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La questione del “papa eretico”
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È un’ipotesi possibile o al massimo probabile e non una certezza teologica

A partire da un’ipotesi non si può arrivare alla deposizione del Papa né c’è chi ne avrebbe l’autorità


Solo una “Ipotesi”

La spinosa questione del Papa eretico secondo i Dottori della Chiesa (Bellarmino, Suarez, Gaetano, Torquemada, Cano, Soto, Giovanni da San Tommaso…) e i teologi della terza Scolastica (Billot, Wernz-Vidal, Salaverri, Journet, Vellico, Mondello…) è una “ipotesi” possibile o al massimo probabile (v. in basso il paragrafo S. Tommaso d’Aquino precisa i termini: “possibile, probabile e certo”) come la chiama il Da Silveira stesso nel titolo del suo libro stampato recentemente in italiano (Ipotesi teologica di un Papa eretico, Chieti, Solfanelli) e non è assolutamente una “certezza teologica” come poi il Da Silveira deduce con un passaggio indebito dal possibile/probabile (le opinioni puramente ipotetiche dei Dottori della Chiesa e dei teologi approvati più recenti) al teologicamente certo.

Il retto ragionamento

Il ragionamento si compone di una proposizione detta “antecedente”, che è la parte motrice del ragionamento verso la conclusione (p. es., ammesso e non concesso che il Papa possa cadere nell’eresia…). La proposizione “conseguente” è la parte mossa o causata del ragionamento, ossia la conclusione del ragionamento (p. es., … il presunto Papa eretico è deposto ipso facto o deve essere deposto dall’Episcopato o dai Cardinali). La “conseguente” è causata dalla “antecedente”. Se la “antecedente” è ipotetica la “conseguente” non può essere certa, ma solo ipoteticamente possibile o al massimo probabile perché la “conclusione” non è mai superiore alla premessa “antecedente”. Quindi il passaggio dall’ipotesi possibile o probabile del Papa eretico alla sua deposizione teologicamente certa per eresia manifesta è illecito. Infatti la “conseguente” o conclusione è certamente vera solo se la “antecedente” è evidentemente certa. Inoltre come spiega il padre benedettino dom Paolo Carosi : “L’esistenza di un essere [p. es., la deposizione reale di un Papa, ndr] si può dimostrare solo partendo da un altro essere esistente [l’eresia reale del Papa, ndr], da una realtà oggettiva fuori della nostra conoscenza. Non si può dedurre dalle premesse ciò che in esse non è contenuto o più di quel che è contenuto. Da un vestito sognato, si arriva soltanto ad un sarto sognato [da un Papa ritenuto ipoteticamente eretico si arriva solo alla possibilità ipotetica della sua deposizione e non alla certezza della sua deposizione reale, ndr]” (cfr. P. Carosi, Corso di Filosofia, vol. II, Logica, Roma, Edizioni Paoline, 1959, cap. III, Il ragionamento, articolo I, § 2, Divisione del ragionamento, pp. 135-142 e cap. IV, Il metodo filosofico, art. II, § 4, Dimostrazione dell’esistenza di un essere, p. 230).

Precisazione del Da Silveira

Il Da Silveira ha precisato in maniera molto chiara il suo pensiero, che nella “Nota dell’Autore” scritta da lui nel gennaio del 2016 poteva essere frainteso, come poi è realmente successo, in una mail inviata nel luglio del 2016 alla dottoressa Maria Guarini, in cui scrive che la tesi del Papa eretico secondo lui “in ragione della forza degli argomenti che la sostengono è teologicamente certa intrinsecamente, mentre è soltanto probabile estrinsecamente, giacché vi sono molti autori di peso che non la adottano. […]. Fatta tale distinzione [intrinsecamente/estrinsecamente, ossia in sé o ab intrinseco e quanto agli autori che non la sostengono ab extrinseco, ndr], diventa chiaro che c’è una piena concordanza tra il testo del prof. De Mattei [“Introduzione” al libro del Da Silveira, Ipotesi teologica di un Papa eretico, Chieti, Solfanelli, 2016, p. 14 e 19] e quello mio”.

Etimologia di ipotesi

La lingua greca, latina e italiana insegnano che “ipotesi” viene dal greco “hypo / sotto” e “thesis / posizione” e significa “supposizione” (dal latino sub ponere). Ora, la supposizione o ipotesi in genere è una “congettura”, che cerca di spiegare un fatto, di cui non si ha una conoscenza perfetta e certa, mediante una “opinione”, che in generale è una “possibilità” o al massimo una  “probabilità”; vale a dire la “supposizione” cerca di supplire ad una verità o ad un fatto non conosciuti con certezza (p. es. un Papa possibilmente eretico; eventuale pioggia o non pioggia) mediante un’ipotesi, immaginando che qualcosa (l’eresia possibile, speculativamente o investigativamente parlando,  di un Papa; la pioggia eventuale) possa accadere in un determinato modo (Papa eretico occulto, pubblico, notorio / Pioggia leggera, forte, temporalesca).

Infatti l’ipotesi o la “congettura” investigativa (dal latino conicere / interpretare) è un giudizio (per esempio, papa Bergoglio è eretico) fondato su una intuizione o una deduzione personale e soggettiva, a partire da indizi apparenti”; essa presenta in forma ipotetica un fatto che non è certo, ma solo possibile (cfr. i Dizionari della lingua italiana dei professori Zingarelli, Devoto-Oli, Cortellazzo-Zolli).

Passaggio indebito dal possibile/probabile al certo

Il Da Silveira quando illustra (in maniera chiara e precisa) le opinioni dei Dottori e teologi della seconda e terza Scolastica parla, giustamente, di ipotesi teologica di un Papa eretico (op. cit., p. 87), ma poi, quando espone le diverse soluzioni date dai Dottori a questo quesito ipotetico e puramente possibile o al massimo probabile, rende - indebitamente - l’ipotesi una certezza teologica intrinseca, secondo la tesi di S. Roberto Bellarmino da lui interpretata come teologicamente certa differentemente dal Bellarmino medesimo, per il quale l’ipotesi del Papa eretico è solo un’opinione speculativamente o investigativamente possibile. Il medesimo Da Silveira nel riquadro riassuntivo delle cinque opinioni sul Papa eretico (pp. 30-31) scrive che il Bellarmino “sostiene l’opinione” secondo cui “il Papa non può cadere nell’eresia”, anche se per un’ipotesi puramente speculativa (“ammesso e non concesso”) “non si può escludere la possibilità di un Papa eretico”, che è quindi una mera non-ripugnanza e non una certezza.

Certamente il Da Silveira è libero di aggiornare l’ipotesi bellarminiana rendendola una certezza, ma dovrebbe dichiarare che tale soluzione è la sua e non del Bellarmino e poi dovrebbe dimostrare che è certo e non solo possibile che il Papa può cadere in eresia.

Inoltre il fatto più grave è che il Da Silveira, il quale ritiene l’ipotesi del Papa eretico teologicamente certa intrinsecamente, non esclude in via di principio la “deposizione” o la “perdita del Pontificato” da parte del Papa in caso di eresia pubblica e notoria (cfr. A. X. Da Silveira, Ipotesi teologica di un Papa eretico, Chieti, Solfanelli, 2016, cap. VII, pp. 87-98).

In breve la “ipotesi” del Papa eretico (secondo i Dottori e i teologi qualificati della Chiesa) indica una mera “possibilità”, al massimo una “probabilità”, non una certezza. Ora la possibilità è qualcosa (p. es. l’eresia del Papa) che può accadere ipoteticamente, ossia “ammesso e non concesso che” il Papa possa cadere in eresia, occorre stabilire, poi, ciò che occorrerebbe fare: ad esempio il card. Billot è solito scrivere “ammessa l’ipotesi” o “una volta supposto che un Papa diventi eretico” e ritiene ciò puramente ipotetico e mai realizzabile (L. Billot, De Ecclesia Christi, Prato, Giachetti, 1909, tomo I, p. 615-616; cfr. A. Da Silveira, op. cit., p. 34, nota 7).

Porterò un esempio banale. Proposizione “antecedente” (o premessa): ammesso e non concesso che un asino possa volare (ed è possibile eccezionalmente per un miracolo di Dio, il quale può sospendere le leggi fisiche della natura da Lui creata e dare all’asino il potere preternaturale di volare) o che un sasso lasciato cadere nel vuoto rimanga sospeso in aria senza precipitare a terra (ed è possibile remotamente per un miracolo di Dio, che sospenda la legge fisica e naturale della caduta dei gravi); la proposizione “conseguente” (o conclusione) è: che cosa bisognerebbe fare? Infatti, se Dio sospende il miracolo, il sasso potrebbe cadere in testa ad un passante, così come l’asino potrebbe, cessando di volare, schiacciare chi si trovasse sotto di lui. Allora alcuni opinerebbero di abbattere l’asino dopo aver fatto evacuare la zona sottostante, altri lo lascerebbero volare con la speranza che si allontani dal centro abitato e così via. Però il problema dell’asino volante non è qualcosa di reale o fisicamente certo, ma è soltanto ipoteticamente possibile da un punto di vista meramente speculativo o investigativo, poiché l’uomo normale non prende in considerazione le possibilità eccezionali (l’asino che vola), ma solo le possibilità prossime o le probabilità (l’eventualità che piova poiché le nuvole si addensano e il vento cessa e quindi sarebbe opportuno prendere l’ombrello). Cfr. P. Carosi, Corso di Filosofia, vol. I, Gnoseologia, Roma, Edizioni Paoline, 1959, parte II, sezione III, art. 2, Gli stati del soggetto conoscente, pp. 260-278.

Secondo il Da Silveira (op. cit., p. 37) Francisco Suarez (De Fide, disp. X, sect. VI, n. 11, Parigi, Vivès, tomo XII, 1858, p. 319) e S. Roberto Bellarmino (De Romano Pontifice, lib. IV, cap. 7, Milano, Battezzati, vol. II, 1858) difendono la medesima tesi del Billot, ma in maniera meno rigida. Infatti il Billot (Tractatus de Ecclesia Christi, Prato, Giachetti, 1909, tomo I, pp. 617-618) la ritiene esplicitamente una “mera ipotesi, mai traducibile in atto. […]. A priori si può ritenere che Dio non lo permetterebbe mai”. Suarez e Bellarmino impiegano termini meno forti, però la sostanza della loro tesi coincide con quella del Billot, ossia secondo i due Dottori controriformistici il Papa come dottore privato può ipoteticamente e per una pura possibilità o al massimo per una probabilità e mai per una certezza teologica cadere in eresia materiale o favorire l’eresia.

La tesi del Da Silveira secondo alcuni è assai vicina a quella di San Roberto Bellarmino e di un altro teologo di Verona, don Pietro Ballerini (1698-1769), che ha scritto due opere sul Primato del Papa (De vi ac ratione primatus Romanorum Pontificum, Verona, 1766) e sui rapporti tra Papa e Concilio ecumenico (De Potestate ecclesiastica Summorum Pontificum et Conciliorum generalium, Verona, 1765, Roma, De Propaganda Fide, II ed., 1850).

Se si studia bene il pensiero di don Pietro Ballerini si vede che secondo lui il Papa è obbligato a sottomettersi alla fede soprannaturale e alla morale naturale e divina; non ha nessuna autorità umano/ecclesiastica sopra di lui, ma il suo potere è limitato da quello di Dio di cui è il Vicario in terra; soltanto quando definisce e obbliga a credere è infallibile; come dottore privato opinando su questioni non ancora definite può errare; infine in caso di eventuale e possibile eresia esterna il Ballerini non si oppone alla possibilità che il Papa vi cada, non trattandosi di definizioni, ma ritiene che ciò non si è mai verificato nella corso della storia della Chiesa e non si verificherà mai. In breve ciò che don Pietro Ballerini  mantiene come certissimo è che il Papa nel definire non errerà mai; infine come ipotesi investigativa “ammesso e non concesso” che il Papa cada in errore contrario alla fede, dovrebbe essere ammonito e corretto e dopo due ammonizioni, se si ostina nell’errore, si dichiara da se stesso eretico e decaduto dal Pontificato, ma tutto ciò deve essere opera non di giurisdizione bensì di carità (De Potestate ecclesiastica Summorum Pontificum et Conciliorum generalium, Verona, 1765, cap. 9, nn. 3-8; cap. 15, n. 21; cfr. T. Facchini, Il Papato principio di unità e Pietro Ballerini di Verona, Padova, Il Messaggero di S Antonio, 1950, pp. 126-128). Anche dallo studio testé citato di padre Tarcisio Facchini si capisce bene che l’ipotesi di don Pietro Ballerini segue l’opinione del Bellarmino, ma non quella del Da Silveira secondo cui il problema del Papa eretico è teologicamente certo e non è un’ipotesi o opinione investigativa, che ci si pone per arrivare alla vera soluzione del problema (cfr. P. Carosi, Corso di Filosofia, cit., vol. I, Gnoseologia, parte I, cap. II, § 2, Il retto stato mentale all’inizio, pp. 64-65).

S. Tommaso d’Aquino precisa i termini: possibile, probabile e certo

La sana filosofia scolastica precisa ogni termine in maniera scientifica e inequivocabile.

1°) “Probabilità”

La “probabilità” è l’assenso ad una tesi (è verosimile che pioverà; è verosimile che papa Bergoglio è eretico) dato in maniera non ferma e certa a causa della non evidenza o incertezza della tesi (pioverà; papa Bergoglio è eretico), cui aderisco senza fermezza e certezza e quindi con la paura di errare ovvero che la tesi contraria (è normalmente o prossimamente possibile che non pioverà; è normalmente o prossimante possibile che papa Bergoglio non è eretico) possa essere vera, ma la possibilità della tesi contraria è prossima o normale (se cessa il vento, è probabile o verosimile che piova; papa Bergoglio non è eretico). S. Tommaso d’Aquino scrive: “opinio significat actum intellectus qui fertur in unam partem contraddictionis cum formidine errandi” (S. Th., I, q. 79, a. 9, ad 4; Id., I-II, q. 105, a. 2, ad 8; cfr. III Sent., dist. 23, q. 2, a. 2, sol. 1; De Veritate, q. 14, a. 1). Siccome la proposizione cui aderisco (pioverà; Bergoglio è eretico) non è evidente e certa, allora do soltanto un assenso infermo dell’intelletto dietro la spinta della volontà, che deve intervenire per muove la mia intelligenza ad aderire alla tesi che sembra essere probabile o verosimile, nonostante la tesi contraria sia possibile prossimamente e normalmente (non pioverà; Bergoglio non è eretico).

2°) “Possibilità”

La “possibilità” secondo S. Tommaso d’Aquino è l’assenso “infirmus in unam partem cum formidine errandi”, Essa è diversa dalla probabilità poiché la possibilità è solo remotamente o eccezionalmente realizzabile (p. es. una madre che odia il figlio è una “possibilità morale” grazie alla sospensione della leggi morali dell’agire umano; un asino che non cade se gettato nel vuoto o che vola è una “possibilità fisica” mediante la sospensione delle leggi fisiche da parte di Dio), mentre nella probabilità una sola tesi è verosimile o probabile intrinsecamente (pioverà) e la contraddittoria (non pioverà) è possibile prossimamente o normalmente  (S. Th., I, q. 2, a. 3; I, q. 25, a. 3, ad 4; I, q. 46, a. 1, ad 1; Id., I-II, q. 40, a. 2, ad 1; I-II, q. 109, a. 4, ad 2; Id., II-II, q. 17, a. 1; II-II, q. 21, a. 1).

3°) “Certezza”

La “certezza” non è una opinione e neppure una probabilità, ma è un’adesione ferma, senza paura di sbagliarsi (p. es. “2 + 2 = 4”; “il tutto è più grande della parte”): l’evidenza totale dell’oggetto (2 + 2 = 4) causa la certezza o l’adesione ferma dell’intelletto senza paura di errore. S. Tommaso d’Aquino insegna: “certitudo proprie dicitur firmitas adhaesionis cognitivae in suum cognoscibile” (III Sent., dist. 26, q. 2, a. 4, sol. 1).

Come si vede la certezza ammette vari gradi: 1°) la “certezza assoluta o metafisica” che è fondata sulla natura dell’oggetto; per esempio il triangolo ha tre angoli e non c’è neppure la possibilità remota ed eccezionale del contrario perché neanche Dio per miracolo può fare che il triangolo, restando tale, abbia quattro angoli. Egli può trasformare un triangolo in un quadrato, ma non  può fare che il triangolo non abbia tre angoli, sarebbe assurdo, contraddittorio e lederebbe la sapienza onnipotente di Dio, ponendo in Lui una deficienza; 2°) la “certezza fisica” che è fondata sulle leggi della natura; p. es. che il grave lasciato nel vuoto cade è certo, ma è possibile eccezionalmente il contrario per un miracolo dell’onnipotenza di Dio, che può sospendere le leggi della natura fatte da Lui senza contraddirsi, per cui per miracolo qualcuno che sta precipitando da un grattacielo può non cadere a terra; 3°) la “certezza morale” che è fondata sul modo normale dell’agire umano, per esempio normalmente la madre ama il figlio, ma è remotamente o eccezionalmente possibile il contrario: il mostro morale umano, ossia la madre ammalata o degenerata che odia e uccide il figlio.

L’ipotesi del Papa eretico, quindi, non è una certezza, ma è una pura possibilità o non ripugnanza teologicamente ipotetica e al massimo potrebbe essere una probabilità; perciò i Dottori della seconda Scolastica si son posti il quesito se, “[proposizione antecedente] ammesso e non concesso che il Papa possa cadere in eresia, [proposizione conseguente o conclusione] è deposto ipso facto (R. Bellarmino) o deve essere deposto dopo le ammonizioni canoniche dei Vescovi o dei Cardinali (Gaetano)?”. Si noti la forma interrogativa, ipotetica, dubitativa e non assertiva di ciò che, invece, secondo il Da Silveira sarebbe teologicamente “certo” e quindi non ipotetico e non dubitativo.

Perciò chiedere al S. Collegio cardinalizio di ammonire papa Bergoglio è lecito, doveroso e salutare se ci si limita a metterne in luce gli errori e a chiedergli nel modo dovuto di correggerli come ha fatto mons. Brunero Gherardini con Benedetto XVI riguardo all’ermeneutica della continuità del Concilio Vaticano II, (B. Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009), ma è fonte di caos e di scismi se si vuole deporre o costatare la deposizione del Papa. Si costruisce sul possibile o il non certo, ossia sulla sabbia o addirittura sulle nuvole.

Infatti “il governo della Chiesa è monarchico, ma, per quanto assoluta, la volontà del monarca è limitata dal diritto divino naturale o positivo. […]. Il potere di giurisdizione del Papa non conosce sulla terra altri limiti che quelli ad esso assegnati dal diritto divino e dalla costituzione divina della Chiesa” (F. Roberti-P. Palazzini, Dizionario di Teologia Morale, Roma, Studium, IV ed., 1968, vol. II, p. 1253 e 1255, voce Pontefice, Sommo ).

Ora Francesco I ha oltrepassato oggettivamente i limiti impostigli dal diritto divino e dalla divina costituzione della Chiesa e quindi è non solo lecito, ma doveroso metterlo davanti alle sue responsabilità e ammonirlo di ritrattare i suoi errori oggettivi (come successe a Giovanni XXII quando negò che la Madonna in Cielo godesse della Visione Beatifica, fu ammonito e si corresse). Tuttavia non si può pretendere di arrivare alla sua deposizione dopo la constatazione della sua eventuale eresia formale e notoria.

La tesi del Da Silveira

Il dr. Arnaldo Xavier Da Silveira, che conosce molto bene la teologia, parla di “possibilità di un Papa eretico”, di “ipotesi” (Ipotesi teologica di un Papa eretico, Chieti, Solfanelli, 2016, p. 23 e 24). Tuttavia ha lasciato da parte la “possibilità o ipotesi” della “antecedente” (ammesso e non concesso che il Papa possa cadere in eresia…) per focalizzarsi solo sulla sua “conseguente” o conclusione (…è deposto ipso facto se l’eresia è notoria), che egli fa passare per certa in sé o intrinsecamente e probabile estrinsecamente, dati i molti teologi approvati che l’hanno studiata ab extrinseco.

In realtà la conseguente (“depositus seu deponendus”) è stata studiata dai Dottori della seconda e terza Scolastica - Bellarmino, Suarez, Gaetano, Soto, Torquemada, Cano, Giovanni da San Tommaso, Billot, Vellico, Salaverri, Journet e Mondello - solo come soluzione pratica di ciò che occorrerebbe fare davanti all’ipotesi (antecedente: “ammesso e non concesso che il Papa possa cadere in eresia”), ritenuta possibile da loro più che probabile e mai certa, come, invece, la ritiene il Da Silveira.

Ora 1°) questa mancanza di distinzione tra certezza, probabilità e possibilità, e, 2°) il passaggio indebito (logicamente  e teologicamente) dal possibile al reale e al certo, portano l’Autore a delle contraddizioni e soprattutto a delle conclusioni teologiche erronee e potenzialmente molto pericolose, che vengono oggi riprese da alcuni intellettuali (si tratta di 45 pensatori, di cui solo pochi esperti in teologia, per esempio p. Serafino Lanzetta e p. Olivier de Bligniers, che non si spingono all’eccesso della deposizione del Papa*) per far dichiarare Francesco I eretico dal Collegio cardinalizio e dichiararlo deposto da Cristo (secondo la ipotesi indagatoria, puramente speculativa e solo remotamente possibile, di S. Roberto Bellarmino, che è quella seguita da alcuni di questi intellettuali, i quali sono fortemente influenzati dal pensiero del Da Silveira).

Ora il Da Silveira scrive a pagina 25 nota 5: “occorre tenere ben presente i gravi rischi che sorgerebbero nell’abbracciare in modo assoluto una delle opinioni ammesse dai teologi […]. Supponiamo che, a fronte dell’ipotesi di un Papa eretico, qualcuno lo ritenesse deposto ipso facto, come insegna San Roberto Bellarmino [ma in maniera del tutto ipotetica e puramente possibile, ndr], e ne traesse le conseguenze pratiche che ne derivano. Questa persona si esporrebbe al rischio di giungere ad uno scisma, nel caso in cui fosse vera, per esempio, l’opinione del Gaetano e Suarez”. In realtà la persona in questione si pone in pericolo di scisma anche secondo l’opinione possibile e ipotetica del Bellarmino, ritenuta erroneamente certa dal Da Silveira. Giustamente gli scolastici dicevano: “error non corrigitur per errorem / un errore (le novità e le deviazioni dottrinali di Francesco I) non si corregge con un altro errore (lo scisma e il conciliarismo ereticale, che dichiara il Papa deposto in caso di eresia)”.

Nella nota n. 9 a pagina 26 il Da Silveira scrive: “considereremo solo la possibilità di eresia del Papa come persona o dottore privato. Perché questa è l’unica ipotesi che gli autori trattano esplicitamente ed ex professo. Tuttavia nel capitolo X mostreremo che la sacra teologia non esclude la possibilità di eresia del Papa come persona pubblica [ossia come Papa, ndr]”. Purtroppo il Da Silveira rende certo, nelle sue conclusioni ed in pratica, quel che per i Dottori della Chiesa è solo possibile. Ora se è possibile che io diventi miliardario, da qui a concludere che certamente un giorno lo sarò il passaggio è indebito, anche se piacevole: “a posse ad esse non valet illatio / non è lecito passare dal possibile al realmente esistente”. Questo è il grave difetto logico/filosofico del libro del Da Silveira, difetto ampliato dalla tendenza teologica a far deporre papa Bergoglio come eretico notorio aumentando così il caos, che già regna sovrano in ambiente ecclesiale, ritrovandoci con un Papa “scellerato” (Gaetano) e un eventuale anti-papa: “Al nuovo padrone si aggiunge l’antico…” (A. Manzoni, Adelchi).

Poi il Da Silveira conclude: “stando così le cose, con che diritto qualcuno ai nostri giorni può appellarsi ad una di queste ipotesi, pretendendo di imporla senza indugi?” (p. 24). Infatti un’ipotesi è solo una possibilità, al massimo una probabilità, ma non è assolutamente una certezza e quindi non può obbligare nessuno.

Tuttavia l’Autore dopo aver esposto l’antecedente con le cinque diverse ipotesi sulla possibilità che un Papa cada in eresia, si focalizza sulla proposizione conseguente o conclusione pratica che, “ammessa e non concessa l’eresia possibile del Papa…”, i vari Dottori e teologi approvati (Bellarmino, Suarez, Gaetano, Soto, Cano, Giovanni da San Tommaso, Wernz-Vidal, Billot, Salaverri, Vellico, Journet, Mondello…) prendono in considerazione unicamente dopo aver espresso l’ipotesi della mera possibilità e non della certezza che il Papa cada in eresia (…egli è deposto ipso facto o deve essere deposto).

In breve, se per pura ipotesi teorica il Papa cade in eresia, per alcuni deve essere ammonito e dichiarato eretico dai Vescovi o dai Cardinali ed allora Gesù gli ritira l’Autorità papale (Gaetano), per altri, se (pura ipotesi teorica) il Papa dovesse cadere in eresia qualora essa sia manifesta, pubblica e notoria egli perderebbe ipso facto il Papato (Bellarmino), ma l’errore in cui incappa il Da Silveira è quello di fare di una conclusione ipotetica (conseguente), che deriva da un’opinione solamente possibile o al massimo probabile (antecedente), una certezza.

La disamina delle opinioni dei Dottori scolastici fatta dall’Autore è buona; in questo il suo libro è interessante e lo si può studiare con profitto, ma la conclusione cui giunge il Da Silveira è sbagliata poiché egli rende la tesi bellarminiana da speculativamente possibile  teologicamente certa, sia pur di una certezza teologica intrinseca, ossia per gli argomenti interni ai trattati ecclesiologici di S. Roberto Bellarmino, che lui vede come certi, mentre il Bellarmino li reputa solo ipotetici. Ora alcuni (che non son teologi e quindi non riescono a distinguere bene la portata delle loro tesi e delle conclusioni pratiche cui giungono) tra i quarantacinque  intellettuali che hanno inviato una supplica a tutti i Cardinali in questi giorni (luglio/agosto 2016) stanno riprendendo le conclusioni del Da Silveira e chiedono al S. Collegio cardinalizio di  ammonire il Papa (Francesco I) delle sue eresie e, qualora non si corregga, di constatare che ha perso il Sommo Pontificato perché Gesù glielo ha tolto.

A pagina 30/31 il Da Silveira fa uno schema riassuntivo, molto utile e ben redatto, delle cinque opinioni dei Dottori ecclesiastici sulla ipotesi del Papa eretico. Egli distingue nettamente tra di loro le cinque tesi ipotetiche e insegna che la prima opinione o meglio l’antecedente, che è quella insegnata comunemente come la più probabile dalla maggior parte dei teologi e dei Dottori: S. Roberto Bellarmino, Francisco Suarez, Melchior Cano, Domingo Soto, Giovanni da San Tommaso, Juan de Torquemada, Louis Billot, Joachim Salaverri, A. Maria Vellico, Charles Journet (ed anche il Gaetano non citato dal Da Silveira, ma lo dimostra mons. Vittorio Mondello, ne La dottrina del Gaetano sul Romano Pontefice, Messina, Istituto Arti Grafiche di Sicilia, 1965, cap. V, pp. 163-194 e cap. VI, pp. 195-224) è che il Papa come Papa non può cadere in eresia formale, mentre può favorire l’eresia o cadere in eresia materiale come dottore privato oppure come Papa, ma solo nel magistero non definitorio, non obbligante e quindi non infallibile (cfr. A. X. Da Silveira, p. 33, nota 1; cfr. B. Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009; Tradidi quod et accepi. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010; Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011; Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Torino, Lindau, 2011; La Cattolica. Lineamenti d’ecclesiologia agostiniana, Torino, Lindau, 2011). Perciò la conseguente è che il Papa non perde il Pontificato a causa della sua eresia, poiché questa non è ritenuta teologicamente certa, ma solo ipoteticamente possibile o al massimo probabile.

La seconda opinione, tenuta in conto da Juan de Torquemada (Summa de Ecclesia, Venezia, Tramezinus, 1561), ma che non è stata seguìta da altri teologi di fama, ritiene che il Papa possa cadere in eresia come dottore privato e, “ammessa e non concessa” tale possibilità, il Papa eventualmente eretico perderebbe ipso facto il Pontificato anche solo per l’eresia interna e non conosciuta da altri, poiché tra eresia e giurisdizione l’incompatibilità è assoluta e non solo in radice, per cui l’eresia taglia la radice della giurisdizione e non l’intera giurisdizione (assolutamente o in sé). Sarebbe come tagliare la radice di un albero che resta in vita ancora per qualche tempo, mentre se taglio l’albero intero (assolutamente o in sé) esso cessa ipso facto di esistere (R. Bellarmino, De Romano Pontifice, lib. II, cap. 30, p. 420; F. Suarez, De Fide, disputatio XXI, sectio III, n. 7, p. 540; L. Billot, Tractatus de Ecclesia Christi, Prato, Giachetti, 1909, tomo I, p. 612; J. Salaverri, De Ecclesia Christi, Madrid, BAC, 1958, p. 930; A. X. Da Silveira, op. cit., p. 88, nota n. 5). Siccome, però, la Chiesa di Cristo è una società visibile, non è possibile ammettere la perdita di giurisdizione per un motivo non conoscibile dai fedeli e dai Vescovi, altrimenti la struttura gerarchica e giuridica della Chiesa, che è anch’essa di istituzione divina, dipenderebbe solo da cogitazioni mentali.

La terza opinione è stata presa in esame da un solo teologo francese del XIX secolo (D. Bouix, Tractatus de Papa, Parigi/Lione, Lecoffre, 1869) su oltre 137 autori; essa ritiene che il Papa se per ipotesi cade in eresia mantiene egualmente il Pontificato, ma i fedeli non devono restare passivi, manifestando al Papa il suo errore affinché si corregga (cfr.  A. X. Da Silveira, Qual è l’autorità dottrinale dei documenti pontifici e conciliari?, “Cristianità”, n. 9, 1975; Id., È lecita la resistenza a decisioni dell’Autorità ecclesiastica?, “Cristianità”, n. 10, 1975; Id., Può esservi l’errore nei documenti del Magistero ecclesiastico?, “Cristianità”, n. 13, 1975) senza tuttavia poterlo dichiarare deposto (“depositus”) o deponendo (“deponendus”); questa terza opinione non è condivisa da tutti i teologi “probati”.

La quarta opinione è stata studiata soprattutto dal cardinal Tommaso de Vio detto il Gaetano, da Giovanni di San Tommaso (De auctoritate Summi Pontificis, Québec, Università di Laval, 1947)  e anche da Francisco Suarez (che esamina la prima e la quarta, ma ritiene più probabile la prima della quarta); secondo la quarta opinione occorre che vi sia una dichiarazione dell’eresia del Papa da parte dell’Episcopato o del Collegio cardinalizio, la quale dichiarazione non sarebbe una decisione e deposizione giuridica, ma renderebbe evidente il fatto che Cristo ha ritirato il Pontificato al Papa (“prima Sedes a nemine iudicatur”), che sarebbe “decaduto” più che deposto giuridicamente dopo le ammonizioni canoniche dei Vescovi o dei Cardinali per evitare l’errore conciliarista.

Padre Michel Louis Guérard des Lauriers nei Cahiers de Cassiciacum, Nizza, Association Saint-Herménégilde, 6 voll., 1979-1981) ha visto molto bene questa difficoltà. Infatti il termine “depositus” in senso stretto è tipico del conciliarismo, che ammette la superiorità dell’Episcopato sul Papa, il quale potrebbe essere “deposto”  dal Concilio imperfetto (i soli Vescovi senza il Papa), e perciò, per dichiarare che Paolo VI non era Papa, Guérard des Lauriers non ha seguìto la via del Papa eretico, ma la via della constatazione 1°) della volontà oggettiva di Paolo VI di non perseguire il bene comune della Chiesa, a partire dagli atti oggettivi che ha posto in essere, perché un’autorità che non vuole il fine della società che governa non può possedere l’autorità e quindi Paolo VI non è Papa in atto; 2°) degli errori riscontrati nella Dichiarazione Dignitatis humanae personae (7 dicembre 1965 ) del Concilio Vaticano II, che secondo il teologo domenicano francese sopra menzionato avrebbe dovuto essere infallibile ed invece ha fallito,  e quindi ne deriva il suo non essere Papa formalmente o in atto, ma solo materialmente o in potenza. La tesi di p. Guérard è detta anche “sedevacantismo parziale o mitigato” (ossia solo formale) per distinguerlo dal “sedevacantismo totale o radicale”, secondo il quale Paolo VI (e con lui i “Pontefici” conciliari) non è Papa né formalmente né materialmente e quindi si può passare all’elezione di un altro vero Papa, mentre p. Guérard des Lauriers riteneva di dover attendere che il Papa solo in potenza si convertisse e diventasse Papa in atto.

Si noti che il Billot quando tratta del Papa come colui che ha ricevuto da Cristo il compito (“munus”) di confermare gli altri (Vescovi, sacerdoti e fedeli) nella fede specifica che si tratta del Papa in quanto “persona reale e viva e non metafisica ed astratta”. Quindi la tesi del Papa solo materiale, ma non formale, che è frutto di un’astrazione gnoseologico/filosofica, è implicitamente confutata già nel 1909 dal Tractatus de Ecclesia Christi del Billot.

Anche S. Roberto Bellarmino (De Romano Pontifice, lib. II, cap. 30, Milano, Battezzati, 1857, pp. 418-420) fa una distinzione analoga (Papa materiale/formale) e insegna che, quando i Cardinali eleggono il Papa o designano una persona alla quale Gesù conferisce l’autorità papale, non esercitano una vera e propria scelta giuridica sul Pontefice romano, che ancora non esiste in atto, ma la esercitano sulla persona fisica del Papa in potenza o materiale, che, se dice di accettare l’elezione canonica, riceve da Dio il Pontificato in atto o formalmente altrimenti non passa dalla potenza all’atto ed è un “Papa materiale, ma non formale”. Il Bellarmino ne conclude che i Cardinali o i Vescovi non possono “deporre” giuridicamente il Papa in concreto o in atto poiché allora eserciterebbero una certa giurisdizione sul Papa in atto o formale trovandosi davanti non solo una semplice persona umana che in potenza potrebbe diventare Papa, ma un Papa in atto o una persona umana eletta, che, avendo accettato l’elezione, è Papa formalmente e quindi è superiore ad ogni potere umano ed ecclesiale, anche ai Vescovi e ai Cardinali. Ora la tesi del Da Silveira somiglia non poco a quella di p. Guérard perché per evitare il conciliarismo non parla di dover deporre o constatare la deposizione del Papa, ma parla di “decadimento” o “perdita” dell’autorità papale da parte della persona fisica che è stata eletta, ma che essendo caduta in eresia (o non avendo la volontà oggettiva di procurare il bene comune della Chiesa), ha perso la forma di Papa mantenendo solo la materia o l’esistenza come persona fisica e privata senza più l’autorità papale.

In realtà il Bellarmino tratta della pura ipotesi dell’eresia del Papa,  “ammessa e non concessa” la quale, ritiene - solo speculativamente, indagativamente e ipoteticamente - che il Papa sarebbe deposto ipso facto (“depositus”) e non  da deporsi (“deponendus”) dopo dichiarazione dell’Episcopato o del S. Collegio cardinalizio, come invece alcuni cattedratici odierni dei 45 firmatari della supplica ai Cardinali vorrebbero che si facesse con papa Francesco I, della cui eresia si dicon certi e quindi non vedono inconvenienti a che il S. Collegio lo condanni, lo dichiari eretico giuridicamente e ne constati la deposizione da parte di Cristo.

La quinta opinione è quella presa in considerazione da Melchior Cano (De locis theologicis, lib. IV, cap. 2, Roma, Cucchi, 1900), da Domingo De Soto (In IV Sent., dist. 22, q. 2, a. 2, Venezia, Zenarius, 1584, vol. I, pp. 1085-1088), da S. Roberto Bellarmino e dal card. Louis Billot i quali, dopo aver posto come antecedente la maggior probabilità che il Papa come tale e non come dottore privato non può cadere in eresia, ne tirano la conseguenza che, se ciò dovesse avvenire per pura ipotesi speculativa, allora il Pontefice romano perderebbe il Pontificato ipso facto. Tuttavia il Da Silveira trascura l’antecedente, che è per i Dottori della seconda Scolastica una pura ipotesi possibile o al massimo probabile, ma mai teologicamente certa e ne tira la conseguenza come se fosse teologicamente certa, ricalcando, filosoficamente, l’argomento ontologico, ossia il passaggio dall’idea di Dio alla sua esistenza reale e compiendo, teologicamente, un passaggio indebito dal possibile/probabile al certo. Questa è la lacuna di tutto il lavoro del Da Silveira, che lo porta a ritenere teologicamente certa l’ipotesi dell’eresia del Papa e la conseguente perdita del Pontificato.

Secondo il Da Silveira (op. cit., 77; p. 90, nota n. 8) Suarez e Gaetano parlerebbero di vera e propria “deposizione” del Papa da parte del Concilio imperfetto, dopo essere stato giudicato e condannato giuridicamente come eretico, poiché l’Episcopato sarebbe per loro superiore al Papa in caso di sua eresia, ma questa è la teoria conciliarista mitigata. Invece il Bellarmino, secondo il Da Silveira, parlerebbe solo in senso lato di “deposizione” per indicare una “dichiarazione non giuridica” (op. cit., p. 66, nota n. 3; pp. 73 ss.). In realtà il Gaetano è stato il “martello del conciliarismo” forse più del Bellarmino come sostiene mons. Vittorio Mondello nella sua Tesi di laurea del 1963 presso l’Università Gregoriana pubblicata a Messina dalle Arti Grafiche di Sicilia nel 1965 (La dottrina del Gaetano sul Romano Pontefice), che è un vero gioiello.

Secondo il Bellarmino (De Romano Pontifice, lib. II, cap. 30, p. 420), siccome gli eretici manifesti, notori e pubblici perdono ipso facto la giurisdizione, ammesso e non concesso che il Papa possa cadere in eresia, in caso di eventuale eresia manifesta egli perderebbe immediatamente l’autorità papale.  Questa è l’interpretazione della posizione bellarminiana data dai padri gesuiti Franz Xavier Wernz e Pedro Vidal (Jus Canonicum, Roma, Gregoriana, 1943, vol. II, p. 517). Il Da Silveira (op. cit., pp. 83-85; p. 93 nota 14; p. 94 nota 17) sostiene l’interpretazione della tesi del Bellarmino data da Wernz-Vidal (cfr. anche L. Billot, Tractatus de Ecclesia Christi, Prato, Giachetti, 1909, tomo II, p. 617; J. Salaverri, De Ecclesia Christi, Madrid, BAC, 1958, p. 879, n. 1047). Come già notato sopra il Da Silveira compie un passaggio indebito dal possibile al certo e reale quando scrive (op. cit., p. 96-97) che “un eventuale Papa eretico perderebbe il suo incarico nel momento in cui la sua eresia diverrebbe ‘notoria e pubblicamente divulgata’. Noi crediamo che questa opinione non solo è intrinsecamente probabile, ma certa, poiché le ragioni che si possono addurre per sostenerla ci sembrano del tutto perentorie. […]. Ad ogni modo, altre opinioni restano estrinsecamente probabili, dal momento che hanno a loro favore degli autori importanti”.

Come si vede è di capitale importanza distinguere l’antecedente (“se per pura ipotesi speculativa il Papa cadesse in eresia…”), la quale non è ammessa come certa da nessun teologo o Dottore controriformistico e neo-scolastico, dalla conseguente (“…allora perde il Pontificato ipso facto o dopo una dichiarazione da parte dell’Episcopato?”). Purtroppo il Da Silveira si focalizza sulla conseguente prendendola erroneamente per teologicamente certa, senza dedurla filosoficamente, come la logica formale comanda, dall’antecedente che è solamente possibile o probabile. Per cui il suo libro risulta essere una buona compilazione delle diverse opinioni dei teologi, ma pecca di conclusione logicamente e teologicamente indebita quando passa dall’ipotesi dell’antecedente alla certezza della conseguente. Ora “a posse ad esse non valet illatio / il passaggio non è valido dal poter essere all’essere reale”. Se io posso diventare miliardario non significa che lo sia realmente.

Basta studiare attentamente ciò che scrive il Da Silveira medesimo: “Gli Autori contrassegnati da due asterischi [**] (Bellarmino, Suarez, Billot) ritengono più probabile che il Papa non possa cadere in eresia, ma non considerano certa questa opinione” (p. 29). Egli invece la considera teologicamente certa.

Mondello, il Da Silveira e il Cajetanus

Monsignor Vittorio Mondello (La dottrina del Gaetano sul Romano Pontefice, cit., pp. 163-194) spiega che l’ipotesi della possibilità del Papa eretico deriva dal Decreto di Graziano (dist. XL, cap. 6, col. 146) composto tra il 1140 e il 1150, in cui si trova riportato un frammento creduto erroneamente di S. Bonifacio († 5 giugno 754), un monaco benedettino dell’Exeter in Inghilterra inviato da papa Gregorio II ad evangelizzare la Germania, consacrato arcivescovo di Magonza e martirizzato dai Frisoni, che è considerato l’apostolo della Germania e il cui corpo riposa a Fulda.

Questo frammento si intitola “Si Papa ed esprime la dottrina secondo cui “a nemine est iudicandus, nisi deprehendatur a Fide devius / non può essere giudicato da nessuna autorità umana, tranne che sia caduto in eresia”.

A partire da questo decreto spurio attribuito erroneamente a San Bonifacio e ripreso come tale da Graziano i teologi medievali e controriformistici hanno ritenuto possibile la ipotesi e non la certezza del Papa eretico. Da qui si sono divisi nel discettare come risolvere la questione di un Papa eventualmente caduto in eresia come persona privata (cfr. A. M. Vellico, De Ecclesia Christi, Roma, 1940, p. 395, n. 557, nella nota 560 vi è un’amplia bibliografia). Il cardinal Charles Journet  (L’Eglise du Verbe Incarné, Bruges, Desclée, II ed., 1995, vol. I, p. 626) ritiene che la sentenza secondo cui il Papa non può cadere in eresia “va oggi divulgandosi grazie soprattutto al progresso degli studi storici. Il Bellarmino (De Romano Pontifice, lib. II, cap. 30) è stato uno dei sostenitori di questa tesi. La sentenza che ammette la possibilità dell’eresia del Papa trae la sua lontana origine dal già citato Decreto di Graziano, che riporta un testo spurio attribuito a San Bonifacio” (citato in V. Mondello, op. cit., p. 164). Ora la eventuale condanna del Papa solo in caso di eresia da parte del Concilio imperfetto (i soli Vescovi) è la tesi del conciliarismo mitigato, condannato come ereticale e figlio del conciliarismo radicale, che ritiene il Concilio superiore al Papa sempre e per sé ed è stato anch’esso condannato come ereticale. Mons. Antonio Piolanti scrive: “il Conciliarismo è un errore ecclesiologico, secondo cui il Concilio ecumenico è superiore al Papa. L’origine remota del Conciliarismo si trova nel principio giuridico del Decreto di Graziano (dist. XL, cap. 6) secondo il quale il Papa può essere giudicato dalla Chiesa (l’Episcopato o i Cardinali) in caso di eresia. […]. Il Papa può errare e persino cadere in eresia, dovrà in tal caso essere corretto ed anche deposto. […] quest’errore fu condannato dal Concilio di Trento e ricevette il colpo di grazia dal Concilio Vaticano I” (Dizionario di teologia dommatica, Roma, Studium, IV ed., 1957, pp. 82-84, voce Conciliarismo).

Per una buona disamina del Decreto di Graziano si può leggere S. Vacca, Prima Sedes a nemine iudicatur (Roma, Gregoriana, 1993, cap. XXI, Il Decreto di Graziano (1441), pp. 249-254). In breve il padre cappuccino Salvatore Vacca cita i canoni o capitoli (VII, IX) della distinzione XXI del Decreto di Graziano. Molto interessante è il can. VII in cui si riferisce che papa Marcellino (296-304) «fu costretto dai pagani ad entrare in un loro tempio e a sacrificare incenso. Per questo motivo si riunì un concilio particolare di Vescovi, durante il quale, dopo avere fatto un’istruttoria, lo stesso Pontefice dichiarò di avere fatto ciò di cui era accusato. Tuttavia nessuno dei Vescovi osò proferire una sentenza giuridica di condanna, ma gli dicevano: “con la tua bocca giudica la tua causa e non con un nostro giudizio: la prima Sede non può essere giudicata da nessuno”». Anche il canone IX è interessantissimo: in esso si narra che  «alcuni Vescovi egiziani con Diòscoro Patriarca di Alessandria d’Egitto (444-451) condannarono a Nicea papa S. Leone Magno (440-461) nel 451, allora il III Concilio di Calcedonia (451) condannò Diòscoro e gli altri Vescovi e li depose non come eretici filo eutichiani e monofisisti (in Cristo vi è una sola natura mista di divinità e umanità), ma perché hanno osato condannare e scomunicare il Papa»  e i canoni (VII, X, XIII, XIV, XVI, XVII, XVIII, XXX) della distinzione XCVI del Decreto di Graziano e mostra con citazioni alla mano che esse “vietano il ricorso contro le decisioni del Papa” (p. 250).

Ora «Graziano, per fondare il principio sulla ingiudicabilità del Papa, a differenza della tradizione canonistica precedente […] ha lasciato inconcusso il principio Prima Sedes a nemine iudicatur. Tuttavia, ha trascritto parzialmente il Fragmentum A (174-178) di Umberto di Silva Candida. Egli raccoglie così nel suo Decreto le due tradizioni giuridiche contrastanti, che sono state compresenti nella Chiesa: la prima, sostenuta dagli apocrifi simmachiani [papa san Simmaco (498-514) sottoposto al giudizio del concilio particolare detto palmare nell’atrio della basilica di San Pietro in Vaticano dall’imperatore Teodorico nel 501. Nel corso della controversia furono stilati numerosi scritti polemici, fra cui gli apocrifi simmachiani, redatti dai sostenitori di papa Simmaco, che emanò l’assioma Summa Sedes a nemine iudicatur ndr], afferma che il Papa non può essere giudicato da nessuno; la seconda ritiene che, in caso di eresia, il Papa può essere ripreso. Dunque questa concezione si è tramandata sino al secolo XII. […]. Il Papa non può essere giudicato da nessuno, mentre egli può giudicare tutti; ma deve essere ripreso solo qualora si allontanasse dalla fede. Da ciò deriva l’obbligo di pregare per lui poiché dalla sua incolumità dipende la salvezza dei fedeli» (S. Vacca, Prima Sedes a nemine iudicatur, cit., p. 253-254).

Anche don Pacifico Massi nel suo libro Magistero infallibile del Papa nella teologia di Giovanni da Torquemada (Torino, Marietti, 1957, pp. 117-119) sostiene che l’opinione della possibilità del Papa eretico come dottore privato “trae la sua lontana origine dal decreto di Graziano (Si Papa, dist. XL, canone 6) attribuito a San Bonifacio, arcivescovo di Magonza, da questo canone poi dipese tutto il coro unanime dei canonisti medievali che non dubitarono affatto della possibilità di un Papa eretico. Torquemada (Summa de Ecclesia, Venezia, 1561, IV, parte 2, c. 18, folio 391) è l’erede di questa tradizione. […]. Il Pontefice appena diventa eretico, non importa se occulto, ipso facto cadit a Papatu ” (cit., p. 117).

Nella sacra Liturgia, che secondo Melchior Cano è un luogo teologico, si prega per il Papa in questi tre modi: 1°) “Ut Domnum Apostolicum in sancta religione conservare digneris, Te rogamus audi nos / Dio mantenga nella santa religione ossia nella vera fede il Sommo Pontefice” (Litanie di Santi). “Molti ritengono che queste Litanie dei Santi siano state composte e istituite da San Gregorio Magno (590-604) nel 600, tuttavia di esse si fa menzione in parecchi documenti anteriori a S. Gregorio Magno” (F. Roberti-P. Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Roma, Studium, IV ed., 1968, vol. I, p. 918; cfr. E. Cattaneo, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1951, vol. VII, coll. 1417-1421, voce Litanie); 2°) “Oremus pro beatissimo Papa nostro *: ut Deus… salvum atque incolumen custodiat Ecclesiae suae sanctae ad regendum populum sanctum Dei. […]. Electum nobis Antistitem tua pietate conserva; ut christiana plebs, quae Te gubernatur Auctore, sub tanto Pontifice, credulitatis suae meritis augeatur / Dio lo conservi salvo e incolume alla sua santa Chiesa per governare il popolo santo dei fedeli di Dio. […]. O Signore conserva il Capo supremo che ci hai eletto, affinché il popolo cristiano, che è governato per Tua autorità, possa sotto un tale Pontefice crescere per i meriti della sua fede” (Orazioni solenni del Venerdì Santo), già ampiamente citate prima ancora del pontificato  di San Leone Magno († 461), ritenute comunemente di Tradizione apostolica (si veda il padre benedettino dom Pietro Siffrin, professore di sacra Liturgia al Pontificio Ateneo Anselmianum di Roma in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1953, vol. XI, coll. 448-456, voce Settimana Santa; cfr. C. Callevaert, De sacra Liturgia universim, Bruges, 1933; Ph. Oppenheim, Institutiones Liturgicae, Torino/Roma, 1937; M. Righetti, Storia liturgica, 3 voll., Milano, 1945-1951); 3°) “Oremus pro Pontifice nostro *, Dominus conservet eum et vivificet eum et beatum faciat eum in terra et non tradat animam ejus in manibus inimicorum suorum / Dio non lasci la sua anima nelle mani dei suoi nemici” (Oremus all’Esposizione del SS. Sacramento, ripresa dall’orazione del Venerdì Santo e dalle Litanie dei Santi). Da ciò si potrebbe arguire che il Pontefice anche come Papa possa cadere in preda dei nemici (tanti Papi son stati incarcerati e martirizzati) e che come persona privata possa smarrire la retta religione o fede.

Ma il Concilio Vaticano I (IV sessione, 18 luglio 1870, Costituzione dogmatica Pastor aeternus) ha stabilito la definizione dogmatica circa il principio della ingiudicabilità del Papa: “Insegniamo e dichiariamo che secondo il diritto divino del primato papale, il Romano Pontefice è il giudice supremo di tutti i fedeli […]. Invece nessuno potrà giudicare un pronunciamento della Sede Apostolica, della quale non esiste autorità maggiore. Quindi chi afferma essere lecito appellarsi contro le sentenze dei Romani Pontefici al Concilio ecumenico, come ad un’autorità superiore al Sommo Pontefice, è lontano dal retto sentiero della verità” (DS, 3063-3064). Il CIC del 1917 al canone 1556 riprendendo la definizione dogmatica del Vaticano I ha stabilito il principio: “Prima Sedes a nemine iudicatur”, ripreso tale e quale dal CIC del 1983, canone 1404. Padre Salvatore Vacca conclude: “anche nel caso del Papa eretico si affermava il principio Prima Sedes a nemine iudicatur e ci si rifaceva alla storia di papa Marcellino (296-304) che, malgrado avesse deviato dalla fede, non era stato condannato dall’assemblea conciliare e poi è morto martire. In quell’occasione, il Pontefice, caduto apertamente in errore, non era tenuto ad essere sottoposto ad una sentenza conciliare” (cit., p. 264). Per la storia di papa Marcellino cfr. Enciclopedia dei Papi, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2000, I vol., pp. 303-307, a cura di A. Di Bernardino, voce Marcellino, santo.

Mons. Vittorio Mondello distingue molto bene la tesi del Gaetano, il quale insegna che il Papa “non ha superiori sulla terra neppure in caso di eresia (ipotetica), ma sottostà al potere della Chiesa riguardo alla sola perdita del Pontificato o ‘deposizione’ in senso largo e non giuridico o giudiziale. […] nel caso in cui l’eretico è un Papa, la Chiesa può dichiarare il Papa separato dalla Chiesa e quindi non più Papa o decaduto” (op. cit., pp. 169-170).

Conclusione

I due grandi ecclesiologi tutt’ora viventi, che non sono stati interpellati a redigere il manifesto dei 45 intellettuali sulle monizioni a Francesco I, sono monsignor Vittorio Mondello (arcivescovo emerito di Reggio Calabria e autore dell’ottimo libro sull’ecclesiologia del Gaetano sopra citato) e monsignor Brunero Gherardini, professore di ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense.

Sarebbe bene che i due teologi qualificati intervenissero sulla questione, che rischia di degenerare per l’imperizia di alcuni, i quali non si contentano delle monizioni da fare a Francesco I per i suoi oggettivi errori teologici e vorrebbero andare oltre con un’azione più radicale per indurre Francesco I a farsi da parte, se persiste nell’errore, dichiarando che papa Bergoglio ha cessato di essere Papa, visto che le preghiere da sole non bastano, anzi non son servite sinora a nulla. Occorre, quindi, un’accusa di eresia al Papa (cosa indubbiamente nuova e rivoluzionaria) fatta dal S. Collegio cardinalizio. La vera soluzione sarebbe rappresentata dalla dipartita dell’ostinato Bergoglio dal Sacro Soglio per deposizione da parte della pars sanior del Sacro Collegio che dovrebbe "sfiduciare" il Papa.

A me sembra che la soluzione più equilibrata sia quella suggerita dal cardinal Gaetano.

Il Concilio senza il Papa rappresenterebbe solo le pecore senza il pastore. Ora, Pietro è stato istituito da Cristo unico pastore a cui è affidato l’unico ovile che è la Chiesa (Cajetanus, Tractatus de Comparatione Auctoritatis Papae et Concilii, Roma, 12-X-1511, ediz. Pollet, Roma, Collegio Angelicum, 1936, cap. VII, p. 49, n. 85). La Chiesa quindi non è al di sopra del Papa ma sotto il Papa come l’ovile e il gregge sono sotto il pastore. Se il Concilio, i Vescovi e i fedeli, invece, pretendessero di essere non gregge ma pastore, almeno de facto, non sarebbero il pastore scelto da Cristo, che è Pietro, ma un pastore “abusivo” o un lupo travestito da pastore (Cajetanus, Tractatus de Comparatione, cit., cap. VII, p. 49, n. 86).

Come scriveva il Gaetano (Apologia de comparata auctoritate Papae et Concilii, Roma, Angelicum ed. Pollet, 1936, p. 112 ss.) il rimedio ad un male così grande come “un Papa scellerato” e la crisi nella Chiesa in tempi di caos è la preghiera e il ricorso all’onnipotente assistenza divina su Pietro, che Gesù ha promesso solennemente. Gaetano cita il De regimine principum dell’Angelico (lib. I, cap. V-VI), in cui il Dottore Comune insegna che normalmente i più propensi a rivoltarsi contro il tiranno temporale sono i “discoli”, mentre le persone giudiziose riescono a pazientare finché è possibile e solo come extrema ratio ricorrono alla rivolta. Quindi ne conclude che se occorre aver molta pazienza con il tiranno temporale e solo eccezionalmente si può ricorrere alla rivolta armata e al tirannicidio, nel caso del Papa indegno o “criminale” (V. Mondello, La dottrina del Gaetano sul Romano Pontefice, Messina, Arti Grafiche di Sicilia, 1965, p. 65) non solo non è mai lecito il “papicidio” e la rivolta armata, ma neppure la sua deposizione da parte del Concilio.

don Curzio Nitoglia



* Infatti i 45 scrivono: “L’esortazione apostolica Amoris laetitia, pubblicata da Papa Francesco il 19 marzo 2016 e indirizzata a vescovi, preti, diaconi, persone consacrate, coppie cristiane sposate e a tutti i fedeli laici, ha provocato dolore e confusione in molti cattolici a causa del suo evidente disaccordo con un certo numero di insegnamenti della Chiesa cattolica sulla fede e la morale. Tale situazione costituisce un grave pericolo per le anime. Poiché, come insegna San Tommaso d’Aquino, i subalterni sono tenuti a correggere pubblicamente i superiori quando vi sia un pericolo imminente per la fede (Summa Theologiae, II-II, q. 33, a. 4, ad 2;  a. 7), e i fedeli cattolici hanno il diritto e talora il dovere, compatibilmente con le loro conoscenze, competenza e posizione, di far conoscere i loro pareri su questioni concernenti il bene della Chiesa (Codice Latino di Diritto Canonico, Canone 212, § 3), i teologi cattolici hanno il preciso dovere di pronunciarsi contro gli errori  che appaiono nel documento. Il presente intervento su Amoris laetitia mira ad assolvere questo compito e ad assistere la gerarchia cattolica nell’affrontare questa situazione. […]. L’analisi che segue non nega o mette in dubbio la fede personale di Papa Francesco. Non è giustificabile o lecito negare la fede di un qualsiasi autore sulla base di un singolo testo, e questo è specialmente vero nel caso del Sommo Pontefice. Vi sono ulteriori ragioni per le quali il testo di Amoris laetitia non può essere utilizzato come ragion sufficiente per ritenere che il Papa sia caduto nell’eresia […]. Le censure di queste proposizioni non sono censure di atti amministrativi, legislativi o dottrinali del Sommo Pontefice, poiché le proposizioni censurate non sono e non possono costituire atti del genere. Le censure sono oggetto di una richiesta filiale al Sommo Pontefice, che gli chiede di produrre un atto finale e definitivo di condanna dottrinale e giuridica delle proposizioni censurate. Infine, alcuni dei teologi firmatari di questa lettera si riservano il diritto di apportare rettifiche minori ad alcune delle censure allegate: le firme da loro qui apposte devono comunque esser intese come indicanti la loro convinzione che tutte le proposizioni censurate meritavano di esserlo e come testimonianza del loro accordo generale con le censure stesse”.


 
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