dunque nella prima nota etica ho sottolineato come il denaro migliore sia quello fatto per lo scambio (cioè per la circolazione) e strutturato in modo da circolare il più possibile, in questa seconda nota ho rimarcato come la moneta “etica” abbia un influsso sulla mentalità dei singoli e sui costumi economici della società. L’icemoney ottempera a questi fini e risolve anche il nodo centrale che affronto nel prossimo capitolo.

Gli interessi

Le ragioni degli interessi


È un fatto che nella storia dell’umanità il prestito di denaro si sia pressoché sempre accompagnato dalla richiesta di una restituzione maggiorata, a interesse. Anche nelle società monoteiste (cristiana, ebraica e islamica) nonostante le reprimende religiose che vietavano questo costume, lo si praticò largamente, più spesso tramite aggiramenti cavillosi della norma e talvolta direttamente in disubbidienza alla stessa.

La prassi del prestito a interesse non si può dunque imputare alla consuetudine o alla pressione culturale, ma deve discendere da qualche causa precisa.

Alla ricerca di questa causa, Gesell consulta l’economista che all’epoca, su questo tema, rappresentava lo stato dell’arte, cioè Bohm-Bawerk (17), che nel suo Capital and Interest (1884), si chiede perché il capitalista riceve gli interessi. Le possibili risposte fanno capo a sei filoni interpretativi, che riporto di seguito.

Teoria della produttività: i profitti da capitale sono giustificati dal fatto che senza capitale non si realizzerebbero beni strumentali indispensabili per la produzione.

Teoria della redditività: Bohm-Bawerk computa un valore al costo per i beni strumentali e, in base a quello, calcola la differenza di reddito che si genera, attribuendone il merito al capitale, che dunque deve esserne compensato con gli interessi.

Teoria dellastinenza: gli uomini sono spendaccioni, spreconi e improvvidi, consumando oggi ciò che serve domani. Pertanto i pochi accorti e virtuosi accumulano capitale, che crea disparità tra domanda e offerta finanziaria da cui nascono gli interessi. E senza gli interessi non esisterebbe incentivo all’educazione di un’umanità dissipatrice (quindi l’interesse sarebbe un premio alla virtù!) né esisterebbero risparmio e capitale.

Teoria (marxista) dello sfruttamento: considera i profitti da capitale un abuso espropriativo dovuto al fatto che i proprietari dei beni strumentali sottraggono il dovuto agli operai, facendo leva sulla propria posizione di forza.

Teoria della fruttificazione: se coi soldi si fosse comprato un podere, questo nel tempo avrebbe reso. Dunque è lecito pretendere che ogni uso del denaro renda un interesse col passar del tempo.

Teorie di lavoro: i profitti da capitale sarebbero il frutto del lavoro del capitalista (!).

Gesell confuta tutte e sei queste teorie, con acume, precisione, esatta pertinenza all’argomento, nonché con una meritata dose di ironia. Per non dilungarmi troppo accenno alle critiche alle prime tre spiegazioni, in quanto un po’ più credibili delle successive, decisamente inconsistenti (18).

Che gli interessi siano giustificati dalla funzione indispensabile dei beni strumentali, senza cui il lavoro renderebbe poco-niente, penalizza i meriti del lavoro: se infatti nessuno utilizzasse i beni strumentali questi non renderebbero niente e non avrebbero alcun valore. Inoltre non si capisce perché la fornitura di soldi debba essere remunerata a interesse e non quella dei progettisti e costruttori dei beni strumentali, dato che un macchinario di produzione funziona per anni, mentre il capitale di investimento è servito una volta sola per l’acquisto. In realtà la legge della domanda e dell’offerta è alterata, in quanto la domanda (di capitale monetario) è sostenuta dall’eccezionale utilità dei beni strumentali, ma nessuno si preoccupa, di converso, di potenziare l’offerta.

Cosicché il capitalismo si presenta come il sistema economico che facendo scarseggiare gli investimenti ne assicura i profitti. Non solo, ma tende a stabilire una guerra tra generazioni (il creditore -anziano-sfrutta il debitore -giovane-) anziché un rapporto padri-figli. Questo per quanto concerne la teoria della produttività.

La teoria della redditività viene criticata per via di un concetto errato di valore intrinseco. Chiaramente nel caso dei beni strumentali far coincidere il valore della macchina o del podere con il costo dei componenti o il prezzo merceologico della nuda proprietà è fuorviante, in quanto non considera l’utilità degli stessi. È come vendere una mucca viva e di razza pregiata al prezzo di carne da macello, senza tener conto del latte e dei vitelli che può produrre. Anche quando si vende un’azienda il calcolo del prezzo è fatto in base alla capitalizzazione del reddito (quindi in base alla redditività) e non certo in base a un presunto valore statico, il che dimostra che nessuno crede davvero a questo argomento.

La teoria dell’astinenza, che può apparire ingannevolmente corretta per via di una giustificazione pseudomoralistica, viene stigmatizzata con ben tre gravi critiche:

1) se gli uomini sono dissipatori e spensierati sul futuro, come ci si può arrischiare a prestare loro del denaro? Che poi è il mezzo tramite cui il capitalista arricchisce.

2) I primi spreconi sono proprio i capitalisti, che, lesinando i finanziamenti per non far scendere il saggio di interesse, sprecano la laboriosità del popolo e lo sottopongono a disoccupazione forzata, supremo schiaffo alla miseria.

3) La stoica parsimonia che fosse esercitata dalla classe operaia, riuscirebbe, al termine di tanti sacrifici, a consumare il risparmio dei poveretti con una bella crisi da sovrapproduzione (contrazione della domanda e successiva disoccupazione per l’operaio-risparmiatore).

Ma allora qual è la causa degli interessi?

Quando si presta un oggetto, ad esempio un ombrello, il proprietario non chiede la restituzione con l’aggiunta di una tela di scorta o di un manico di ricambio, ma vige il principio che il bene prestato venga restituito nelle stesse condizioni in cui si trovava. E questo principio vale persino per un bene strumentale, quale una zappa per coltivare l’orto. Se non vale per il denaro è perché il denaro possiede qualche caratteristica differente da quelle di tutte le altre merci.

Gesell si chiede quale sia questa caratteristica e la individua nella possibilità di esercitare un potere coercitivo (potendo ritardare la transazione nella trattativa commerciale e impedirla del tutto in quella finanziaria) che gli consente di acquisire un vantaggio che chiama “premio di liquidità” (19). Mentre chi lavora può lavorare meglio degli altri quindi far apprezzare maggiormente i propri prodotti, ma non può ostacolare il lavoro altrui, chi fornisce denaro può bloccare il flusso e persino la produzione delle merci, vanificando così la divisione del lavoro.

Dunque il potere del denaro non sta tanto in ciò che si può fare con esso, ma in ciò che può impedire facendosi mancare, ed è quindi un potere di natura squisitamente ricattatoria.

Solo l’utente finale, che acquista un bene di consumo per adoperarlo, non si accaparra il premio di liquidità, in quanto è a sua volta vincolato dai propri bisogni. Ma in qualunque trattativa commerciale, in cui cioè si acquisti una quantità di merci superiore ai propri bisogni, il denaro si avvantaggia su tutte le altre merci.

Il saggio di interesse dunque è una riscossione a posteriori del premio di liquidità: il capitalista ipotizza di usare commercialmente il suo denaro (come se comprasse e rivendesse merci in modo ininterrotto) e pretende che gli sia corrisposto dal debitore il vantaggio derivato dall’impiego del contante per tutto il tempo per cui se ne priva. Naturalmente può imporre questa sua pretesa dosando l’offerta di capitale in modo che sia perennemente (e quasi per definizione) inferiore alla domanda, cosicché la concessione del prestito avrà sempre più valore rispetto alla richiesta dello stesso.

L’esperienza millenaria ha permesso di stimare quantitativamente il premio di liquidità, che si attesta tra il 4% e il 5% annuo, che quella nostra comoda sorgente fa zampillare dal nulla, indiscutibilmente è terribilmente comodo, essendo lunico valore al mondo non prodotto dal lavoro umano; chi allora sarebbe così matto da comprare ad esempio, mattoni, calce, travi etc, non con lintenzione di rivenderli..., ma come immobilizzo duraturo – cioè per costruire: egli, oltre a privarsi delliniziale liquidità, inaridirebbe quella preziosa sorgente per avere una casa; al massimo un simile comportamento autolesionista e sacrificale può giusto esser fatto per la propria abitazione, ma non certo per costruire quelle necessarie ad estranei, che così non verrebbero mai costruite, perché chi ha i soldi non ha interesse a farlo, mentre chi ha interesse a farlo non ha i soldi. Allora, onde superare questa situazione di stallo, si è consensualmente convenuto che lusufruitore di qualunque immobilizzo duraturo corrisponderà unindennità sostitutiva dello scomparso premio di liquidità, didentico importo, chiamato saggio di interesse, la cui consuetudine ormai è ovunque un dato di fatto... (20)

Questa dunque è la base su cui ragiona il prestatore di denaro. Naturalmente non significa che il saggio di interesse sia sempre dello stesso importo, infatti il premio di liquidità è il componente base, ma non l’unico, degli interessi: coefficienti di rischio e compensazione dell’inflazione agiscono sull’importo totale, così pure il rapporto tra le richieste di finanziamento e l’offerta monetaria.

Tuttavia, sia il premio di liquidità, sia l’interesse che da esso discende, tendono ad autoregolarsi entro certi limiti massimi e minimi. Se il premio di liquidità cercasse di accaparrarsi tutto il vantaggio della divisione del lavoro, l’economia regredirebbe allo stadio primitivo e il commercio avrebbe ucciso la gallina dalle uova d’oro. Inoltre, prima di giungere a questa conseguenza estrema, attiverebbe i canali alternativi di smercio, come la vendita in conto deposito e il baratto, che fungerebbero da agenti calmieranti. Quando il premio di liquidità fosse troppo basso, gli acquirenti non farebbero altro che rimandare l’acquisto a un “momento più favorevole” e la deperibilità delle merci e le necessità aziendali indurrebbero immediatamente i produttori ad abbassare le loro pretese.

Analogamente accade per gli interessi: se sono troppo elevati provocano un rincaro dei prezzi che ridimensiona il potere d’acquisto della restituzione; se troppo bassi inducono il denaro ad arroccarsi nell’attesa, finché il bisogno non costringa i debitori ad accordare condizioni più vantaggiose per il capitalista.

Le conseguenze degli interessi

Il primo evidente effetto degli interessi è quello di operare un continuo trasferimento di proprietà dai poveri (che prendono in prestito) verso i ricchi. Il lavoratore proletario ben difficilmente contrae prestiti, tuttavia paga la quota interessi presente nel carrello della spesa e nella cartella esattoriale (21), col risultato che il potere d’acquisto del suo salario viene drasticamente decurtato: in conclusione non paga gli interessi perché è proletario, ma è proletario perché paga gli interessi! Finché esiste l’istituto dell’interesse, il solco scavato tra i ricchi e i poveri tende necessariamente e inarrestabilmente ad ampliarsi (22).

Altra conseguenza sono le crisi: quando la situazione economica di un Paese si sviluppa e matura, diminuisce sensibilmente il bisogno di beni strumentali e con esso diminuisce il bisogno di finanziamenti, pertanto, al calare della domanda cala anche il profitto dell’offerta finanziaria, cioè cala il saggio di interesse. In queste condizioni il denaro si ritira del tutto dal mercato inducendo una crisi da deflazione, dinamica che Gesell descrive come stroncamento degli investimenti per scarsità di profitti ricavabili (23). E poiché questo iter si ripete ininterrottamente ed endemicamente, gli interessi sono quindi nemici dei periodi di prosperità generale.

Infine gli interessi sono nemici della piena occupazione, dato che le crisi producono disoccupazione forzata. Disoccupazione che il sistema capitalistico non subisce suo malgrado, ma che è funzionale alla sua operatività: ecco allora il denaro tradizionale (indeperibile, nda)… subdolamente e regolarmente creare, a mezzo disoccupazione forzata, una quantità di nullatenenti e senza tetto, insomma di proletari, la cui esistenza è necessaria e sufficiente alla redditività degli investimenti (24). Se infatti l’imprenditore non disponesse di un serbatoio di mano d’opera a basso costo, costituito dalla massa di poveretti costretti a scegliere fra il poco o il nulla, date le sue maggiori spese di personale si troverebbe frequentemente nella condizione di non riuscire a sostenere il servizio del debito (le rate di capitale più interessi). Quindi sarebbe costretto o a non indebitarsi neppure, rinunziando all’investimento, o a rischiare l’insolvenza, a tutto danno del capitalista. Ecco perché Gesell ribadisce il concetto che senza il proletariato non ci sarebbe la possibilità di remunerare linvestimento produttivo (25).

La fine degli interessi

Gesell non fa mistero che l’icemoney tende per sua natura a stroncare i profitti da capitale e, anzi, lo vanta come il suo risultato più spettacolare.

Ho già illustrato sopra l’effetto della deperibilità del denaro sull’interscambio commerciale: parificandosi le condizioni della domanda e dell’offerta, il premio di liquidità scompare.

Tuttavia gli interessi per un po’ resterebbero attivi, in quanto i bisogni di investimento sarebbero maggiori dei capitali offerti in prestito: ...la nostra multicolore nuova banconota, non potrà, ovviamente, sopperire in un amen alla mancanza di case, navi, fabbriche... (26).

Già in questa prima fase però, le condizioni di impiego del capitale finanziario sarebbero profondamente mutate: infatti il denaro accumulato non avrebbe alternative al di fuori di offrirsi sul mercato dell’investimento. Stare fermo? Perderebbe valore. Impiegarlo nel commercio? Non spunterebbe più alcun vantaggio sulle merci. Ed ogni forma di speculazione si scontrerebbe con la stabilità dei prezzi.

A questo punto, una volta realizzate le opere per ottenere un livello di benessere accettabile per tutti, anche la domanda di capitale finanziario diminuirebbe, costringendo il saggio di interesse a calare. Così Gesell: con il lavoro indefesso, instancabile ed a ciò finalizzato dellintero popolo, sarà possibile, in poco tempo e senza ulteriori problemi, ricondurre lofferta finanziaria, per qualunque tipo di investimento, a eguagliarne la domanda... (Quindi il) saggio di interesse totale, tenderebbe ovunque ed immancabilmente ad azzerarsi (27).

Silvio Gesell analizza, discute ed espone le nuove condizioni del risparmio e della formazione del capitale in un regime di moneta deperibile, tema interessante ma troppo secondario rispetto alla trattazione centrale di questo saggio per essere qui sviscerato. Riporto solo le sue conclusioni: non mancheranno né energie né mezzi per saturare di capitale limmenso oceano della necessità dinvestimento a medio/lungo termine; lo stimolo e la volontà di finanziare questi investimenti a lunga scadenza (case in affitto, fabbriche, navi, etc) non verrebbero meno anche quando, dopo lintroduzione dellicemoney, non produrranno più incremento patrimoniale, ma solo reddito nel suo senso etimologico (28). Così, anche se queste immobilizzazioni ormai non offriranno più incrementi patrimoniali parassitari, esse saranno ugualmente ambite, per evitarsi la perdita da squagliamento monetario e le spese di conservazione e custodia di questi accantonamenti fino al momento delleffettivo bisogno; e in questo modo, dato che i giovani risparmiano per la vecchiaia e tra il primo e il secondo momento intercorrono parecchi decenni, le necessità pensionistiche vengono trasformate in investimenti, con ampio valore e significato sociale (29).

La soluzione che Gesell propone è quindi non di gratificare il denaro per circolare, quando viene speso o prestato (come accade con la moneta indeperibile) ma, simmetricamente, di punirlo quando sta fermo. E dato che la tassa ipotizzata è di entità corrispondente al premio di liquidità, andrebbe ad annullare il vantaggio che il contante fa valere nei confronti delle merci. Sottraendo al denaro il premio di liquidità scomparirebbe anche la causa degli interessi.

In questo modo la contrattazione finanziaria sarebbe sottoposta alla sola legge della domanda e dell’offerta, in termini realistici e non alterati dall’artificiosa scarsità dell’offerta di capitale, che col denaro indeperibile può sdegnosamente ritirarsi dal mercato se non gratificato di idonea retribuzione. In queste condizioni gli interessi graviterebbero attorno allo zero, con punte negative nei periodi di maggior prosperità.

I vantaggi di reprimere la rendita finanziaria attraverso l’icemoney, piuttosto che per via politica (tramite una legge di divieto) sono due: il primo che gli interessi sparirebbero per la sola legge della domanda e dell’offerta, quindi in modo naturale e condiviso da tutti, senza tentativi di aggiramento della norma. Il secondo che non solo l’aspetto finanziario ma anche quello commerciale e quindi tutto il circuito economico ne trarrebbe beneficio, come ho spiegato descrivendo le caratteristiche dell’icemoney nell’apposito paragrafo.

Terza nota etico-economica

La Scrittura ha condannato gli interessi e la Chiesa li ha vietati per secoli, pur riconoscendo le dovute eccezioni (30). La spiegazione geselliana dell’origine e causa degli interessi si configura, a una prima superficiale analisi, come lucrum cessans, ovvero come compenso per la perdita di profitto del prestatore (una delle eccezioni ammesse). Tuttavia risulta anomalo che il lucro di cui il capitalista lamenta la perdita sia del tutto virtuale: infatti la maggior parte dei prestatori di denaro non lo stavano adoperando prima del prestito e non si sono mai impegnati in attività commerciali. Pertanto richiedono l’indennizzo non di ciò che abitualmente guadagnano, ma di ciò che potrebbero guadagnare (lavorando e rischiando, cosa che si guardano bene dal fare!).

Gesell, inoltre, dimostra che anche quella parte del lucro commerciale dovuto all’aggio che il denaro esercita sulle merci, è sostanzialmente non dovuta, in quanto dipende da un mal congegnato sistema monetario. Pertanto, spiegando la genesi dell’interesse come conseguenza del premio di liquidità, mostra che gli interessi scaturirebbero dalla richiesta di un indennizzo per la perdita di un guadagno non dovuto.

Trattando dell’economia reale, Gesell constata che il risparmio nasce da una produzione di merci superiore alle immediate necessità. Ed espone il principio, condiviso sempre e da tutti, che quando qualcuno risparmia gli deve essere consentito di fruirne o farne usufruire altra persona, a condizione che questa debba restituire la stessa quantità e qualità di prodotto, sia senza interessi che senza perdita (31). Tuttavia, contemplando la dinamica delle operazioni di risparmio, sottolinea un aspetto trascurato da tutti gli economisti precedenti, cioè che ...la semplice restituzione di beni materiali imprestati rappresenta per il concedente una contropartita corretta e remunerativa, perché lo esonera dal costo e dai pericoli della loro conservazione (32).

Da questi due cardini dell’etica economica è sempre sfuggito il denaro tradizionale (quello indeperibile) in quanto possessore di caratteristiche che lo distinguevano da tutte le altre merci. Invece l’icemoney si eguaglia a tutte le altre categorie merceologiche e sottostà naturalmente ai due principi sopraesposti. La restituzione nel futuro di una quantità di icemoney identica a quella prestata è un vantaggio per il concedente; se infatti questi avesse semplicemente conservato i suoi soldi, avrebbe perso il 5,2% all’anno.

Ecco che allora Gesell grida appassionatamente: perché e per chi si dovrebbero pagare i profitti di capitale, dato che la divisione del lavoro - sola a innescare il benessere generale – continuerebbe ad assicurarlo anche in presenza di un tipo di denaro deperibile, che cioè non li consentisse? (33)

Che il “Sistema economico a misura d’uomo” sia stato elaborato come risposta a esigenze di tipo etico appare chiaramente dagli stessi discorsi che Gesell vi inserisce. Ecco qualche passo significativo.

Cristianesimo e profitti di capitale sono diametralmente opposti, almeno quanto il Creatore lo è dallavventurismo, usura, parassitismo, criminalità, delinquenza rivolta e violenza, con cui ha davvero ben poco da spartire (34).

E poi:

Bisogna finirla tanto con i redditieri che coi proletari, ma soprattutto finirla con i profitti di capitale, questa è davvero autentica opera di pace! Eliminati i profitti di capitale, ognuno dovrà impastare il proprio pane quotidiano col sudore della sua fronte: solo chi mangia di questo pane sarà ovunque operatore di pace (35).

Ma la cosa particolarmente bella è che Gesell non si limita a reclamare dei risultati, ma fornisce lo strumento adeguato a raggiungerli. Uno strumento interno all’economia e non un’imposizione esterna, fondato sulla prima e più universale regola di questa disciplina, cioè la legge della domanda e dell’offerta. Nel terzo libro della sua opera, l’economista prussiano fa delle osservazioni su tale legge e a riguardo dice: Una simile “scoperta epocale”, pur non meno ovvia e scontata di quella di Newton, della gravitazione universale, come questa per la fisica, è altrettanto fondamentalmente importante per leconomia (36). Dicendo con queste parole che i comportamenti che concorrono a formare i prezzi sono ripetitivi per ogni luogo ed epoca, dipendendo dalla natura stessa dell’uomo.

E che quindi il suo sistema, procedendo dalla legge della domanda e dell’offerta, deriva in qualche modo dalla legge naturale.

La critica di Keynes

Nella sua “Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta”, Keynes afferma di non aver ben capito le idee di Gesell, finché non le ha ricostruite in base alla sua teoria (37).

In prima battuta contesta a Gesell di non aver spiegato perché il tasso di interesse del prestito monetario non solo non possa essere negativo, ma debba essere positivo. Lo accusa anche di aver trascurato il concetto di preferenza per la liquidità e, con ciò, di aver lasciato la sua teoria a metà.

Questi rilievi sono semplicemente falsi, in quanto Gesell discute a lungo la causa degli interessi, tanto da soffermarsi a confutare le sei tesi di Bohm-Bawerk (che, peraltro, nella quasi totalità sono sconcertantemente deboli) e alla fine conclude, come abbiamo esposto sopra, che il saggio di interesse deriva direttamente dal premio di liquidità. Quindi, nella trattazione di questo argomento, Gesell sopravanza nettamente Keynes, dato che per il britannico la causa dell’interesse sarebbe un fattore meramente psicologico quale la preferenza per la liquidità, mentre il premio di liquidità del prussiano è un fattore intrinsecamente economico che deriva da certe “precise caratteristiche” di cui gode in generale il denaro (caratteristiche che Auriti definirà in modo esplicito, stabilendo che la moneta è un bene immateriale e che vale per convenzione).

Accantonando dunque queste osservazioni di metodo, che dipendono probabilmente da un’imperfetta conoscenza dell’opera di Gesell, si giunge alla critica vera e propria che Keynes avanza nei confronti del’ icemoney: il denaro non è l’unico bene a godere del premio di liquidità, ma è quello che lo possiede in misura maggiore; se dunque si deprivasse la cartamoneta del suo premio di liquiditàsi introdurrebbero una serie di surrogati: moneta bancaria, crediti a vista, monete estere, gioielli e metalli preziosi in genere e così via (38).

Questa osservazione, che rappresenta l’unica vera critica funzionale di Keynes all’icemoney (e che ho sentito personalmente riprendere da almeno due docenti universitari di economia) sembra non aver colto né le molteplici finalità della moneta geselliana, né le dinamiche della circolazione monetaria.

Per capire bene gli effetti e le implicazioni dell’uso del denaro deperibile, conviene immaginare che questo sia moneta di Stato e quindi soppesarne le conseguenze.

In primo luogo diventerebbe conveniente spendere il denaro in fretta e prestarlo a tasso zero. Dato che i surrogati menzionati da Keynes non sarebbero gravati dalla tassa settimanale, risulterebbe appetibile detenerli: detenerli, appunto, e non spenderli né prestarli, se non a interesse. Questa prima constatazione ci dice già parecchie cose: che avremmo una moneta deperibile molto usata e dei surrogati molto meno usati, proprio come afferma la legge di Gresham: “la moneta cattiva scaccia quella buona” (39); poi si nota che tutti cercherebbero di tesaurizzare i titoli non deperibili e spendere l’icemoney, realizzando così uno dei principali propositi di Gesell, ovvero di separare il il mezzo di scambio dal mezzo di accumulo. In terzo luogo, un qualunque soggetto che volesse prendere in prestito del denaro, preferirebbe contrarre un debito in icemoney a tasso zero, piuttosto che un debito in surrogato a interesse, col risultato che i surrogati, già piuttosto immobili a causa della loro natura favorevole alla tesaurizzazione, lo sarebbero ancor di più per il loro svantaggio competitivo al credito: in una parola sarebbero meno liquidi, perdendo con ciò parte del loro premio di liquidità e quindi della possibilità di riscuotere interessi.

Infine si può scongiurare l’ipotesi estrema, ovvero che l’icemoney fosse accantonato a favore di surrogati reperibili al cambio nero, come accade in certi Paesi del terzo mondo: in quei luoghi infatti la moneta non perde, sotto forma di inflazione, il 5% l’anno, come il denaro di Gesell, bensì il 5% alla settimana o al giorno, screditando così tutto il sistema dei pagamenti. È chiaro che le due situazioni hanno enormi differenze nemmeno lontanamente paragonabili, senza contare la distanza psicologica tra il vedere i prezzi in salita con l’inflazione e i prezzi stabili col denaro di Gesell.

E se pure accadesse che i surrogati acquisissero maggiore liquidità, come Keynes suggerisce e come io reputo impossibile per i motivi ora esposti, resterebbe il fatto che l’icemoney (soggetto oltretutto a continua domanda per pagare le tasse) resterebbe stabilmente in circolazione preservando l’economia dalle crisi di deflazione, così come può farlo, seppure in misura minore, una moneta complementare.

A questo proposito non è un caso che Irving Fisher concordasse con Gesell, come riferisce lo stesso Keynes (40). Infatti le ricerche del professor Fisher l’avevano portato a concludere che tutte le crisi e soprattutto le più gravi fossero state caratterizzate da una drastica contrazione della liquidità, che in era moderna si verificava sempre nei depositi a vista soggetti all’emissione di assegni (quelli che noi chiamiamo conti correnti) (41). E questo a causa della facoltà delle banche di creare dal nulla, ma anche nel nulla annichilire, il denaro scritturale che costituisce l’oggetto primario della loro attività. Proprio in forza di queste constatazioni Fisher aveva proposto come rimedio la riserva bancaria al 100%.

Nessuna sorpresa dunque che approvasse la proposta geselliana, che forza tutto il denaro a restare in liquida circolazione sul mercato, perché entrambi questi provvedimenti (riserva al 100% e icemoney) sono finalizzati a ottenere abbondanza e stabilità degli scambi attraverso un sistema monetario efficiente e sicuro.

Per quanto concerne la critica di Keynes, devo concludere che essa dimostra solo la verità del suo assunto iniziale, ovvero che, in pratica, l’economista britannico non è mai riuscito a capire Gesell.

Il conflitto capitale-lavoro

Non si può negare che esista un problema nella suddivisione dei compiti della società, non nell’ordine gerarchico, perché anche dirigere è un lavoro, ma nel fatto che molti prestino un’opera che viene remunerata (poco) in quanto utile, e pochi prestino una proprietà, senza aggiungere assolutamente nulla a quanto esiste già, che viene remunerata (molto) come se fosse molto utile o indispensabile.

In effetti tra l’utilità del lavoro, che crea continuamente nuovi beni e servizi, e l’utilità del capitale, che non apporta novità ma può impedirne l’insorgere, esiste una differenza qualitativa, che fa percepire un’ingiustizia nel diverso trattamento delle persone. Infatti alle une viene riconosciuto un merito per ciò che fanno, alle altre un merito per ciò che possiedono, anche quando non abbiano fatto nulla per guadagnarsi la proprietà del capitale (il quale inoltre esercita un potere di natura ricattatoria, come abbiamo visto nei paragrafi precedenti). Queste differenze tendono effettivamente a suddividere gli uomini in classi, che godono di condizioni di vita e opportunità di sviluppo piuttosto distanti fra loro.

Marx aveva indicato la discriminante nel possesso dei mezzi di produzione, ponendo invece una perfetta equivalenza tra merci e denaro. Gesell stigmatizza questo clamoroso strafalcione, criticandolo severamente nel secondo capitolo del quinto libro: ma così, non riconoscendogli (al denaro tradizionale nda) alcun speciale potere, Marx non poteva che non accorgersi di quello sfruttamento del consumatore attuato dalla cosiddetta Internazionale delloro, dalla Borsa e dallusura. Egli non savvede ...di quella disponibilità di forza bruta, di strumento di coercizionepresupposti invece indispensabili dellaggiotaggio, di cui son realmente provvisti il possessore di denaro ed i re della borsae che invece Marx attribuisce in esclusiva ai proprietari dei beni strumentali (42).

Con queste parole Gesell profetizza (nel 1917 data di pubblicazione del “Sistema economico...”) che anche statalizzando i mezzi di produzione, il premio di liquidità e l’interesse avrebbero prodotto uno sfruttamento del popolo russo, puntualmente avvenuto (43). E anticipando Spengler di almeno tre anni si indigna che ...attualmente, ovunque nel mondo, il servizio di guardia davanti al tempio di mammona sia svolto dalla Guardia Rossa (44).

L’icemoney appiana gran parte del conflitto, ponendo in essere una reale parificazione tra merci e denaro, tuttavia non risolve del tutto il problema del reddito da proprietà, quando questa concerna il fondo agrario, i siti estrattivi e i terreni edificabili.

Conviene citare qui l’interessante proposta del distributismo, movimento fondato in Inghilterra nel 1913 ed esposto con un programma completo nel 1925. Esso prevede un’organizzazione dello Stato sotto il profilo politico, sociale e anche economico. Il contributo più rilevante del movimento a livello economico è la proposta di sanare il conflitto tra capitale e lavoro attribuendo (almeno una) parte della proprietà dell’impresa a tutti coloro che vi lavorano.

La proposta è valida e interessante anche se incompleta, tant’è che ai nostri giorni la scuola distributista, rappresentata tra gli altri dall’economista accademico John Médaille, ha dovuto fare i conti anche col problema monetario, appoggiandosi (giustamente) al movimento Positive Money.

La finalità e lefficienza della socializzazione dimpresa si intuiscono facilmente, anche se forse il distributismo potrebbe specificare meglio come realizzarla. Comunque, almeno una volta nella storia, fu applicata con grande successo nella R.S.I. (Repubblica di Salò), dimostrando l’attuabilità e la bontà del progetto. Carenza del distributismo è invece una teoria economica completa, ragione per cui è stato tenuto ai margini delle discussioni teoriche.

A Gesell non poteva sfuggire il problema e lo risolve con il programma liberterra a cui dedica tutto il secondo libro della sua opera. La sua proposta consiste nell’acquisizione da parte dello Stato di tutti i terreni, miniere, fabbriche e abitazioni d’affitto, per quindi concedere il diritto di esercitare nei vari siti le attività agricole, affittuarie ed estrattive, contro un canone annuale. La concessione di utilizzo può anche avere durata vitalizia con diritto di prelazione per gli eredi, in modo da incoraggiare gli investimenti e, al tempo stesso, può essere ceduta ad altri che subentrano, quando necessità di qualunque genere spingano il contraente a mutare luogo o attività.

Gesell critica il concetto stesso di proprietà della terra, che il più delle volte si fonda storicamente su soprusi o fatti di sangue, mentre concettualmente il mondo appartiene ad ogni uomo. La sua proposta, marcatamente socialista, non violerebbe però la proprietà privata, in quanto lo Stato non opererebbe un esproprio delle terre, ma le acquisterebbe tutte, utilizzando poi le entrate dei canoni per corrispondere le rate degli ammortamenti.

Anche a questo riguardo si può portare un esempio: gli hotel di Londra, che non sono in vendita ma in concessione di attività. Chi desidera condurli paga il canone annuale e si regola come crede nella manutenzione o restyling dell’immobile, nell’impostazione del servizio e nelle tariffe. E anche questo esempio, tutt’ora in funzione, gode di buona salute.

A ben vedere la socializzazione d’impresa e il programma liberterra risolvono entrambi il conflitto capitale-lavoro, in modo all’incirca simmetrico, ma con qualche differenza. Nel primo caso si frazione la proprietà aziendale in senso verticale, ripartendola tra i cointeressati, nel secondo caso si fraziona la proprietà orizzontalmente, limitandola al diritto di usufrutto.

La proposta distributista costringe tutti a diventare almeno in parte imprenditori, mentre quella geselliana permette l’esistenza del lavoro dipendente, anche se limita l’attività e il profitto imprenditoriali all’aspetto del lavoro, escludendo il possesso della nuda proprietà. Altra differenza è che la socializzazione d’impresa lascia aperto il problema del capitale d’avviamento, che ben difficilmente potrà essere fornito dai lavoratori e che quindi si predispone a diventare una comoda mangiatoia per i capitalisti (salvo intervento statale, che riporterebbe anche questo progetto, piaccia o non piaccia, nell’alveo del socialismo).

Il problema della finanza

Con una massa monetaria perennemente in circolazione, grazie all’effetto dell’icemoney, trovare finanziamenti per le aziende non sarà un problema. Però, tale massa liquida, sarà fatalmente frazionata, e quindi sempre facilmente reperibile per i piccoli investimenti, a misura delle piccole e medie imprese, ma per i grandi progetti?

Sarebbe gravemente sbagliato ignorare l’importanza delle grandi imprese, che pur quando non producono risultati diretti particolarmente significativi, attivano un indotto e promuovono dei progressi indiretti o collaterali assolutamente importanti. Si provi a pensare al progetto della NASA e alle sue missioni spaziali: pur essendo lo scopo totalmente inutile e puramente dimostrativo (la “conquista della luna”) lo sforzo tecnologico, industriale e di ricerca necessario alla missione produsse molteplici brevetti e progressi che ebbero ricadute positive nella vita di tutti i giorni, con annesso incremento della ricchezza.

Si potrebbe anche obiettare che la finanza del mondo reale, quella privata a scopo di lucro dei nostri giorni, non attiva più progetti veri e propri, ma si è fossilizzata a far denaro col denaro, producendo solo debiti di gioco d’azzardo, ché tale è la speculazione, soprattutto in derivati. Di conseguenza si potrebbe addirittura abolire del tutto la finanza di grandi dimensioni, poiché tale rinunzia non costituirebbe una perdita per la nostra economia.

Ma questa non sarebbe una vera obiezione, dato che una cattiva risposta pratica a un bisogno autentico non autorizza a ignorare il bisogno autentico, quale quello rappresentato dal grande capitale di investimento per le grandi opere.

Allora occorre trovare una soluzione al problema di come costituire e gestire le grandi masse monetarie da destinarsi ai grandi progetti.

Certamente è necessaria un’alternativa al metodo attuale, che consiste nel premiare la formazione del capitale molto oltre gli effettivi meriti e in misura spropositata. Oltre i meriti effettivi perché la formazione del capitale è affidata in gran parte alle banche: queste giocano sull’equivoco di esercitare la funzione di custodia del denaro (oltretutto sempre più imprescindibile quanto più va in disuso forzoso il contante) che poi prestano, vantando come propria la disponibilità del capitale che hanno acquisito con un mutuo (tale è la reale relazione tra banca e cliente, anche per quelli che chiamiamo conti correnti) e che moltiplicano senza sforzi e costi grazie alla riserva frazionaria. Con gratificazione spropositata perché la remunerazione finanziaria avviene non in misura proporzionale al servizio svolto (e quindi al valore aggiunto realmente, con il lavoro bancario) ma in misura proporzionale alla quantità del capitale, quand’anche questo sia un’entità del tutto virtuale e creata dal nulla.

Infine il metodo attuale spinge a impiegare il capitale non in base all’utilità della sua destinazione, ma solo in base alla possibilità di lucro del prestatore, tanto che, con un’osservazione paradossale ma veritiera, Gesell afferma: dovrebbe apparirci mostruoso il fatto che case, fabbriche, navi, ferrovie, teatro, centrali elettriche, in breve tutto lenorme e indistinto mare che per esempio si vede dal Kreuzberg di Berlino - e che sicuramente supera di migliaia di volte il contante - sia stato realizzato non quale bene socialmente utile, ma solo e soltanto per estorcere profitti...non “per luomo” ma “contro luomo”! (45)

Persino Keynes, che accetta gran parte dei presupposti, degli errori e dei pregiudizi della scuola classica, si fa uno scrupolo in materia e sconsiglia che la formazione del capitale sia affidata a mani private (46).

Tornando dunque alle possibili soluzioni del problema della finanza, vedo tre strade percorribili per raggiungere tale scopo in armonia con l’etica cristiana e con la tecnica monetaria geselliana.

1) Affidare la finanza all’istituzione democraticamente rappresentativa della collettività.

Questa perifrasi significa semplicemente metterla nelle mani dello Stato (soluzione che non piacerebbe a Gesell). Vi sarebbero degli indubbi vantaggi, dato che lo Stato non deve preoccuparsi di fare utili, ma semplicemente di soddisfare i bisogni dei cittadini. Dunque non esisterebbero moventi per comportamenti speculativi, ma solo scelte strategiche nella destinazione degli investimenti. Un buon esempio di finanza di Stato è rappresentato dall’Italia nel periodo che va dal dopoguerra alla fine degli anni ’70: il complesso industriale di Stato (l’IRI), sorretto da un sistema bancario pubblico (non solo la Banca d’Italia, ma molte banche commerciali erano di proprietà dello Stato italiano) trasformarono in pochi anni un Paese devastato dalla guerra e dai bombardamenti a tappeto, nella sesta potenza industriale al mondo.

2) Una seconda via è quella di sottomettere i finanzieri al diretto controllo democratico. Anche qui si parla in termini concreti di scegliere i dirigenti delle banche tramite elezione popolare.

Questa via è tutt’altro che utopistica, dato che è prassi comune nel North Dakota. Questo staterello USA (unico ad avere un bilancio in attivo in tutta l’unione) ha una banca di Stato non soggetta alla Federal Reserve, che si impegna per statuto a sostenere le attività – reali – (aziende, lavoro in proprio e persino studio) dei suoi cittadini. La banca è diretta da un Governatore con un mandato a scadenza, che viene rinnovato attraverso la scelta congiunta del General Attorney, del Commissario all’agricoltura (cariche elettive) e della votazione popolare.

Se nel primo caso di finanza di Stato gli elettori scelgono un Parlamento e un Governo che successivamente nominano dei tecnici per eseguire le azioni finanziarie utili al raggiungimento dei fini identificati dai politici, in questo secondo caso la gente comune controlla più direttamente coloro che compiono le azioni finanziarie.

3) Come terza via mi permetto di avanzare la mia modesta proposta (che certamente piacerebbe a Gesell), che consiste nel democratizzare, non gli strateghi politici dell’investimento o i dirigenti finanziari, ma la finanza stessa.

Il metodo sarebbe il seguente: ogni cittadino è libero di lanciare una proposta (purché giudicata come lecita e legale dall’autorità competente) per un qualsiasi progetto. Si calcola un budget necessario e si raccolgono le adesioni, che consistono semplicemente nel versamento delle quote. Finché i fondi raccolti non raggiungono una soglia critica (ad esempio il 35% del budget) il progetto resta in attesa, e le quote raccolte vengono prestate ad altri fondi che hanno raggiunto tale soglia (l’utilizzo dell’icemoney garantisce la gratuità del prestito e la conservazione del potere d’acquisto alla restituzione). Quando la sottoscrizione del progetto ottiene versamenti che le permettono di raggiungere la soglia critica, può beneficiare anche dei prestiti provenienti dagli altri progetti in attesa e avviarsi così alla realizzazione.

Una segretaria potrebbe tranquillamente gestire decine progetti, con l’aiuto di un manutentore informatico part-time: i costi di questa finanza sarebbero dunque minimi, a differenza di quelli spropositati della finanza odierna.

Ma il vantaggio maggiore consisterebbe nell’educazione politica della cittadinanza, che imparerebbe, volente o nolente, ad abbandonare l’attitudine alla lamentela o alla sterile polemica per intraprendere l’impegno per realizzare i propri ideali e realizzarli in modo concreto, dato che, almeno virtualmente, chiunque potrebbe beneficiare dei mezzi necessari a trasformare i progetti più o meno fantasiosi in realtà operative.

La reazione più comune all’attività politica da parte della gente, consiste nella frase da bar sport: “bisognerebbe fare così”. Con questo tipo di finanza si risponderebbe al cittadino: “tu fallo e dimostra che funziona”.

Se si prende per buono l’antico adagio che “libertà è partecipazione”, questo metodo promuoverebbe il passaggio dalla libertà della finanza (che significa in pratica libertà di pochissimi finanzieri e dei loro amici), alla libertà del cittadino comune, chiamato a partecipare in prima persona alla realizzazione della società in cui vive, con un impegno attivo e responsabile.

Conclusioni

L’etica cristiana ha sempre raccomandato che ciascuno si mantenesse col proprio lavoro, che il denaro fosse sterile e non producesse interessi affinché il lavoro degli uni non fosse sottratto da altri (i ricchi che prestano ai poveri), che il capitale non esercitasse una coercizione inumana sul prossimo (rinchiudendo le masse nella schiavitù della miseria) e che l’investimento fosse finalizzato al bene comune.

Il sistema di Gesell, appunto “a misura d’uomo”, raggiunge per via naturale tutti questi obiettivi: eliminando il profitto da capitale ciascuno dovrebbe mantenersi col profitto da lavoro, l’interesse scompare, il capitale non può più esercitare coercizioni, vincolato com’è dalle proprie necessità di immettersi sul mercato o deperire, e infine, non potendo più scegliere la propria destinazione in base al profitto autoreferenziale che viene sostanzialmente negato, il denaro si indirizza più facilmente verso l’investimento utile.

Se completato con un programma liberterra o di socializzazione d’impresa, l’icemoney sostiene la piena occupazione, consegnando nelle mani del lavoratore la totalità del provento della sua attività. Se si aggiunge che preserva dalle crisi e promuove la prosperità, si deve concludere che ottempera, in modo difficilmente superabile, a tutti i fini che si ripropone la dottrina sociale della Chiesa.

Per un sistema monetario corretto, stabile ed efficiente bisogna aggiungere due premesse di cui Gesell non parla: la prima perché la dà per scontata (47), la seconda perché non se ne è mai occupato e cioè l’emissione monetaria di Stato e la riserva bancaria al 100%.

Quindi, riassumendo, un sistema monetario di ispirazione cristiana comprenderà tre elementi:

- Proprietà popolare della moneta (denaro di Stato)
- Riserva al 100%
- Denaro deperibile (icemoney)

Il silenzio che ha sempre gravato su queste proposte, tanto nella stampa marxista quanto in quella capitalista, dimostra quanto siano buone e temute dai nemici di una società giusta e fraterna.

Andrea Cavalleri



1) Gesell tratta e ribadisce più volte questo argomento nel suo “Sistema economico a misura d’uomo” in particolare nel libro III cap. 8, 10, 11 e libro V cap. 1, 3.

2) “Sistema economico a misura d’uomo” libro III cap. 11 par. 1.3.5-6

3) Adam Smith: Abbozzo de “La ricchezza delle Nazioni”, 1736 c.ca

4) “Sistema economico a misura d’uomo” libro III cap. 10 par. 1.3.3

5) “Sistema economico a misura d’uomo” libro III cap. 10 par. 1.4

6) Discussione condotta nel libro V cap. 5 par. 4.5.6

7) Vedi “Sistema economico a misura d’uomo” libro IV cap. 1 par. 1.3.1-3

8) “Sistema economico a misura d’uomo” libro IV cap. 1 par. 1.3.1-3

9) Il testo di questa conferenza è stato inserito da Francesco Raucea, curatore e traduttore dell’opera omnia di Gesell in lingua italiana, alla fine del terzo libro, nel capitolo 18.

Tale discorso è stato pronunciato con tutta probabilità nell’estate del 1917.

10) “Sistema economico a misura d’uomo” libro III cap. 18 par. 5.6.5-6

11) Pio XI “Quadragesimo anno” 105

12) Pio XI “Quadragesimo anno” 106

13) Un caso tipico di alienato potrebbe essere David Rockefeller, che, essendo banchiere, vaneggia di un governo mondiale di banchieri, come per ratificare apertamente un potere che in buona parte detiene già e che nelle sue memorie si vanta di voler modificare il mondo a suo piacimento, dato che se ne sente legittimano dal suo status eccezionale di ricco e perciò potente.

14) “Sistema economico a misura d’uomo” libro III cap. 18 par. 5.7.1-3

15) “Sistema economico a misura d’uomo” libro III cap. 18 par. 5.7.5

16) Possono essere una corresponsione conveniente, ma anche molto sconveniente com’è il caso dell’Italia. Basti considerare che oltre il 20% di tutti gli introiti pubblici vengono utilizzati per pagare interessi passivi, come si può verificare sui bilanci dello Stato (vedere le voci “cassa”).

17) Professore universitario e ministro delle finanze dell’Impero austro-ungarico per nove anni a cavallo del secolo (1895-1904), che gestì facendo scarseggiare gli investimenti in opere pubbliche. Tra i suoi studenti più celebri vi furono Joseph Schumpeter e Ludwig von Mises.

18) Può sembrare incredibile che tali conclamate idiozie vengano riprese fino al giorno d’oggi, eppure Bohm-Bawerk ha ancora uno spazio nella memoria accademica. Tanto vale la giustificazione dei privilegi dei capitalisti, che qualunque argomento a loro sostegno, buono o cattivo che sia, viene conservato tramite generose sponsorizzazioni, mentre gli argomenti avversi, seppur geniali come quelli di Gesell, vengono sprofondati nell’oblio.

19) Del premio di liquidità si tratta diffusamente nel libro V, a partire dal cap. 2. Gesell spiega che tale premio risulta dalla differenza di liquidità (che il denaro detiene in massimo grado) delle merci impegnate in qualunque tipo di scambio bilaterale. Può comparire persino nelle economie primitive in cui, ad esempio, un toro che vale 10 pecore viene scambiato per 8, perché le pecore sono più facilmente barattabili al fine di procurarsi successivamente per otto volte altri beni necessari, mentre il toro può essere richiesto per un solo utilizzo.

20) “Sistema economico a misura d’uomo” libro V cap. 4 par. 1.2.1-7

21) Gli imprenditori e i distributori scaricano sui prezzi al consumo le loro spese finanziarie, col risultato che l’acquirente finale paga un prezzo pressoché doppio di quello che corrisponderebbe per della merce approntata senza gravame d’interessi lungo tutta la filiera. Del peso degli interessi sulle tasse si è detto sopra.

22) I dati reali confermano la previsione teorica. La letteratura sul tema negli ultimi anni ha conosciuto una fioritura rigogliosa, condita con ottime e abbondanti statistiche. Per il rigore e la completezza dell’inchiesta si segnala lo studio del Credit Suisse consultabile qui. Per avere un’idea dei contenuti di tale ricerca riporto una singola figura, scelta tra le decine di pagine sul tema



23) “Sistema economico a misura d’uomo” libro V cap. 4 par. 2.6.

24) “Sistema economico a misura d’uomo” libro V cap. 4 par. 2.7.1.2.1.

25) “Sistema economico a misura d’uomo” libro V cap. 4 par. 2.8.1. Questo concetto è tutt’altro che peregrino e antiquato, ma anzi di grande attualità in Italia dato che, come divulgato dall’onorevole D’Attorre in una trasmissione televisiva del 1 maggio 2015, Bruxelles ci impone un tasso di disoccupazione minimo, sotto il quale non possiamo scendere per non far aumentare l’inflazione. Tale tasso, denominato NAIRU (Non Accelerating Inflation Rate of Unemployment) è stato fissato al 12% per l’Italia, a insindacabile giudizio delle autorità UE, ed è stato recepito in tale misura nel DEF (Documento di Economia e Finanza) 2015. Quindi la politica, che dovrebbe tutelare il benessere dei cittadini, protegge la rendita finanziaria a loro danno, proprio secondo lo schema delineato da Gesell.

26) “Sistema economico a misura d’uomo” libro V cap. 5 par. 8.5.2. Date le mutate condizioni tecnologiche delle società avanzate, si potrebbe tradurre la “mancanza di case e fabbriche” con “bisogno di bonifiche ambientali e opere di risparmio energetico”.

27) “Sistema economico a misura d’uomo” libro V cap. 5 par. 1.2.5.1-2

28) “Sistema economico a misura d’uomo” libro V cap. 5 par. 1.2.6.1-2. Il termine reddito proviene dal latino reddo, che significa “restituire”.

29) “Sistema economico a misura d’uomo” libro V cap. 5 par. 7.4.2-3

30) Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, allindigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. (Esodo 22,24) Versetto che identifica l’usura col prestito a interesse. Per altri riferimenti e per la posizione della Chiesa vedere il mio precedente articolo “Quei peccati dimenticati”

31) “Sistema economico a misura d’uomo” libro V cap. 5 par. 5.5.2.2

32) “Sistema economico a misura d’uomo” libro V cap. 5 par. 5.5.2.5 Forse più che parlare genericamente di beni materiali, Gesell avrebbe dovuto specificare “beni di consumo” per cui il principio è valido al 100%. Nel caso dei beni strumentali, il logorio dell’uso del bene imprestato potrebbe introdurre delle sfumature o eccezioni alla regola. Anche se, ad esempio, il beneficiario del prestito di una macchina produttiva potrebbe sollevare il concedente dal lavoro di manutenzione, svolgendolo per lui. In ogni caso, parlando di “restituire il bene nelle condizioni in cui si trovava al momento del prestito”, non si sbaglia.

33) “Sistema economico a misura d’uomo” libro III cap. 18 par. 5.4.

34) “Sistema economico a misura d’uomo” libro III cap. 18 par. 5.6.2. Secondo Gesell l’oro (simbolo di tutte le forme di denaro indeperibile) fungendo da motivatore universale è oggetto di universale cupidigia e fonte perenne di contesa, tant’è che cita il detto di Pitagora: “Onorate Licurgo, che intuì, nelloro e nellargento, la causa di ogni delitto!”; (libro III cap.0 par. 1.2.2.)

35) “Sistema economico a misura d’uomo” libro III cap. 18 par. 5.7.7.

36)  “Sistema economico a misura d'uomo” libro III cap. 4 par. 2.3.1.

37) ...i suoi (di Gesell) fedeli mi hanno per anni tempestato di copie delle sue opere e tuttavia, a causa di certi palesi difetti del ragionamento, non riuscii per nulla a scoprirne il merito. Come spesso si verifica per le intuizioni imperfettamente analizzate, il loro significato mi riuscì evidente soltanto dopo che ebbi raggiunto le mie conclusioni per mio conto. (Keynes, op. cit. cap. 23 par VI)

38) Keynes “Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta” cap. 23 par. VI

39) Da Thomas Gresham (1519-79), agente finanziario della regina Elisabetta I, che fece questa osservazione in epoca di regime bimetallico. Se circolano due monete con differente valore, tutti avranno il desiderio di detenere quella migliore e liberarsi di quella di valore minore o meno affidabile. Ma il modo più semplice e rapido per liberarsi di una moneta è quello di spenderla, mentre cercando di non spendere quella buona la si tesaurizzerà. E poiché tutti cercheranno di fare lo stesso, il risultato finale sarà che la moneta “cattiva” sarà spesa in continuazione mentre quella “buona” starà ferma nei forzieri o nei conti correnti. Pertanto per “scacciare” si intende estromettere dalla circolazione.

40) Keynes “Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta” cap. 23 par. VI

41) Vedi: Irving Fisher “100% Money and the Public Debt” (Chicago Plan) 1933 e anche: Irving Fisher “The Debt-Deflation Theory of Great Depressions” 1933

42) “Sistema economico a misura d’uomo” libro V cap. 2 par. 2.3.4.3-5

43) Il telegramma di congratulazioni che Jacob Schiff, inviò a Lenin, dopo che questi prese il potere, suonò come una sinistra richiesta di rientro del finanziamento che la banca Kuhn & Loeb aveva fatto alla rivoluzione bolscevica. E in effetti il grande capitale internazionale ingrassò a spese dell’oppresso popolo russo, dapprima con una serie di contratti-capestro per cui l’URSS esportò a prezzi stracciati grandi quantità di materie prime; poi, con la privatizzazione della Banca Centrale consegnata nel 1937 nelle mani dell’usurocrazia apolide, assicurandosi direttamente una fetta del PIL sovietico.

44) “Sistema economico libro V cap. 2 par. 2.4.1. Gesell però giustifica la sua affermazione con un’analisi accurata, a differenza della famosa frase di Spengler (la Sinistra fa sempre il gioco del grande capitale, a volte perfino senza saperlo) basata solo su di una felice intuizione. I cittadini europei e soprattutto italiani, al giorno d’oggi possono constatare più che mai la verità dell’assunto.

45) “Sistema economico a misura d’uomo” libro V cap. 4 par. 2.5.1-2

46) Concludo che il compito di determinare il volume corrente di investimento non può, senza pericolo, essere lasciato in mani private. Keynes “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” cap. 22 par. II

47) Discutendo la superiorità della banconota sul sistema aureo, trattazione condotta nel libro III, Gesell attribuisce a un’Autorità monetaria, palesemente statale, il potere di emissione e regolazione della moneta. Ciò appare abbastanza chiaramente nella polemica contro la teoria di Flursheim, in cui in particolare pone il problema della determinazione della massa monetaria totale.


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# abbelli 2016-03-01 10:28
Il migliore metodo per la ricerca del massimo profitto è conosciuto fin dai tempi di Henry Ford: produrre il prodotto o il servizio migliore e al tempo stesso offrire ai lavoratori le migliori condizioni di lavoro e reddito possibili affinché possano sia grazie alle buone condizioni di lavoro, effettuare il migliore lavoro possibile, sia grazie al reddito sufficiente, i lavoratori possano acquistare tutti i beni o servizi prodotti con il loro lavoro e al tempo stesso evitando le periodiche crisi di sovrapproduzion e e le bolle finanziare, causate dal fatto che il denaro che sarebbe dovuto andare ai lavoratori come incremento di reddito, è invece affluito agli speculatori.

Con lo scoppio delle bolle accade che il denaro mal investito, cessa di esistere, perché non è stato utilizzato per incrementare il reddito e la ricchezza distribuita fra i lavoratori ai quali dovrebbe andare in quando mediante il lavoro hanno creato la ricchezza rappresentata dal denaro che se non fosse stato mal investito, resterebbe in circolazione, anziché scomparire come sta accadendo in questi giorni.

Da questo fatto ne discende che la definizione del massimo profitto è una questione politica perché va intesa in senso generale e non ristretta in un ambito contabile, quindi va gestita nell’ambito pubblico e non in quello privato, ad esempio: spetto allo Stato creare la stato di Diritto e prolungare le Leggi affinché le aziende siano tenute alla ricerca del massimo profitto secondo il metodo ideato da Henry Ford.

Mentre al contrario le rappresentanze delle multinazionali e la politica ad esse asservita, cercano di far passare la definizione della ricerca del massimo profitto soltanto in un ambito contabile ristretto, da definire in un ambito privato come sarebbe quello della politica aziendale. In realtà ogni azienda, agisce nell’ambito dell’economia pubblica secondo il Diritto fatto dalle Leggi prolungate dallo Stato. Quindi non può far passare la politica aziendale e tutto quello che ne discende (si ritorna all’inizio), per questioni private.

Le rappresentanze delle multinazionali, con la politica aziendale che conducono dimostrano di sapere meglio di quelle sindacali e politiche, che un’economia di mercato esiste solo grazie allo Stato che rende possibile lo stato di Diritto e prolunga le leggi (cercate sul web alla voce: “La leggenda del capitalismo e della mano invisibile”). Non a caso le rappresentanze delle multinazionali sono finite con il non riuscire a trattenersi e hanno preso iniziative che comportano che siano le medesime, manco fossero organi sovranazionali, a fare lo stato di Diritto e prolungare le leggi (cercate alla voce: “Trattato TTIP”).

Di conseguenza la politica delle multinazionali rappresenta dei tentativi ripetuti e prolungati, di convincere popoli e governi che il Diritto e addirittura le leggi, le fa non lo Stato, ma le multinazionali e ciò che è attinente all’ambito pubblico va considerato o fatto diventare come se fosse appartenente all’ambito privato mentre al contrario, ciò che attinente al privato delle persone, va considerato o fatto diventare come se fosse appartenente all’ambito pubblico.

Per riuscire a ottenere simili performance, gli agenti delle multinazionali ricercano e scoprono; studiano; applicano; imparano dall’esperienza ; migliorano o perfezionano; tutto quello che potrebbe essere utile a portare avanti la loro politica e diffonderla, con tutti i mezzi di comunicazione disponibili, in ogni ambito sia pubblico che privato (cercate sul web alla voce: “Estensione del dominio e la manipolazione. Dalla azienda alla vita privata” e: istituto tavistock).
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