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L'Islam contro Mozart: è la «notizia» in sintesi che i maggiori telegiornali italiani, privati e pubblici, sparano nelle paradigmatiche nove colonne in cronaca, addì 27 settembre 2006.
Bisogna invece leggere con alta, speculativa attenzione gli interi, lunghissimi ed involuti articoli, redatti da Paolo Valentino (Corsera) e Andrea Tarquini (Repubblica), per capire la falsificazione.
In cartellone alla Deutsche Oper di Berlino doveva andare l'«Idomeneo» di Mozart: un'opera commissionata al genio salisburghese dall'Elettore Carlo Teodoro di Baviera, un sovrano di fervidissima fede, ad onta della forte influenza a corte della famosa loggia degli «Illuminati» (1), particolarmente potente, come a Vienna, in faccende d'arte e di musica. E rappresentata con cordiale successo nel 1781.
Essa in verità non rappresenta un campione significativo del peculiare mélos mozartiano, affatto italiano, addirittura metastasiano nella sua consistenza: come dimostrerà nel trionfale epilogo della sua carriera con «La clemenza di Tito», apologo romano e cesareo sulla virtù del perdono, in scena a Dresda nel luglio 1791 per celebrare l' incoronazione di Leopoldo II imperatore.
Nel suo tessuto sinfonico-corale è piuttosto «gluckiana»: risponde cioè ai canoni di quella poetica germanico-progressista, fortemente anti-religiosa e anti-latina, elaborata tra Venezia e Parigi (2) dai sostenitori di una Riforma drammatica del melodramma che sfocerà compiutamente un secolo dopo nell'ambiguo fenomeno del wagnerismo, grandissima musica per grossolana teoretica.
Tuttavia, nel caso in questione, la musica straordinaria di Mozart sorpassa ogni limite strutturale, ed ogni riserva di natura poetica: legittimata dallo scadente libretto «riformatore» di Giovanbattista Varesco, ispirato ad una tragedia di Crébillon père, già ripresa in musica da André Campra, nella tradizionale forma gallicana della «tragédie lyrique» basata sul declamato anziché sulla melodia. «Idomeneo re di Creta», tale il titolo in extenso, narra della incauta promessa elevata a Posidone Dio del mare, dal protagonista eponimo in punto di naufragio: sacrificargli il primo vivente che incontri, una volta approdato in salvo sulla spiaggia.
Il malcapitato sarà proprio suo figlio: Idamante, che governa l'isola da reggente in sua assenza, e promesso sposo alla giovane Ilia: lo svolgimento dell'opera coincide, staticamente, con la vicenda dello scioglimento di quel voto, mercé la benevolenza del Nume adirato.
Nel 2003 l'opera, oramai consueta sulle scene dagli anni della Mozart-Renaissance, si allestisce a Berlino.
Ma stavolta per una regia di Heinrich Neuenfels, artista «progresssista e trasgressivo», dal nome evocativo e presago.
E' questo Neunfels che manipola arbitrariamente il soggetto.
E' lui che inventa e rappresenta, nel finale, la sanguinante decapitazione di Gesù, Budda e Maometto da parte di Idamante, simbolo della rivolta contro l'oppressione religiosa insieme al «cattivo» Posidone.
La combriccola dei «Profeti», più o meno bellicosi, al gran completo tutti «kaputt».
Con un a significativa eccezione: Mosè!
Mozart non ha nessuna colpa in questa «provocatoria» cretineria, tipicamente «arte contemporanea».
Filologicamente parlando, quella inserita da Neunsfeld è una abusiva, quanto atrabiliare, invettiva a testata multipla.
Difesa dal coro globale dei critici - e dei media - come «coraggiosa», in nome della occidentalissima «libertà di espressione» (che, come la omologa «di stampa», è esclusiva privilegiata per pochi, autorizzatissimi «autori»).
Ciò perché fa zimbello del Divino e del Sacro.
E' un elaborato insulto
1) contro le religioni: tranne quella del genus più diretto di Mosé, tutte viste come criminogene e genocide, contro l' individuo e le sue «garanzie».
2) contro Mozart: arbitrariamente trasformato, dacché non può difendersi e non è difeso dai responsabili artistici, in un trasgressivo osceno «Grandguignolesque» che mai non fu.
3) contro l'«arte»: classico-cristiana siccome universale e metastorica, finalmente ridotta (invidia penis ?) a volgare reperto «contemporaneo», e transeunte, di natura sociale-sociologica.
4) contro la «verità», a fini di manipolazione propagandistica pro-Guerra Santa prossima ventura: cattolici contro islamici, perché tra i due litiganti il terzo goda. ome in una dimenticatissima tragedia di Christopher Marlowe, ambientata a Malta.
5) contro il sentimento: il proprio, che qui non c'è, ed il «rispetto» di quello altrui, sacro ugualmente.
Infine, si scopre che la vecchia «provocazione» è stata usata cinicamente a scopo di propaganda: nessuna minaccia preventiva risulta mai arrivata da Al Qaeda o da suoi cloni alla direzione del teatro.
Tutta la manfrina di rimandare la rappresentazione è a quanto pare un'invenzione per suscitare interesse e affollare il botteghino.
Cose già viste, non insolite nella cosiddetta «arte contemporanea», che non sa più come trasgredire in modo redditizio.
Opera di astuta provocazione a fini di «succès de scandale» ma con evidenti risvolti politici in senso proprio, perché compiuta in sintonia simbiotica coi media editoriali addomesticati: a scopo di suscitare la reazione islamica, e non eventualmente criminogeno, ma bensì fattualmente criminale. Reazione islamica che non c' è proprio stata, data l'estrema cerebralità dell'evento, noto a pochissimi nei suoi significati.
Eppure: «Islam contro Mozart», «Maometto censura Mozart», è infatti il suono letterale di articoli e titolazioni corpo 9, dove il «dettaglio» della verità è nascosto tra le pieghe di almeno seimila battute a stampa: dacché, autonomamente «preoccupato» per la rappresentazione niente affatto «mozartiana» della decapitazione del Profeta, il Direttore del Teatro ha deciso di annullare le repliche previste nel Giubileo del grande musicista, causa pericolo di rappresaglia integralista-islamica.
Senza beninteso, che alcun mussulmano avesse neppure minimamente profferito verbo in materia: tanto del ripugnante Vangelo secondo Neuenfels quanto, naturalmente, di quello di Mozart.
Un «fatto» letteralmente inventato di sana pianta, a mò di casus belli.
E senza neppure preoccuparsi, naturalmente, per la decollazione del Cristo, e della eventuale reazione dei cattolici romani .
Ugualmente blasfema che quella di Maometto?
Cosa mai può cambiare: tutti sappiamo bene che Gesù lo hanno già crocifisso.
E non per messinscena d'avanguardia, ma nella Storia certa di eterno com-presente.
Jan Kàroly
(Sotto questo pseudonimo si cela un critico musicale, discendente del Jan Karoly storico: figlio del conte Otto, effimero presidente della Repubblica dei Consigli - massacrato dagli sbirri di Bela Kùn, prima di riuscire a raggiungere i fratelli fuggiti in Puglia via Croazia dalla rivoluzione del 1918).
