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Caro Ammiraglio Fallon (Parte I)
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Egregio Ammiraglio Fallon,

non sono riuscito a mettermi direttamente in contatto con Lei e così ho deciso di scrivere questa lettera aperta nella speranza che venga portata alla Sua attenzione.

Per prima cosa mi permetta di ringraziarLa per onorare il giuramento, che noi tutti ufficiali in comando abbiamo prestato, di proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti da tutti i nemici, stranieri e nazionali.
Al tempo stesso Lei ha fatto chiaramente sapere che non intende parlare, né in pubblico né in privato, della situazione con l’Iran.

Purtroppo però il nostro giuramento non ha una data di scadenza ma Lei, perfettamente cosciente dei pericoli connessi con un attacco all’Iran, sembra concedersi una innata riluttanza a contestare al comandante in capo la sua violazione di quel giuramento, e ad impedirsi di far conoscere al popolo americano la catastrofe che incombe su di noi se, come sembra verosimile, il nostro paese attaccherà l’Iran.

Due anni fa ho tenuto un corso all’Accademia Navale di Annapolis. Ho trovato estremamente sgradevole che, interrogati circa il giuramento che prestano al momento di entrare in accademia, molti guardiamarina abbiano pensato che si riferisse al comandante in capo.

Mi son tornate alla mente alcune foto di generali e ammiragli tedeschi (come anche di personalità religiose e giuridiche) che prestavano giuramento di fedeltà personale ad Adolf Hitler. Non è certo nella nostra tradizione, eppure…

Sono rimasto inorridito che soltanto il terzo guardiamarina da me interrogato abbia risposto esattamente: che il giuramento è di proteggere e difendere la Costituzione, non il presidente.

Attaccare l’Iran e buttare la Costituzione fra i rifiuti


Senza dubbio Lei è stato molto chiaro circa il fatto che un attacco all’Iran sarebbe una aperta violazione della nostra Costituzione, che stabilisce che i trattati stipulati dal Senato diventano legge suprema del paese; che la Carta delle Nazioni Unite, che il Senato ratificò il 28 luglio 1945, con 89 voti a favore contro 2, proibisca espressamente attacchi ad altri paesi a meno che costituiscano un pericolo diretto; che non c’è alcun altra specifica che consenta altri tipi di attacco preventivo o protettivo contro una nazione che non costituisca un pericolo diretto; e che l’Iran non costituisce una tale minaccia agli Stati Uniti o ai suoi alleati.

E’ comprensibile che Lei pensi: non bastano 41 anni di servizio? Non basta che io mi sia dimesso al fine di uscire da una catena di comando che minacciava di far di me un criminale di guerra se attaccavo l’Iran? Che io abbia agito per far sì che la mia opposizione a ciò fosse nota alla stampa? Non è abbastanza tutto questo?

Con il dovuto rispetto: no Signore, non basta.

La posta in gioco è terribilmente alta, e l’integrità da Lei dimostrata comporta ulteriori responsabilità. Purtroppo la grande maggioranza dei Suoi colleghi ufficiali generali, per vari motivi, si è sottratta a tale responsabilità. Lei è l’unica persona.

Nella loro bramosia di attaccare l’Iran i componenti di questa amministrazione faranno di tutto per emarginarLa; e i media, per quanto Lei sia un personaggio di rilievo, faranno lo stesso.

Quando ero alla CIA analizzavo la stampa sovietica; Le sarà quindi facile comprendere perché io mi riferisca al Washington Post ed al New York Times come alla Pravda ed alla Izvestiya della Casa Bianca.

Purtroppo seguire la linea evolutiva del governo degli USA con la lettura giornaliera è altrettanto facile che durante i giorni della stampa controllata dai sovietici. In poche parole, i nostri giornali stanno già da tempo scaldando i motori per una guerra contro l’Iran.

Sotto molti aspetti la manipolazione e la soppressione delle informazioni nell’attuale propaganda a favore di un attacco all’Iran è persino più evidente e onnicomprensiva di quella dell’inizio del 2003, prima dell’invasione dell’Iraq.

Sembra decisamente possibile che Lei non ne sia al corrente proprio perché i media hanno coperto queste informazioni, così mi permetta di portarLe un esempio impressionante di ciò che ci aspetta.

L’esempio ha a che fare con lo studiato ma pur falsamente ingenuo sforzo dei mesi scorsi di addossare la colpa di tutti i problemi nell’Iraq meridionale alla “maligna” influenza dell’Iran.

Ma non per un fiasco

L’Ammiraglio Mike Mullen, JCSC (il più alto grado militare in USA, n.d.t.) ha detto ai giornalisti, il 25 aprile scorso, che il Generale David Petraeus avrebbe tenuto una conferenza “nel corso delle due settimane successive” che avrebbe fornito ampia informazione circa “la grande interferenza dell’Iran nel fomentare l’instabilità”.

Lo staff di Petraeus informò i media americani di un incontro in cui sarebbero state mostrate e successivamente distrutte armi di provenienza iraniana catturate a Karbala.

Piccolo problema: quando gli esperti di munizioni americani giunsero a Karbala per ispezionare il preteso carico di armi iraniane, scoprirono che non c’era alcunché che potesse essere credibilmente collegato all’Iran.

Le suona nuovo? Probabilmente perché questo episodio decisamente imbarazzante rimase virtualmente non riportato dai media, esattamente come il proverbiale albero che cade nella foresta, senza nessun corrispondente a sentirlo cadere.

E così Mullen e Petraeus vivono, disinibiti e disinvolti, per continuare a cercare armi iraniane in modo che i media possano poi raccontare una storia più adatta a supportare lo sforzo di annientare l’Iran. Un fiasco è tale solo se la gente lo viene a sapere.

Dal mio punto di vista questo episodio è l’aspetto più significativo e un indicatore parlante di quanto sia ormai difficile ottenere resoconti onesti su questa materia.

Nel contempo è stato annunciato che il Primo Ministro iracheno Nouri al-Maliki aveva formato un suo proprio comitato di gabinetto per investigare sulle affermazioni statunitensi e tentare “di trovare informazioni tangibili e soltanto basate su supposizioni”.

continua...

Ray McGovern
Steering Group; Veteran Intelligence Professionals for Sanity (VIPS)

Tradotto per EFFEDIEFFE.com da Arrigo de Angeli


Fonte >  Antiwar.com 13 giugno 2008

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