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Dilettanti allo sbaraglio
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In fondo è commovente vedere l’ingenuità al governo. «Introduciamo il reato d’immigrazione clandestina!». Le fanno presente che con questo si riempiranno le prigioni già sovraffollate, ed essa - l’ingenuità - risponde: «Si costruiscano nuove carceri!». Poi dà la sveglia ai magistrati che non perseguono abbastanza rom e clandestini: «L’obbligatorietà dell’azione penale è sempre in vigore!». La monnezza brucia?   «Un nuovo commissario straordinario! Nuovi inceneritori! Risolviamo il problema!».

Il lato disarmante di tutto ciò sta nella convinzione che, quando il governo ordina, o «fa una legge», ci siano poi gli apparati tecnico-burocratici dello Stato che, al disotto, eseguano gli ordini o le direttive. Come ogni italiano maturo dovrebbe sapere, questi apparati sono da tempo immemorabile guasti. Esistono solo per stipendiare i propri dipendenti, per  difendere gli spazi di potere indebito che si sono strappati l’un l’altro, e per ostacolare gli altri poteri istituzionali, specie se si atteggiano a decisionisti. Nel caso migliore, si arrabattano fra mille compiti a cui sono impari, o per cui sono incompetenti, o per cui non hanno il personale, i mezzi, i computer, la carta.

La magistratura, se anche volesse perseguire il reato d’immigrazione, aumenterebbe i suoi arretrati  già stellari; se la polizia dovesse eseguire le espulsioni, dovrebbe accompagnare alla frontiera 6-700 mila persone: e su quali mezzi, visto che le auto di servizio, scarse, hanno sul gobbo 300 mila chilometri in media?

Berlusconi, abituato a non guardare a spese, è capacissimo di ordinarne la deportazione in aereo; ma l’Alitalia non vola (a proposito, dov’è la cordata?) e magari ordinerà centinaia di voli charter privati a spese di noi contribuenti.

Per costruire un carcere occorrono decenni di trattative defatiganti con le «comunità locali» e i «comitati di cittadini», con carte bollate, contro-opposizioni, querele e controquerele.

Fabbricare un incineritore - date le opposizioni congiunte di cittadinanze, magistrature, ASL, vescovi e Belle Arti o di qualunque altra istituzione che possa mettersi di traverso - è semplicemente impossibile.

Tra le «istituzioni», mettiamo ovviamente una delle più solide e tradizionali, la Camorra. Come si è notato, essa ha accolto il nuovo governo con l’intensificazione dei falò di monnezza. I cumuli di spazzatura, che la geologia stava ordinatamente stratificando sui marciapiedi e coi millenni si sarebbero pacificamente trasformati in pittoreschi canyon di tipo giurassico, sono stati buttati sulle strade da volonterosi giovinastri camorristi incendiari a tempo determinato, e aspiranti al tempo pieno. Il messaggio era chiaro, e diretto al governo: qui comandiamo noi.

E’, al modo suo, l’offerta di un tavolo di trattative: anche i sindacati dovrebbero imparare, come camorristi sono solo dilettanti. «Trattate con noi».

Si apprende che persino i treni per la Germania, che portano carichi di monnezza partenopea a 250 euro la tonnellata verso gli incineritori tedeschi, sono stati rallentati da intralci e «difficoltà» burocratiche di origine misteriosa, che però rivelano che Camorra e Comune, burocrazia e malavita sono, in Campania, tutt’uno; tutt’uno con la spazzatura, che è il comune grande affare.

Il blocco dei treni-monnezza in fuga verso la civiltà è un segnale importante, dimostra il potere assoluto della camorra su tutto e su tutti: il che non è strano, in una città dove il 30% dei cittadini è pregiudicato, e dove la polizia, se entra al rione Sanità, viene sistematicamente aggredita; e dove la cittadinanza si tiene volentieri Basssolino & Jervolino - da cui si sentono, come giusto, pienamente rappresentati.

«Si è ormai capito», ha scritto Angelo Panebianco su Il Corriere, «che la possibilità o meno di affrontare con successo la questione dei rifiuti dipenderà in larga misura dagli esiti del braccio di ferro fra lo Stato democratico e la camorra». Ingenuo anche lui. Ma quale «braccio di ferro»? Non c’è stato nessun braccio di ferro. C’è stata, invece, la immediata capitolazione del governo Berlusconi.

Lo dimostra il fatto che, come riportato dall’ANSA, «i mezzi dell’ASIA, l’azienda che gestisce il servizio rifiuti in città (ossia la Camorra, ndr.)  hanno lavorato anche in mattinata per ripulire la città. Per terra rimangono ancora 2.900 tonnellate, meno delle 3.500 presenti ieri e ancor meno delle 4.200 di domenica e delle cinquemila che giacevano soltanto sabato scorso. Continuando così, e se non ci saranno intoppi nella delicata catena dello smaltimento, al ritmo di 6/700 tonnellate raccolte al giorno oltre al quantitativo ordinario, si punta a smaltire il pregresso entro la fine della settimana. La raccolta dei rifiuti sta procedendo in maniera uniforme, privilegiando le zone di maggiore sofferenza, ma forse non è un caso che il centro cittadino si appresta a ospitare domani il primo Consiglio dei ministri del governo Berlusconi».

Non è inaudito? I camorristi impiegati para-comunali che «lavorano»! Evidentemente hanno il loro tornaconto. Hanno ricevuto ordini da chi può darli, ed è abituato ad essere obbedito. La sola spiegazione possibile è: c’è stato un accordo sottobanco tra Palazzo Chigi e il Crimine Organizzato.

Naturalmente sotto l’emergenza: sta per arrivare «il governo», sarà a Napoli per mezza giornata. Poi scapperà e lascerà alla Camorra il suo business mondezzaro. Trattativa chiusa. L’importante è la facciata.

Quando l’Italia tutta decide di fare qualcosa di concreto contro la Camorra, applaude quel tal Saviano e presenta a Cannes un film tratto dal suo libro «Gomorra»: ciò consente a tutti i presenti di congratularsi per il loro alto spirito civico, e plaudire all’atto di coraggio dell’autore e proprio (siamo qui anche noi, ad applaudirti), senza affrontare gli incerti di un «braccio di ferro» con la sola istituzione che conti, che spara e che si fa obbedire.

Atti altamente simbolici sono frequenti nelle regioni criminali. Quando la N’drangheta spara ad uno, gli scolari calabresi scendono nelle strade con cartelli tipo «Ammazzate anche noi», e lo stesso avviene in Sicilia. I telegiornali accorrono e riprendono i cortei. I commentatori, le lacrime agli occhi, esaltano quella gioventù coraggiosa, che dà speranze per il futuro.

Intanto all’ospedale di Vibo medici delegati della N’drangheta continuano a massacrare pazienti con la scusa di operarli, capi-bastone con stipendio da infermiere rubano, intimidiscono e spadroneggiano come prima, e la Mafia in Sicilia nomina un altro assessore suo.

Tutto ciò è bello e italiano. D’altronde, che cos’altro si può fare. Fidare nella magistratura? Negli ergastoli comminati e poi resi nulli dai ritardi nella deposizione delle motivazioni? Lasciamo perdere.

E non è questione di Governo: sarà bene ricordare che a varare un «pacchetto sicurezza» fu Fassino, in tempi recenti: inasprimenti delle pene, direttissime, persino (ricordate?) il bracciale di vigilanza da applicare ai colpevoli, per controllarli via radio. Non s’è mai visto niente.

E il perchè è ovvio: «fare una legge» non basta, se non ci sono gli apparati dello Stato disposti o capaci di eseguirla. Quel che conta è lo spettacolo. Specialmente per un governo-Mediaset, è questa la strategia vincente. Il Salame ha fatto ministra una velina, finalmente: ecco una carriera che apre tutte le strade.

Bondi, il ministro della Cultura, ha scelto come suo consulente Alain Elkann: ogni ministro si deve dotare del suo israeliano di corte, come Alemanno ha fatto affiancandosi Alessandro Ruben, israeliano dell’Anti-Defamation League. Anche quella è una camorra mica da poco, non c’è da pensare a un braccio di ferro. Certo, su Elkann alla cultura ci sarebbe da fare un discorso serio.

Elkann è al massimo un giornalista, e per giunta dilettante. E’ un miliardario, divenuto tale per aver sposato una Agnelli, che a tempo perso fa interviste a gente che conosce o che gli s’inchina davanti perchè è un Agnelli. E’ anche il papà del noto Lapo, di cui si ricorda la performance trans-cocainomane, il che lo qualifica a fare notizia sui rotocalchi di serie B.

Il guaio è che in Italia manca del tutto lo strato alto della cultura, come esiste in Francia: non ci sono accademici, nè filosofi, nè scienziati che abbiano un riconoscimento pubblico in quanto incarnazioni dello spirito nazionale. Inutile cercarla nelle università, naturalmente: è solo un altro apparato che funziona solo per stipendiare baroni e figli e nipoti di baroni. Lo strato più alto pensabile è quello del «giornalismo».

D’accordo: ma allora, il ministro preferisce anche lì un dilettante, un amichetto suo, che ha visto qualche volta in TV. Fa spettacolo, e per giunta è israeliano, il che non guasta. Ora, in Europa, non aspettano altro che fare la pelle a questo governo di dilettanti e di veline.

Non è un problema da poco: quella è la camorra delle camorre, Barroso ha appena «aperto agli OGM», contro la volontà popolare più massiccia, con la scusa dei rincari agricoli. Là si prendono le decisioni vere dietro le quinte, evengono tenacemente applicate.

Anche Sarkozy, contro la precisa volontà del suo popolo, ha cercato di far approvare un’apertura agli OGM. La proposta è stata bocciata, e Sarko ha riunito una commissoione paritaria per studiare come superare l’ostacolo. Perchè quella legge non è che la trasposizione nel diritto francese di due direttive europee già in vigore, e la Francia «non ha altra scelta che applicarle». Come del resto l’Italia.

A questo servono i parlamenti: a «recepire» ciò che viene deciso dalla Commissione che ha a sua volta obbedito alle lobby del business. Ora dovremo pagare le nostre sementi alla Monsanto. Non facciamo finta di resistere, è già deciso.

Apro una parentesi per dare un esempio di come un Paese orgoglioso come la Francia si stia piegando all’euro-camorra. S’è trattato di recepire le direttive contro la «discriminazione», ossia - essenzialmente - a favore degli omosessuali. L’Europa vieta la discriminazione «diretta» e anche quella «indiretta». La discriminazione diretta viene definita così: «ogni situazione nella quale una persona è trattata in maniera meno favorevole di quanto non è, non è stata o non sarebbe un’altra in situazione comparabile».

Il senato francese ha cercato di sopprimere il condizionale («non sarebbe») perchè questo dà la possibilità di infiniti processi alle intenzioni e comparazioni fittizie. Ogni omosex potrà domani trascinare in giudizio il datore di lavoro, un vicino, un passante, con la motivazione che «non mi tratta come ‘tratterebbe’ un eterosessuale nella stessa situazione», o come «tratterebbe un angelo del cielo» (comparazione fittizia).

Ebbene: il Senato francese ha dovuto rimangiarsi questa obiezione. La lettera delle direttive europee è che la legge contro le discriminazioni «deve» permettere il processo alle intenzioni. Ma non basta. La direttiva europea proibisce anche la discriminazione «indiretta». La quale viene così definita: «Ogni disposizione, criterio o pratica, neutra in apparenza ma suscettibile di provocare una svantaggio particolare rispetto ad altre persone». Il Senato francese aveva sostituito alle parole «suscettibile di provocare» la parola «che provoca»: con l’idea di evitare, ancora una volta, i processi alle intenzioni, e sperando di colpire solo azioni vere e proprie.

Niente da fare: l’Europa vuole lasciare a lesbiche e finocchi il diritto assoluto di sindacare se una parola o uno sguardo sono «suscettibili di provocare» in lui, soggettivamente, il senso di sentirsi sfavorito (1). Cede la grande Francia.

E da noi in Italia, la velina-ministra Carfagna che fa? Dice che secondo lei «gli omosessuali non sono discriminati», perchè «ho tanti amici omosessuali». Non so se se ne rende conto: ha violato le leggi europee. Sarà messa al girarrosto. Insieme al resto del governo e a tutti noi: definiti «razzisti» da una deputata ungherese, e da una serqua di ministri spagnoli per la nostra durezza (che ancora non s’è vista) contro gli immigrati.

Questa è l’Europa: un condominio litigioso, dove i vicini ti guardano dentro casa (e intanto devi mangiare OGM). Il governo dei dilettanti sarà cucinato a dovere da Schulz, il capo dei socialisti, il «kapò». Che non aspetta altro per vendicarsi del Salame.

Non siamo messi bene: la monnezza permanente ci mette dalla parte del torto. E qualche giornale fa pure la voce grossa contro gli spagnoli, ricordando che loro, contro gli immigrati marocchini, hanno alzato un muro di dieci chilometri, e che la loro Guardia Civil ha qualche volta sparato contro gli sbarcatori clandestini e insubordinati. Certo che l’ha fatto. Ma al giornale - ingenuo - sfugge una differenza fondamentale tra Spagna e noi: quando la Guardia Civil apre il fuoco o la marina riporta indietro i barconi, là, non c’è una protesta di un solo vescovo, nessuna manifestazione di sindacato, nessuna obiezione dall’opposizione. E’ quella speciale omertà che un tempo si chiamava spirito nazionale.

Finirà che ci espelleranno dall’Europa per eccesso di monnezza? O per razzismo o camorrismo? Sarebbe un bene, se fossimo capaci di autogoverno; ma pensate cosa comporterebbe tornare alla lira, in una simile situazione di dilettantismo e con il debito pubblico in euro più torreggiante del mondo occidentale, e tremate.

Forse, la soluzione meno peggiore sarebbe un’altra: espellere Napoli dall’Italia. Ah, poter dire: guardate, quelli noi non li conosciamo, se vengono qui devono chiedere il visto. Ma so che anche la mia è un’ingenuità. Siamo un tutt’uno, ma anche come camorra, non siamo efficienti come spagnoli, ungheresi, Barroso e Schulz.




1) Vale la pena di notare che l’Europa ha definito per legge il concetto di «eterosessualità», come ha definito le carote «una verdura» vietando di definirle «frutta», e  «cioccolato» una mistura di grasso di jojoba, e il calibro delle mele che è vietato vendere e la curvatura ammessa dei cetrioli. Ecco la definizione: «Eterosessualità significa l’attrazione di due persone di sesso opposto. E’ contraddistinta come orientamento sessuale al pari di omosessualità e bisessualità».
Si noti la mancanza di ogni allusione alla procreazione e al matrimonio; si tratta di «attrazione» soggettiva; non si riconosce che uno sia eterosessuale anche quando non è «attratto», che insomma uno sia uomo o donna in senso ontologico.
L’omosessualità, per contro, è protetta molto di più: «La cittadinanza europea conferisce il diritto alla protezione dalla discriminazione, fra l’altro, su base di orientamento sessuale. Tale diritto è coronato nella Carta dei Diritti Fondamentali». Non viene riconosciuto un diritto fondamentale all’eterosessualità.


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