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E Israele minacciò sanzioni agli USA
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Ci si creda o no, così suona un titolo del Jerusalem Post: «Il ministro Peled propone sanzioni contro gli Stati Uniti» (1). La realtà è ancora più ridicola e più inquietante.

Yossi Peled è un ministro senza portafoglio del governo Netanyahu: già generale, è esponente del Likud. In una lettera riservata di 11 pagine fatta arrivare ai colleghi ministri e che non era destinata ad essere resa pubblica (ma il Jerusalem Post ha ottenuto il testo da un altro ministro), il ministro Peled propone alcune strategie per rispondere alle «intense pressioni» che il governo Obama fa su Israele per il blocco degli insediamenti, onde (orrore!) «arrivare alla formazione di uno Stato palestinese».

Fra le strategie proposte dal ministro, c’è effettivamente l’attuazione di sanzioni contro gli Stati Uniti: Peled dice che bisogna punire Washington smettendo di comprare merci civili e militari dall’America; per esempio, anzichè i Boeing, comprare invece Airbus francesi, e gli armamenti da altri Paesi in competizione con gli USA.

E’ un vero peccato che l’ONU non disponga di un reparto neuro-deliri sovrannazionale in grado di trattare casi come questi. Solo i misteri della psiche ebraica possono spiegare come il generale sorvoli su questo semplice fatto: le armi che Israele riceve dagli USA, non le paga; le ottiene in dono a spese del contribuente americano. Sotto la voce «aiuti all’estero», di cui Sion è il massimo percettore: qualcosa come 3 miliardi di dollari, ossia 500 dollari a testa all’anno per ogni israeliano.

Il Congresso, terrorizzato dalla lobby, non manca mai di votare qualche nuovo «grant», ossia regalo a fondo perduto, oltre allo stanziamento di cui sopra: qua un 200 milioni per «anti-terror assistance», là 40 milioni per aiutare a stabilirsi in Israele i poveri emigrati ebrei dall’ex-URSS. Non bastando i regali, quando ha deciso di sloggiare da Gaza, Israele ha chiesto 2,5 miliardi di dollari, un po’ in dono e un po’ in prestiti agevolati, per riposizionare le sue basi militari che aveva nella Striscia e i poveri coloni sloggiati da là, e per sviluppare le aree del Negev e della Galilea (Cisgiordania occupata) dove ristabilire quei poveretti.

Da ultimo, Israele gode di 9 miliardi di dollari di prestiti garantiti, con cui può comprare merci USA a tasso zero. Negli anni, è stata una cifra enorme, come mostra la seguente tabella:



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Sicchè, c’è da credere che la notizia che Israele punisce gli USA con un embargo sulle sue merci, sarebbe accolta con sollievo dai contribuenti americani.

A meno che il generale ministro Peled non sappia per certo quel che sospettiamo: che i 3 miliardi di dollari di aiuti USA continuerebbero a fluire, in modo che Israele possa usarli per acquistare armamento russo o francese.

Con il Congresso in mano alla lobby, non ci sarebbe da stupirsi.

Peled lo sa benissimo – come dimostra il seguito della sua lettera, il più allarmante. Egli propone che Israele intervenga con pressioni e influenze dietro le quinte nelle prossime elezioni del Congresso, che si terranno l’anno prossimo; che minacci i candidati del partito democratico, in modo che questi, a loro volta, facciano pressione su Obama perchè cambi il suo atteggiamento in modo più filo-israeliano. Come?

Chiedendo ai ricchi ebrei americani di tagliare i finanziamenti ai candidati democratici; si sa che i congressisti USA temono soprattutto di perdere le donazioni ebraiche.

Non basta. Peled propone anche di creare un nuovo «corpo di pressione» (non bastano l’AIPAC, l’Anti-Defamation League, il B’nai B’rith eccetera) per influenzare in senso pro-israeliano la opinione pubblica americana. Dovremmo corteggiare e guadagnare alla nostra causa la comunità ispano-americana, dice ad esempio; e anche i sindacati delle industrie che beneficiano degli acquisti militari israeliani....».

Insomma, Peled, membro del partito al governo Likud, propone una serie di azioni che configurano un tentativo di «regime change» in USA, conclude – incredulo per tanta improntitudine – Jason Ditz, sul blog «AntiWar.com». Qualcosa cui che «nemmeno i cospirazionisti più accaniti oserebbero inventare».

Difatti. La rivelazione della lettera mostra alla luce del giorno l’interferenza del potere israeliano sul governo americano. Con troppa chiarezza. Al punto che, mentre i giornali e il governo americano non hanno dato segno di avere appreso la notizia, essa è stata accolta con costernazione proprio dagli ebrei americani, che ora si sentono esposti nelle loro operazioni di influenza per Israele. In quegli ambienti, è tutto un mettere le mani avanti: noi queste cose non le facciamo, proprio no...

«Yossi Peled è del tutto disinformato della politica USA», s’è affrettato a dichiarare Ira Forman, direttore del National Jewish Democratic Council (la lobby specificamente diretta al partito democratico): «Non capisce come si muove  politicamente la comunità ebraica americana, e non capisce la politica del partito democratico».

«Tentativi del genere non indurrebbero il Congresso a far mancare il sostegno a Obama, nè danneggerebbero i sostenitori di Israele in Campidoglio (sic). Sarebbe un tentativo così donchisciottesco, così insignificante, così inattuabile, che secondo me non avrebbe alcun effetto, nè in un senso nè nell’altro».

E William Daroff, direttore della United Jewish Communities, anche lui ha messo le mani avanti:

«Esattamente come è sconsigliabile e inappropriato che il governo USA interferisca negli affari interni di Israele, così è del tutto sbagliato e pericoloso che il governo israeliano tenti di introdursi nella politica elettorale americana. Non dubito che il primo ministro Netanyahu non sapeva di questa proposta».

L’uscita di Yossi Peled (nato in Belgio dove si chiamava Jeffke Mendelevich) è insomma considerata incauta, e perciò dannosa. Eppure, ce ne fu una molto più esplicita, per bocca di Ariel Sharon, nell’ottobre 2001.

Alla radio israelana (Kol Yisrael), a Shimon Peres che gli chiedeva di accedere alla richiesta USA di cessare il fuoco contro i palestinesi, altrimenti «il rischio è di metterci contro gli Stati Uniti», Ariel Sharon sbottò: «....Voglio dirti una cosa molto chiara: non preoccuparti delle pressioni americane su Israele; noi, il popolo ebreo, controlliamo l’America. E l’America lo sa».

Peres gli replicò: non dire queste cose in pubblico, perchè ci possono provocare un disastro di pubbliche relazioni.

Forse è questa la differenza: oggi, Israele vive un disastro di pubbliche relazioni, che rende meno facile le sue azioni di interferenza dietro le quinte. Lo ha ammesso Avigdor Lieberman, il ministro degli Esteri razzista, al ritorno da un lungo giro nelle capitali estere per una «operazione simpatia» verso il regno di Sion:

«Non riusciremo ad affermare una diplomazia di successo per noi», ha detto Liberman, «se non cambiamo il modo con cui ci vedono» (2). Ha anche aggiunto: «Gli arabi hanno fatto a Israele lo stesso danno che ‘Borat’ ha fatto al Kazakhstan», con allusione al film dove il comico israeliano Sacha Baron Cohen ha messo alla berlina, con speciale malignità, il povero staterello ex-sovietico (3).

Il guaio è che nemmeno Lieberman è dotato di una simpatia travolgente. Ai primi di giugno è giunto a Mosca ed ha ingiunto: «Smettete di sostenere i terroristi e vendere armi agli Stati-canaglia».

Intendeva a Siria e Iran, a cui la Russia fornisce rispettivamente missili Iskander e SS-300; si ricorderà inoltre che RPG anticarro russi «Kornet»  furono usati con successo da Hezbollah: gli israeliani sostengono che erano armi vendute dai russi alla Siria (i russi negano, sono armi fabbricate su licenza in diversi Paesi ex-sovietici).

Insomma Lieberman, che è nato in Russia, è andato a pretendere che Mosca rinunci ai notevoli profitti di questo export, senza contropartite. Ha irritato anche il fatto che Lieberman abbia fatto visita anche al capo della Bielorussia, Lukashenko, per chiedergli di non consentire il transito degli SS-300 sul suo territorio, promettendogli in cambio un miglioramento dei rapporti con... l’Unione Europea («Controlliamo l’Europa, e gli europei lo sanno»).

La risposta russa non è stata soddisfacente: «Israele vuole che la Russia balli alla sua musica», è stato il commento della Pravda (4).

Il vero Borat, forse, è proprio Lieberman.



1) Gil Hoffman, «Peled proposes Israeli sanctions on US», Jerusalem  Post, 9 giugno 2009.
2) 'Arabs did to Israel what Borat did to Kazakhstan', Haaretz, 9 giugno 2009.
3) Da Wikipedia: «Cohen ha creato un personaggio con una stravagante storia personale. Borat è un reporter nato nel 1972 a Kuçzek in Kazakistan. È figlio dello stupro ad opera di Boltok su Asimbala Sagdiyev. È ufficialmente il marito di Oksana Sagdiyev, anch'ella figlia di Boltok lo Stupratore e di Mariam Tulyakbay. La sua relazione con sua madre sembra essere abbastanza sgradevole e Borat ha commentato che lei sperava di essere stuprata da un altro uomo. Il protagonista ha una sorella che si chiama Natalya, nota per essere la quarta miglior prostituta kazaka, con la quale egli intrattiene spesso rapporti sessuali. Ha poi un fratello più piccolo, Bilo, con problemi psichici, che viene rinchiuso in una stanza con una grande porta di ferro o altre volte dentro una gabbia. In un'intervista, Borat ha detto: 'Mio fratello Bilo ha una testa piccola, ma delle braccia molto forti. Lui ha 204 denti (193 in bocca e 11 nel naso)! Tu gli puoi fare tutto quello che vuoi, tanto lui non ricorda nulla! Va pazzo per il sesso... per tutto il giorno nella sua gabbia guarda immagini pornografiche e fa rub rub rub! P. Borat ha frequentato l'università ad Astana, dove ha studiato inglese, giornalismo e come causare epidemie. Si è sposato numerose volte, persino con la sorellastra Oksana Sagdiyev (...). Ha fatto molti lavori che vanno dal produrre il ghiaccio all’estrarre lo sperma dagli animali (ma precisa che ogni relazione tra questi due lavori è infondata). Dichiara inoltre di aver lavorato in passato come acchiappa Rom, vantandosi di poter colpire uno zingaro con un sasso da cinquanta metri se incatenato e dieci se non. Dice poi di poter trascinare una donna contro la sua volontà e di aver fatto ciò anche con una sua promessa sposa che fu trasportata per 1.600 metri (un miglio). Gli hobby di Borat sono la discodance, prendere il sole, sparare ai cani e fare fotografie alle donne nelle toilette. Inoltre è un sessista, omofobo e razzista nei confronti di ebrei, uzbeki,cristiani e zingari. Borat ha detto di aver subito un bruttissimo attentato nel quale venne rapita sua moglie e nel quale si misero a toccare il cavallo in modo strano tanto che divenne depresso. Borat dice di avere l’ano più stretto del villaggio, così stretto da aprire una bottiglia di Pepsi. Ha avuto poi strani disagi, tra cui blenorragia, sifilide ed herpes». Non stupisce che il Kazakstan abbia protestato per come Baron Cohen ha dipinto il Paese e i suoi abitanti. Del tutto invano.
4) «Israel wants Russia to dance to its tune»; Pravda, 2 giugno 2009.


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