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Il pedagogo sessuale
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Da La Stampa del 16 marzo: «Arriva una lettera firmata. Racconta di una mamma che, facendo pulizia nella stanza della figlia dodicenne, trova una busta con un migliaio di euro in tagli da 5. Pensa a un furto e ad altre cose orribili, tranne allunica che, messa alle strette, di lì a poco la ragazzina le confesserà: i soldi sono il ricavato di prestazioni sessuali eseguite a scuola. La madre è sconvolta dalla scoperta e dalla reazione della figlia: di normalità».

A Radio3 Scienza (Scienza, si noti) uno specialista di psicologia di cui non colgo il nome – chiamato a commentare il fatto da una conduttrice darwinista, massonica e progressista – dice: «Anzitutto, la libertà sessuale è stato un grande progresso». Fatti come quello della dodicenne di cui sopra sono piccoli danni collaterali, il cui prezzo vale la pena di pagare per il «progresso». Quel che poi intenda come progresso, il docente ed educatore lo dice poco dopo con una domanda retorica: «Perchè gli adolescenti dovevano soffrire» nella repressione sessuale di prima?

Non si sa da dove cominciare a rispondere. Forse, tagliando corto, esibendo l’ultimo caso di cronaca nera: la cara mammina di 26 anni che, strafatta di coca col suo convivente di 29, ha portato al pronto soccorso di Genova il suo figlio di otto mesi già ucciso per sfondamento del cranio: caduta accidentale, s’è giustificata la mammina. Ma il bambino aveva, oltre il cranio spaccato, segni di ustioni (forse di sigaretta) all’inguine, resti di uno straccio dentro la bocca, lividi e lesioni a una spalla. Un quadro incompatibile con una caduta, secondo i medici.

Dai giornali: «Al  capo della sezione omicidi della Squadra Mobile di Genova, Caterina e il compagno avrebbero dichiarato di avere consumato ingenti quantitativi di cocaina la sera prima del decesso del piccolo, di essersi addormentati e di aver trovato il bambino ferito al loro risveglio».

Interessante eccezione fisiologica, che la Scienza è invitata a studiare: dopo il consumo di «ingenti» quantità di cocaina, c’è chi, anzichè restare freneticamente sveglio, cade addormentato. Così profondamente da non accorgersi che il bambino di otto mesi è caduto. «La coppia non ha  confessato e si è anzi professata innocente». L’innocenza del sonno profondo del cocainomane.

William Boykin
   Caterina Mathas
«Mi sono svegliata e mio figlio giaceva lì immobile. Non so che cosa sia successo, io non ho fatto nulla» avrebbe detto quasi subito la donna (la prima scusa: il bambino ha avuto un attacco di meningite). Tra le righe, una accusa implicita nei confronti del compagno. Il silenzio impenetrabile di lui, incrinato solo dall’ammissione, inevitabile di fronte ai dati di fatto raccolti dagli investigatori, dell’uso di cocaina, si sarebbe poi rotto a sera inoltrata: «Mi sono svegliato e ho visto Caterina che sbatteva il figlio a terra. Mi ha detto che era tutto a posto, mi sono fidato».

Adesso qualcuno mi scriverà: che c’entra? Che relazione c’è tra i due fatti, la dodicenne che si prostituisce per 5 euro nei cessi della scuola, e la  coppietta che massacra il figlio di otto mesi?

Lo so e me l’aspetto, perchè persino fra i miei lettori c’è sempre qualche idiota che si ritiene in diritto di interloquire, pur non essendo in grado di comprendere una relazione causa-effetto che non sfuggirebbe a un orango.

L’infanticidio di Genova è leffetto della educazione al «non si deve soffrire», della inutilità dell’allenamento alla sofferenza e al sacrificio, predicato dallo psicologo di RAI3. Allevare un figlio, per una venticinquenne che vuole «vivere la propria vita» (il compagno della notte di coca non è il padre del bambino), è sicuramente una «sofferenza». Richiede «sacrifici» della propria libertà, dei propri godimenti: sacrifici durissimi oggettivamente, e insopportabili per chi non è allenato, non è stato preparato in tempo a «soffrire» un po’ in vista di un compito, a contenere l’esaudimento immediato dei propri desideri, a capire che occorre imparare a resistere agli impulsi primarii.

Sì, è la pedagogia del «non hai bisogno di soffrire» che porta a casi come quello di Genova, come porta agli infiniti casi di omicidio della fidanzata, dell’ex moglie e dell’ex compagnia, ai casi in aumento di persecuzione sessuale (che è di moda chiamare «stalking») che allarma le femministe.

Quando non si è stati allenati a qualche sacrificio, a rinunciare a qualcosa oggi in vista del domani; quando non si è stati avvisati da piccoli che la vita comporta una inevitabile parte oggettiva di sacrifici, sofferenze, mancanze e penurie, e che gli altri non sono al servizio dei tuoi desideri da piccolo dittatore infantile, è così che si agisce, da adulti-infanti: devi stare con me se no ti ammazzo, ogni sconfitta esistenziale (inevitabile) viene vissuta come scacco insopportabile e offesa da lavare subito – nel sangue, se è il caso.

Il sesso precoce è una anti-educazione: forma esseri verminosi, senza carattere, incapaci di responsabilità e di domani; amebe che vivono di doppiezza, che tacciono e si nascondono; esseri di indefinibile viltà, eppure capaci di violenza, o di farsi infinitamente violentare. Basta vedere la reazione della dodicenne che fa lavoretti ai compagnuzzi per 5 euro e della coppietta infanticida: in entrambi i casi, una reazione «di normalità». Menti narcotizzate dall’abitudine al senza-impegno, anestetizzate dall’assuefazione al senza-scopo.

Fin dalla notte dei tempi, dalle tribù di pellerossa alle scuole classiche in Grecia e Roma,  l’educazione dei giovani è consistita in prove di superamento della sofferenza; riti iniziatizi di sopportazione della fame, del freddo, della paura, oppure letture di uomini illustri, capaci di accendere gli animi alla nobiltà dell’abnegazione di sè: in questi modi la creatura puramente biologica che è il bambino diventava un essere umano: ossia un essere «che lo voglia o no, obbligato per costituzione a cercare un’istanza superiore». Perchè «vivere significa avere a che fare qualcosa di preciso – equivale a compiere un incarico», e una vita libera da ogni impegno è peggio della morte: è desolazione, carenza, vita vuota.

No, adesso il pedagogo psicologo di RAI3 decreta che tutta la pedagogia millenaria dell’umanità non vige più; che il progresso è che gli adolescenti «non soffrano» la minima «repressione sessuale».

Nemmeno l’evidenza scuote questo ideologo del nulla: la dodicenne che fa dei lavoretti a 5 euro è forse «felice»? E’ il ritratto stesso dell’infelicità, del vuoto e del disprezzo di sè. E’ «libera»? Prostituirsi a 12 anni ai maschietti della banda è esser cadute in una schiavitù totale; schiava delle voglie degli altri, di chiunque paghi 5 euro.

E la mammina ammazzatrice? Voleva vivere la sua vita: il figlio l’aveva avuto da un uomo sposato, e lei lo porta nella camera del suo amante, pure sposato: nessun progetto di futuro. Non voleva sottomettere la sua esistenza ad alcun compito; solo progetto, il divertirsi ora, subito.

E’ l’illustrazione tragicamente perfetta del detto di Gesù: «Chi fa il peccato è schiavo del peccato».

Adesso la mammina infanticida dovrà perdere la sua libertà, in galera. Dovrà sacrificarsi; dovrà  fare a meno di tutte le sue libertà, diventare schiava. Perchè la vita «è» inevitabilmente sofferenza, ed è meglio essere preparati a darle un senso. Il senso della sofferenza: «me lo sono meritato», unica via all’espiazione terpautica, temo però che le sarà precluso. Come alla dodicenne che trova quel che fa «normale».

Ma le più colpevoli non sono queste due sciagurate. Il colpevole è il pedagogo sessuale che non vuol far soffrire l’astensione dal sesso dei bambini; colpevole è la conduttrice di RAI3 che irride al problema fin dal titolo che ha dato alla trasmissione: «Il sesso degli angeli». Voleva dirci: suvvia genitori, i vostri «angeli» hanno un sesso. rallegratevi.

Ripugnante che questi individui abbiano una cattedra così potente, da cui proclamare il loro verbo di infelicità.



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